La Vedova Nera di Waid e Samnee, tra spionaggio e introspezione

Tutti i mercoledì negli Stati Uniti vengono pubblicate decine di albi a fumetti. Ogni Maledetta Settimana è la rubrica che tutti i venerdì, come un osservatorio permanente, racconta uno (o più) di questi comic book.

black widow waid samnee

Sembra che prima o poi i Marvel Studios dedicheranno un film a solo alla Vedova Nera e nel caso sarebbe difficile immaginare un soggetto più adatto di questa serie della premiatissima coppia Waid e Samnee, reduce dal successo del loro corso su Daredevil. Ma dire che sia ottimo materiale per uno spettacolare adattamento cinematografico sarebbe diminutivo e ingeneroso per una testata così riuscita e realizzata con una totale padronanza del mezzo soprattutto da Chris Samnee, che ha voluto prendersi carico anche della narrazione.

Waid qui si è infatti quasi limitato a collaborare al soggetto e a limare i dialoghi: riceveva dal disegnatore le tavole già con un’idea di testo nei balloon, che poi ha sviluppato con un tagliente estro perfetto per una storia di spionaggio. Che questa sia la genesi dell’opera del resto è subito evidente, perché la serie si apre con una sensazionale fuga quasi muta della Vedova dall’Helicarrier dello S.H.I.E.L.D.

black widow waid samnee

Non è la prima volta che vediamo un’azione del genere, e la più celebre fu sicuramente quella di Capitan America in Civil War, ma la silenziosità della protagonista avvicina questa evasione più a quella di Elektra nella miniserie legata a Secret Invasion a firma di Zeb Wells e Clay Mann. Samnee però supera tutti i precursori nel coreografare l’azione e nel rendere la spazialità della fuga tra i corridoi, la caduta e la corsa per le strade. Ed è solo l’inizio.

I numeri successivi hanno presentato vari scenari da spionaggio, con pedinamenti, appostamenti, imboscate e scontri frontali, ma anche flashback, flirt con Tony Stark, elaborati piani dei vari villain e persino un viaggio sulla Luna per trovare quel che resta di Nick Fury in versione Unseen. L’unico limite della serie è che, a dispetto di una partenza davvero disperata, il finale pubblicato mercoledì con il numero 12 è un po’ troppo ottimista e sembra soprattutto aver liquidato in fretta uno degli antagonisti, il Leone piangente, che non ha nemmeno avuto la possibilità di rivelare alla Vedova perché la odiasse così tanto (cosa che invece è stata mostrata al lettore in un flashback già nel numero 7 e che fa del Leone piangente e di suo fratello due figure tragiche). In fondo, però, si tratta di dettagli, perché il confronto tra la protagonista e le altre giovani assassine la obbliga comunque a fare i conti con il proprio passato. Inoltre, i limiti di sceneggiatura evaporano di fronte a un racconto così visivamente riuscito.

black widow waid samnee

Samnee in questa serie ha messo davvero tutto se stesso e la sintesi del suo segno, un po’ alla Alex Toth, riesce a rendere perfettamente con straordinaria leggerezza gli stati d’animo, l’azione e gli scenari. Una ricchezza raffinatissima al punto da sembrare semplice e mai barocca, valorizzata dall’ottimo rapporto con il colorista Matthew Wilson, a sua volta lontano da inutili fotorealismi e abile nel caratterizzare con diverse gamme cromatiche le situazioni e linee temporali del racconto. Tutto questo fa di Black Widow una delle migliori serie Marvel recenti, al pari con The Vision, Black Panther e Karnak, tanto che si attende con ansia l’annuncio del prossimo progetto di Waid e (soprattutto) di Samnee.

BONUS: Restiamo in tema di spionaggio con Mayday di Alex de Campi e Tony Parker per i colori di Blond. Miniserie di cinque numeri per la Image, Mayday è ambientata ai tempi della controcultura in America, che travolge due spie russe. Né il mondo degli hippie e delle proteste né la Guerra Fredda sono però contesti approfonditi, quanto piuttosto uno scenario che permette fughe lisergiche e situazioni pop da giustapporre alla brutalità quasi splatter delle azioni del protagonista Felix, cui gli autori dedicheranno presto una nuova miniserie ambientata a Berlino.

mayday image comics

Le scene d’azione sono notevoli e Felix è un protagonista ambiguo e a tratti immorale, ma il disegno punta tutto sulla plasticità e non sempre riesce nel suo intento, in particolare i personaggi sembrano recitare troppo spesso come degli invasati. Parker e Blond fanno del loro meglio con le sequenze lisergiche dei primi episodi, ma poi la serie prende un’altra direzione, tutta azione sopra le righe, diventando godibile ma pure dimenticabile. Tanto che la cosa che resta più impressa sono le pagine che precedono il fumetto vero e proprio con foto e slogan dell’epoca, da Jane Fonda fino a Ronald Reagan.

Mayday image comics

BONUS 2: Parliamo di un’altra miniserie di spionaggio: James Bond: Hammerhead, dell’inglese Andy Diggle per i disegni dell’italiano Luca Casalanguida.

james bond andy diggle

Rispetto ai due archi narrativi di Warren Ellis, a Diggle mancano idee di tecnologia transumana e quindi si butta sul traffico d’armi e sull’azione, argomenti che del resto ha dimostrato di saper trattare fin dai tempi di The Losers. Casalanguida, che fa un discreto seppur altalenante lavoro nonostante i colori spesso penalizzanti di Chris Blyethe, però non è Jock e il risultato non è mai memorabile. Certo rispetto alla media delle pubblicazioni Dynamite, queste miniserie di James Bond hanno un valore più alto, ma gli manca ancora qualcosa per fare davvero sul serio, sia nella prevedibilità degli intrecci sia soprattutto sul fronte grafico.

bond

BONUS 3: Torniamo infine dove abbiamo iniziato, ovvero in Russia, con la conclusione di Divinity III: Stalinverse, in cui Kazmir, ossia il terzo cosmonauta della spedizione del quasi onnipotente Abram, ha riconfigurato la realtà del cosmo Valiant come se la Russia avesse avuto da decenni il controllo del mondo. Agli ordini di un Putin che vuole conquistare persino le stelle, la potentissima entità ha neutralizzato quasi tutti i suoi avversari, tranne Ninjak e Toyo Harada, che fanno il possibile per risvegliare Abram dal torpore mentale in cui è caduto e salvare la Terra.

divinity iii valiant

Se le precedenti miniserie di Divinity erano pretenziose, qui il tono è più da crossover tra supereroi, risolto però in modo sbrigativo perché Kindt non ha davvero mai avuto il senso dell’epica. Anche Trevor Hairsine sembra meno ispirato che in passato e visivamente c’è poco di incisivo: nonostante la narrazione funzioni, mancano le immagini potenti che il disegnatore aveva trovato a tratti nei precedenti capitoli, inoltre le scene d’azione sono spesso vacuamente confuse. La conclusione della trilogia comunque non è la fine della storia, che continuerà in futuro nella miniserie Eternity.