Recensioni Novità Il calvario (politico) di Capitan America

Il calvario (politico) di Capitan America

capitan america sam wilson

Non sappiamo quanto durerà Sam Wilson nei panni di Capitan America, viste le recenti parole di David Gabriel, uno dei dirigenti della Marvel che ha dato in parte la colpa delle scarse vendite alla diversity, ossia la varietà etnica e sessuale che di recente è molto presente nelle serie della Casa delle Idee. Dichiarazioni e analisi successive hanno chiarito che per i nuovi personaggi ci sono sia casi di successo sia di fallimento, e del resto non è una novità che abbiano vita dura.

I veri problemi li hanno vissuti i personaggi di punta, che dopo l’evento Secret Wars hanno visto, lo scorso ottobre, un considerevole calo di copie vendute. Come se il pubblico si fosse stancato di vedere una donna nei panni di Thor e un nero nelle vesti di Capitan America, senza contare che proprio in quel momento Hulk è diventato un ragazzo coreano e dopo Civil War II la serie di Iron Man ha ora per protagonista la nera Riri Williams.

D’altra parte che una cospicua fetta di lettori di comics sia fatta di collezionisti, e dunque a loro modo di “conservatori”, non è certo una scoperta (lo attesta per esempio la pratica delle variant cover che ancora incide sul mercato), dunque non stupisce alcuni di loro si siano scocciati di trovare nelle serie dei loro beniamini personaggi irriconoscibili.

capitan america sam wilson daniel acuna

La cosa triste della vicenda è che tutto questo non ha quasi alcun rapporto con la qualità delle storie: se Thor è rimasto a un livello alto sia per i disegni sia per le sceneggiature, allo stesso modo Captain America: Sam Wilson è per i testi tra le serie più interessanti della Marvel, e sicuramente tra le più politiche. Quest’ultimo punto, ossia avere un personaggio politicizzato in storie a tratti anche predicatorie, risulta particolarmente poco digeribile ai fan anche secondo Alonso, che ha annunciato un prossimo passo indietro della Marvel in questo senso. E del resto chi sta sopra ad Alonso, il CEO Isaac Perlmutter che ha donato centinaia di migliaia di dollari alla campagna elettorale di Donald Trump, non ama di certo le posizioni espresse nella serie di Sam Wilson.

Lo sceneggiatore Nick Spencer, che ha non a caso un passato di militanza nel partito Democratico, ha fin da subito affrontato una serie di tematiche forti e ha utilizzato il gap temporale post-Secret Wars per creare una frattura di vedute tra Steve Rogers (allora invecchiato ma ancora mentalmente se stesso) e Sam Wilson. Situazione che si è solo apparentemente risanata quando Steve Rogers è stato ringiovanito: ha deciso di lasciare lo scudo a Sam, certo, ma solo per tenere meglio la propria copertura visto che in realtà è diventato un agente dell’Hydra quando è tornato a un corpo giovane e atletico.

capitan america sam wilson

Sam Wilson si è battuto contro il traffico di immigrati, contro la “società dei serpenti” trasformata in corporazione quasi intoccabile e più recentemente ha affrontato il tema della repressione poliziesca nelle comunità nere. Il #blacklivesmatter che in questa versione a fumetti ha visto l’arrivo di poliziotti privati e potenziati, gli Americops, contro cui si è battuto anche Rage. Proprio questo giovane eroe, ingiustamente accusato, ha deciso di farsi processare senza aiuti dalla comunità dei supereroi e, soprattutto per via del colore della sua pelle, è finito in galera dove è stato pestato a sangue. Questi fatti, cui Sam ha dovuto assistere quasi impotente, l’hanno portato alla drastica decisione del numero appena pubblicato, che non chiude la serie ma la lascia in una situazione molto diversa per l’evento Secret Empire.

capitan america sam wilson

Che ne sarà alla fine del grande crossover non è ovviamente noto, anche perché è difficile pensare che lo Steve Rogers dell’Hydra intento a conquistare il mondo e persino ad attirare un’orda aliena verso la Terra, possa poi tranquillamente riprendere a indossare la bandiera e a usare lo scudo. Di certo, nonostante una qualità grafica altalenante – buona con Daniel Acuña, molto meno con i suoi sostituti – questa è stata una serie notevole, che ha rivitalizzato per esempio il personaggio di Misty Knight e ha avuto, oltre che momenti politici, anche passaggi esilaranti e citazionisti, come quando Sam Wilson è stato trasformato in un enorme uomo lupo in omaggio a una vecchia storia di Capitan America.

I collezionisti probabilmente godranno di una qualche forma di ritorno all’ordine, ma i lettori avranno quasi sicuramente di che rimpiangere la serie di Spencer.

capitan america sam wilson

Bonus: Restiamo in zona Marvel e sul personaggio di Misty Knight, protagonista assoluta del primo numero di Black Panther & The Crew, un supergruppo all-black che si comporrà nel procedere della vicenda, sceneggiata da Ta-Nehisi Coates e disegnata da Butch Guice con colori di Dan Brown e inchiostratura di Scott Hanna (dal reparto grafico era lecito aspettarsi di più, ma non va comunque male).

black panther crew

Pantera Nera, nonostante il titolo, in questo numero uno non si vede proprio e neppure Luke Cage e Manifold annunciati nel sommario. Serve quindi un passo indietro: il gruppo viene dato come già costituito perché questi eroi sono stati chiamati in aiuto da Pantera Nera sulla sua serie e già lì si erano presentati come The Crew. Ora Misty indaga sulla morte di un uomo che, a insaputa della detective, in passato aveva messo in piedi un supergruppo per proteggere le strade di Harlem. La serie promette quindi di affrontare la questione identitaria del quartiere black per eccellenza di New York e di farlo attraverso il mystery oltre che i supercazzotti. Anche qui per altro arrivano gli Americops, simbolo di una polizia robotica e deviata che Misty, in quanto ex detective, trova particolarmente disturbante. Proprio aver scelto il suo punto di vista risulta vincente nell’arricchire la serie di un conflitto interiore. Una partenza, insomma, con tutte le carte in regola.

black panther crew

Bonus 2: Non si può dire che a Simon Spurrier manchino le idee: questa volta con Godshaper si è inventato un’ucronia dove, dopo la Seconda Guerra Mondiale, elettricità e motori a scoppio hanno smesso di funzionare. In compenso ognuno ha un “dio” al suo fianco che ha sembianze di una creatura più o meno grande, variamente colorata e vagamente trasparente. Questi “dei” semplificano la vita all’uomo o donna cui sono legati con i propri poteri e fanno anche da carta di credito!

godshaper

Ci sono poi i “nogody” che non hanno alcun compagno sovrannaturale e dunque nessuno li vorrebbe intorno, non fosse che sono gli unici a poter ricalibrare gli “dei”, cambiandone poteri e aspetto, cosa per cui vengono pagati in cibo e altro come dei vagabondi. Il protagonista è uno di loro e si aggira infatti come un hobo per gli States contemporanei, con una custodia di chitarra. Ha un compagno, un “dio” abbandonato che in teoria dovrebbe svanire per la morte dell’umano a cui era legato, ma che in realtà se ne va in giro e collabora alle piccole ruberie del protagonista, come una sorta di bambino hobo, solo che è muto e dotato di poteri assortiti. I due incontrano un reduce di guerra, storpio e umiliato perché ingiustamente condannato. Involontariamente gli forniscono le prove per confrontarsi con chi l’ha incastrato, ma anche in questo mondo la legge del più forte conta più della giustizia…

godshaper

Disegnata e colorata da Jonas Goodface, Godshaper è una miniserie Boom! Iniziata questa settimana e il primo numero è divertente, inventivo, coloratissimo, crudele e carino al tempo stesso, tanto che se pure dovesse rivelarsi di poca sostanza con i prossimi episodi promette comunque di farsi leggere e guardare molto volentieri.

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