Recensioni Novità Com'è la nuova serie di Hulk, scritta da Mariko Tamaki

Com’è la nuova serie di Hulk, scritta da Mariko Tamaki

Tutti i mercoledì negli Stati Uniti vengono pubblicate decine di albi a fumetti. Ogni Maledetta Settimana è la rubrica che tutti i venerdì, come un osservatorio permanente, racconta uno (o più) di questi comic book.

hulk tamaki

Sceneggiata da Mariko Tamaki, nota e premiata anche in Italia per E la chiamano estate (Bao Publishing, 2014), la nuova serie di Hulk, dedicata in realtà a sua cugina Jennifer, è disegnata da Nico Leon, un talento emergente della Marvel, il cui tratto è semplice ma morbido ed espressivo, seppure a tratti troppo spoglio, e abile soprattutto nella ricerca di inquadrature dinamiche e nel character design.

hulk tamaki

Se il team è promettente, anche l’idea per la nuova Hulk è notevole: prendendo spunto da Civil War II, dove Jen era stata gravemente ferita e finita in coma, la nuova serie racconta una protagonista affetta da disturbo post-traumatico da stress, il cui potere esplode in coincidenza dei suoi attacchi di panico. O almeno così sembra fin qui. Non possiamo dirlo con certezza perché il personaggio in questi cinque episodi è solo arrivato vicino alla trasformazione senza mai completarla, nemmeno in una situazione di pericolo come quella di quest’ultimo numero.

hulk tamaki

Le copertine e il flusso di coscienza di Jennifer promettono una (she)Hulk grigia, massiccia e quasi bestiale, così come si rivela terribile lo spirito che possiede gli emarginati di un cadente edificio. Qui Jennifer ha una cliente, una giovane inumana che in passato era una donna piena di vita e impegni sociali ma che poi, tradita dal socio in affari, è stata ridotta in fin di vita esattamente come la nuova Hulk. La specularità dei due personaggi è evidente e Tamaki ne fa buon uso per raccontare l’angoscia nei confronti delle relazioni umane, anche più limitate, per chi ha subito un trauma.

hulk tamaki

Tutto bene dunque? No. Perché il racconto procede con un ritmo dilatato dovuto a una decompressione ingiustificabile. Non deriva infatti da una sapiente regia delle immagini, magari anche senza parole, bensì è frutto di una scriteriata gestione delle tavole, piene di “vignettone”, spesso solo tre o addirittura due per pagina, oltre ovviamente alle varie splash page. Considerato poi che i disegni di Leon non sono ricchi di dettagli queste ampie vignette risultano in un ingrandimento a effetto nemmeno così efficace, a volte persino controproducente.

La pubblicazione mensile di una serie del genere, per quanto i finali di episodio abbiano ognuno il proprio twist narrativo, finisce per essere troppo dispersiva. Probabilmente in volume ne verrà una lettura avvincente, per quanto molto breve, ma di albetto in albetto è più o meno una tortura.

loose ends image comics

Bonus: Miniserie Image di quattro folli episodi, Loose Ends (che è un po’ come dire conti aperti) nasce da un’idea di circa dieci anni fa di Jason Latour e come tale risente della sua inesperienza, ma trasmette pure una carica punk che gode nell’infrangere le convenzioni.

loose ends image comics

Non funziona certo tutto, il racconto risulta piuttosto difficile da seguire, a tratti inutilmente confuso, ma il team artistico composto da Chris Brunner alle matite e Rico Renzi ai colori inietta una tale energia, caricaturale e psichedelica, da lasciare il segno in questa sgangherata e violentissima vicenda crime.

aliens dead orbit

Bonus 2: È un buon periodo per il franchise a fumetti di Alien, grazie alla serie Dark Horse Aliens – Defiance di Brian Wood, che è stata disegnata tra gli altri anche dal buon Riccardo Burchielli (recentemente tradotta in Italia da Saldapress). Ora si aggiunge Aliens – Dead Orbit di James Stokoe, one-man band che sceneggia, disegna, colora e fa il lettering di questa miniserie di quattro numeri graficamente molto intensa.

aliens dead orbit stokoe

Stokoe, che si era segnalato per lo stile particolareggiatissimo nelle sue storie di Godzilla, qui si scatena nel design degli interni della nave e delle tute e affida spesso il racconto alle immagini, lasciando crescere la tensione per arrivare a mostrare lo xenomorfo solo alla fine. Consigliatissima quasi a prescindere dalla storia, che comunque vanta parentesi orrifiche efficaci (con i tubi criogenici malfunzionanti) e un alieno che caccia con astuzia.

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