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“The Wicked + The Divine”: divinità come popstar. Intervista a Gillen e McKelvie

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Kieron Gillen e Jamie McKelvie sono due tra i nomi più caldi del fumetto britannico contemporaneo. Sceneggiatore professionista da poco più di dieci anni, Kieron ha un passato da giornalista videoludico e musicale. Si è distinto su personaggi Marvel come X-Men, Thor, e di recente Darth Vader, ma è anche autore di lavori indie come Über e Three. Insieme a McKelvie, ha realizzato il rilancio degli Young Avengers (2013), e soprattutto le serie Image Phonogram e The Wicked + The Divine. Li abbiamo incontrati a Cartoomics in occasione del lancio italiano di quest’ultimo lavoro, pubblicato in Italia da Bao Publishing.

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Come vi è venuta l’idea di The Wicked + The Divine?

Gillen: La si può vedere da due punti di vista. Avevamo appena finito di fare Young Avengers, e il nostro piano era quello di tornare su Phonogram e portarlo a termine. Negli Avengers avevamo un tema di fondo: il passato è finito, e dobbiamo progettare il futuro. È un fumetto sul futuro. Quindi, riprendere in mano una serie che avevamo iniziato un decennio fa ci sembrava un tradimento di quell’idea. La gente voleva vederci fare qualcosa di nuovo, non ancora Phonogram. Ok, allora, comportiamoci per una volta in maniera sensata. Abbiamo la possibilità di ridefinire la cultura pop, facciamolo! Ed è quello che abbiamo fatto. L’idea di base di WD, ossia 12 divinità che si reincarnano ogni novant’anni, con solo due anni di vita, mi era venuta in quello stesso anno. È venuta fuori una settimana dopo che a mio padre è stato diagnosticato il cancro. Quindi è stata la mia risposta iniziale al dolore. La domanda è: “la vita potrebbe finire nel giro di due, dieci, settant’anni. È breve e ha durata limitata. Perché mai vorresti trascorrere il tempo facendo una cosa qualsiasi? Perché mai vorresti essere un’artista?”

Una delle cose più interessanti di WD è l’ambientazione inglese. Perché avete scelto casa vostra invece di spostare tutto in America, come fanno molti fumettisti Britannici?

McKelvie: È facile, ci piace parlare del mondo in cui viviamo. Questa è la nostra Londra, e questa è la nostra vita. E ciò ci facilita la scelta dei punti di riferimento, perché capiamo bene l’ambiente in cui si muovono i personaggi. Possiamo renderlo più reale.

Gillen: C’è una linea di continuità nel nostro lavoro. Anche Phonogram era ambientato dove abitiamo, e a noi piace mitizzare ogni tipo di luogo. Il punto è che i fumettisti dovrebbero mitizzare il loro ambiente, invece di far accadere tutto a New York. Accadono cose dovunque tu sia. L’idea di Phonogram era stata di chiederci se c’è qualcosa di speciale riguardo a questi personaggi. Parla delle loro ossessioni e di cosa le rende particolari. Voglio descrivere quanto c’è di speciale in ognuno. Anche WD prende le mosse da questo spunto. Qui abbiamo voluto rendere le cose un po’ più performanti, e trasformare l’ambiente è stata solo una parte del nostro approccio magico. Io abito a Lewisham, che è la zona in cui vive la protagonista. Quindi posso girare per Londra e chiedermi: ok, qui cosa farebbe Laura?

Una specie di realismo magico.

Gillen: Un po’. Se fossimo letterari e pretenziosi, potremmo chiamarlo realismo magico.

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In WD, i personaggi hanno caratteristiche delle pop star, delle divinità e dei supereroi. Qual è l’aspetto più importante?

Entrambi: Tutti.

Gillen: Se avessimo voluto evidenziare solo un aspetto, avremmo messo solo quello. Il fumetto dovrebbe sollevare una serie di interrogativi. Si chiama the Wicked and the Divine perché entrambe le parole potrebbero essere utilizzate per descrivere queste persone. Vogliamo stabilire le connessioni tra supereroi, arte e religione. Quindi la domanda è: come possono andare d’accordo? Come possono litigare? Normalmente descriviamo WD nei termini di “divinità come popstar, popstar come divinità”. Questo tipo di circolarità è per noi molto importante. Spesso ci viene chiesto se la serie dovrebbe essere una celebrazione o una satira sulla celebrità. Ma è entrambe le cose, anche se c’è una apparente contraddizione. E qui sta il nocciolo della questione: essere un supereroe è come essere una divinità, ed essere una divinità è come essere una popstar, ed essere una popstar è come essere un supereroe.

WD ha ricevuto molte lodi per via della sua diversità. Pensate che sia una caratteristica ancora poco presente nel fumetto angloamericano contemporaneo?

McKelvie: È meglio rispetto a qualche tempo fa. Però non ci piace essere lodati per questa cosa, perché è il minimo che si può fare. Abbiamo voluto realizzare questo fumetto perché gli universi narrativi delle due grandi case editrici [Marvel e DC] sono fortemente radicati nel loro periodo storico, essendo stati concepiti settanta anni o cinquanta anni fa. Sarebbe stato difficile fare qualcosa nel modo in cui l’abbiamo voluta fare noi. Quindi una delle cose che ci è piaciuto di più è stato poter partire dall’inizio, e creare da zero il mondo in cui viviamo.

Gillen: Ci dicono che WD rappresenta la diversità. Secondo me rappresenta solamente Londra. Se avessimo ambientato la serie in un’altra grande città, avremmo avuto un altro tipo di diversità. Il fatto è che abbiamo scelto Londra, e ci siamo chiesti com’è veramente.

Forse c’è un problema con alcune rappresentazioni all’interno della cultura popolare. A volte viene trasmessa un’idea profondamente parziale di come dovrebbe essere una città multiculturale. Se ti fai un’idea da certe serie tv o da certi fumetti, sei portato a pensare che sono tutti bianchi e biondi.

Gillen: Londra è una grande metropoli moderna. Abbiamo cercato di trasmetterne la vitalità all’interno del fumetto.

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Nel primo numero, Cassandra dice “Vedo una wannabe che non è mai andata oltre a Bowie nella collezione di dischi vintage dei genitori. Vedo una ragazza di provincia che non capisce che fare il cosplay di una dea scintoista sia problematico, se non addirittura offensivo”.  Avete messo questa battuta per prevenire le critiche?

McKelvie: È un fumetto in cui i personaggi hanno un sviluppo a lungo termine. Se leggessi il primo numero senza una battuta del genere, non lo capiresti necessariamente. Non si tratta di prevenire le critiche, ma piuttosto di introdurre l’argomento.

Gillen: Abbiamo voluto chiarire che si tratta di una storia sull’appropriazione culturale, su persone che si fanno influenzare. Volevamo dirlo sin dal principio. WD è un fumetto su persone problematiche che fanno cose problematiche. Non bisogna considerare nessuno di loro come un eroe o un modello cui ispirarsi. C’è un motivo ricorrente nella cultura pop chiamato “Seppellisci i tuoi gay”. Sai, le persone LGBT tendono a morire facilmente. Il nostro cast è molto variegato sotto questo punto di vista, e quindi parliamo di persone che muoiono. Lo mettiamo letteralmente nella pagina iniziale di ogni numero. Saranno morti nel giro di due anni. Quindi se non ti piace smetti di leggere. Sul serio. Questi personaggi moriranno. Siamo voluti essere onesti in questo senso. Il libro parla di questo, se non ti piace nessuno ti obbliga a leggerlo.

Negli anni ottanta, autori Britannici come Alan Moore, Grant Morrison e Neil Gaiman citavano da Shakespeare o Blake per, nelle parole di Morrison, “nobilitare degli imbecilli col costume”. Ora, voi aprite il primo TP con una citazione di Kit Marlow accanto a una dei Vengaboys. Si tratta di un tipo differente di legittimazione culturale, o pensate che il fumetto abbia superato la necessità di legittimazione?

Gillen: Ho una teoria. Ok per la citazione, ma non mettiamo mai una prefazione nei nostri fumetti. Una delle cose che caratterizzavano i libri della Vertigo erano queste introduzioni scritte da persone famose che dicevano quanto il fumetto fosse importante. Una specie di perorazione. In un certo modo, si potrebbe dire che la citazione assolve questa funzione, ma l’epigrafe ha una storia molto più lunga. Le epigrafi che scegliamo di mettere nei fumetti confermano che abbiamo letto Marlowe e Shakespeare. La gente vuole sapere se un lettore di fumetti ha letto a sufficienza. Prendi ad esempio Phonogram. Le prime storie erano molto aggressive e intransigenti. Era facile detestarle, perché erano volutamente detestabili. Mi ricorderò sempre come i recensori che non avevano apprezzato Phonogram usarono tutti quei paroloni per giustificare il loro mancato apprezzamento, perché volevano assicurarsi di sembrare intelligenti. “Non è che non l’ho capito perché sono un idiota”. Questo genere di complesso di inferiorità è profondamente radicato nel fumetto. Tornando alla nostra citazione, ci piace la giustapposizione tra cultura alta e bassa. La citazione di Marlowe è vera al 100%, così come lo è quella dei Vengaboys.

Penso che il nocciolo della questione sia la necessità di superare le suddivisioni binarie e le dicotomie, perché “Marlowe” e “Vengaboys” non sono concetti contrapposti, così come non lo sono “Wicked” e “Divine”.

Gillen: Esatto. E inoltre è una cosa divertente. Noi siamo seri e tutto, ma ci piace anche ridere. Secondo me l’umorismo è un sintomo di intelligenza. Non come i fan dei Radiohead che si prendono troppo sul serio. Serioso non vuol dire intelligente, così come la tristezza non implica seriosità. Jamie, raccontagli l’aneddoto sui Vengaboys.

McKelvie: Si, fa proprio ridere. Non abbiamo ovviamente dovuto pagare per la citazione di Marlowe, perché è morto da un bel po’ di tempo. Ma per i Vengaboys, abbiamo dovuto chiedere l’autorizzazione e sborsare 500€. Quindi sono 125€ per ciascun ‘Boom’.

Ne è decisamente valsa la pena.

Gillen: Certo! Penso che avremmo potuto anche cavarcela senza dover pagare, perché alla fine si tratta solo di “Boom, boom, boom, boom”. Ma in questo modo fa molto più ridere. Questo è quello per cui bisogna pagare, quello a cui la società ha assegnato un valore. Vale di più Marlowe o “Boom, boom, boom, boom”?

McKelvie: Abbiamo dovuto anche rintracciare loro e chi li rappresenta.

Gillen: Chrissy [Williams], l’editor di WD, ha dovuto mandare ai Vengaboys una copia del volume. Quindi mi piace pensare che da qualche parte sul Vengabus ci sia una copia di WD. [Ridono]

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Come descrivereste il vostro metodo di lavoro? Come collaborate?

McKelvie: Decisamente male [Ridono]. Kieron scrive delle sceneggiature molto lunghe. Sembrano più lettere che sceneggiature. Ci confrontiamo molto, io faccio presente se c’è qualcosa che secondo me non funziona. Capisco l’effetto che Kieron vuole creare, e magari suggerisco un altro modo di arrivarci. Durante la fase di disegno è un scambio di pareri continuo.

Gillen: Siamo rilassati, comunichiamo, ci scriviamo. La sceneggiatura non è la fine di una collaborazione, ma semmai un punto di inizio.

McKelvie: Sì, e questo vale anche per il colorista Matt Wilson, che è coinvolto nelle decisioni.

Gillen: Usiamo la metafora del gruppo musicale. La band è composta da me, Jamie, Matt e Clayton [Cowles], il letterista, che ci aiuta a trovare gli effetti migliori. È una collaborazione molto fluida. E anche con le variant cover, è come far entrare nella band gente per un featuring, tipo un rapper o un chitarrista in più. Ad esempio abbiamo chiesto a Kevin Wada di illustrare un numero intero [il 23], e abbiamo avuto Kris Anka che ha disegnato un bel manzo [per la variant del numero 19].

Una domanda per Jamie: in WD, ma anche in altri tuoi lavori tipo Phonomgram, tutti i personaggi sono vergognosamente bellissimi. È una scelta voluta? [Ridono]

McKelvie: I personaggi di WD sono delle popstar! Comunque direi che è semplicemente il modo in cui disegno. Dipende dal personaggio. Il modo in cui lo disegno viene dal suo background, e da come questo si riflette sull’aspetto. Le immagini devono raccontare una storia tanto quanto le parole.

Gillen: Ci sono artisti che disegnano personaggi gradevoli dal punto di vista estetico, ma che conoscono solo un modello di persona attraente. Jamie non è così. I suoi personaggi sembrano fotomodelli, ma sono sempre diversi fra loro. Hanno una propria struttura del viso, un aspetto specifico. Jamie disegna persone attraenti senza oggettivarle. Sono pensati per essere personaggi con cui stabilire un legame, piuttosto che figure da guardare. In WD è un dialogo tra i due aspetti: l’atto di guardarli, e quello di considerarli come esseri umani. Sono divinità, è un aspetto complesso.

McKelvie: Non sono belli come un oggetto. Per me sono come persone reali.

Mi sarei aspettato una risposta del tipo: uso me stesso come modello. [Ridono]

McKelvie: L’ho fatto per Phonogram.

Gillen: È per questo che i personaggi di Jamie hanno tutti i piedi grandi [indica gli enormi piedi di Jamie e ridono]

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Domanda per Kieron: hai lavorato come giornalista videoludico. Questo tipo di background influenza il modo in cui scrivi fumetti?

Gillen: Meno di quanto si potrebbe pensare. Oltre a essere un giornalista nel campo dei videogame, ero anche un critico musicale. Diciamo che scrivo applicando in vari ambiti un approccio decostruzionista. È da qui che vengono i miei fumetti, dalla mia competenza generale di critico, e non da quella specifica di esperto di videogiochi. L’idea è quella di considerare un oggetto in tutti i suoi aspetti, e di smontarli per vedere cosa si nasconde al di sotto. Questo approccio mi ha dato il lavoro alla Marvel. Ok, di cosa parla Beta Ray Bill? Cosa significa veramente essere un dio con la faccia da cavallo? Questo è essere un critico. Ho un interesse nello strutturalismo, che mi viene utile per l’elaborazione di trame archetipiche. Specialmente il mio lavoro su Über è basato su un sistema di regole. Si potrebbe facilmente convertirlo in un gioco perché ha proprio una strutturazione rigida. Quel personaggio è più forte di questo e quindi lo batterebbe in uno scontro, cose di questo genere. Ma tornando alla domanda iniziale…meno di quanto si potrebbe pensare. C’è un progetto su cui sto lavorando in cui la mia competenza videoludica mi sta tornado utile. È una serie per la Avatar chiamata Modded, che fa parte dell’antologia Cinema Purgatorio di Alan Moore. La descriverei come Fast and Furious incontra Pokémon incontra Mad Max: lotte da strada in un mondo post-apocalittico. Qui per l’appunto l’influenza dei videogiochi si vede nell’idea di un combattimento tra mostriciattoli. E anche un altro progetto su cui sto lavorando è pesantemente influenzato dai videogiochi…

Ottimo, perché stavo proprio per chiedervi qualcosa sui vostri progetti futuri.

McKelvie: Io farò WD per sempre…

Gillen: Con Wicked siamo a più di metà ora. Stiamo facendo uno special tra ogni arco narrativo. Stephanie Hans ha realizzato il primo, ambientato tra il quarto e il quinto. E André Lima Araújo, artista portoghese che ha lavorato Avengers A.I. e Man Plus sta lavorando sul prossimo special, che dovrebbe uscire a breve. Si intitola Wicked and Divine 455 ed è ambientato a Roma, nel periodo in cui i vandali hanno saccheggiato la città. Sto inoltre portando avanti Dr. Aphra per la Marvel, e sto lavorando su Ludocrats con David Lafuente. L’abbiamo rimesso in piedi e dovrebbe essere fuori per la fine dell’anno, o al massimo l’anno prossimo. C’è inoltre in pentola un altro grosso progetto, di cui sono alle fasi preliminari. Uscirà probabilmente per Image, e sarà la mia prossima serie ongoing. Nella mia newsletter l’ho soprannominato “Spangly New Project” [Nuovo progetto sfavillante].

Il modo migliore per rimanere aggiornati sulle attività mie e di Jamie è seguire i nostri account Twitter. Per chi non si vuole perdere nulla c’è anche la mia newsletter, a cui ci si può iscrivere all’indirizzo: http://tinyletter.com/kierongillen.

Quindi ci sono un sacco di cose in ballo.

Gillen: Sempre.

McKelvie: Wicked porta via tutto il mio tempo, e ci lavorerò per almeno altri due anni…

Quindi quando pensate di concludere la serie?

McKelvie: Pensiamo otto o nove volumi. Siamo oltre la metà.

Gillen: Ci saranno probabilmente otto TP più un volume speciale. Un piano quadriennale.

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