Recensioni Novità Cosa rimane del Ninjak di Matt Kindt

Cosa rimane del Ninjak di Matt Kindt

Tutti i mercoledì negli Stati Uniti vengono pubblicate decine di albi a fumetti. Ogni Maledetta Settimana è la rubrica che tutti i venerdì, come un osservatorio permanente, racconta uno (o più) di questi comic book.

ninjak

Si è pressoché concluso il corso di Ninjak scritto da Matt Kindt, visto che la serie sarà rilanciata a novembre con un nuovo numero 1 e un nuovo team creativo (Christos Gage e Tomas Giorello), inoltre il numero 27 sarà firmato da un altro sceneggiatore e non c’è traccia di un numero 28 né a giugno né a luglio. Kindt d’altra parte continuerà a scrivere il personaggio nella miniserie fantasy Rapture, che dovrebbe avere però un tono molto diverso dalle ultime storie e riprendere la trasferta nel magico regno di Deadside, già al centro del secondo arco narrativo della serie.

Rapture sarà una mini di quattro episodi dove Ninjak non sarà però il solo protagonista e dividerà i riflettori con Shadowman, un altro personaggio cardine dell’universo Valiant. Rapture partirà a maggio e si concluderà in agosto e quindi è possibile che poi si vedranno ancora uno o due numeri che faranno da epilogo alla serie del super agente segreto prima della ripartenza di novembre.

roku ninjak

In ogni caso, comunque vada a finire, l’arco The Seven Blades of Master Darque funziona perfettamente come un punto di chiusura, visto che completa il cerchio di vicende aperto con l’inizio della serie ripristinando lo status quo e lasciando l’universo Valiant arricchito di nuovi villain.

La figura al centro di queste storie, nonché la più tragica, è sicuramente Roku, anche lei una ninja ma pressoché inarrestabile grazie sia a straordinarie resistenze che la rendono più o meno immortale, sia al controllo dei propri affilati capelli che ne fanno un avversario assolutamente letale (come se già non bastassero le sue altri doti fisiche e i poteri psichici). Roku in questi due anni si è battuta più volte con Ninjak, gli ha letteralmente distrutto la vita e il castello, gli ha messo il suo stesso servizio segreto alle calcagna e nonostante tutto questo Colin, che di solito non ha problemi a uccidere, con lei non è riuscito a farla finita. Perché Roku in realtà non è solo un’assassina, ma è pure una sua vecchia fiamma, una mentore in un certo senso, e lui sogna di salvarla da questa nuova identità che l’ha resa una nemica.

Insomma non siamo molto lontani da Elektra e Daredevil, con tanto di sette di monaci ninja ed esoterismi assortiti. Oltretutto, quando Roku decide di distruggere la vita di Colin si ripercorre praticamente Born Again. Purtroppo né Kindt né il suo team artistico valgono Miller o Mazzuchelli e il risultato spesso sembra un tentativo troppo frettoloso e derivativo, piuttosto che davvero drammatico.

La parte migliore della serie erano i primi numeri, in cui Ninjak affrontava i compari di Roku, gli altri Shadow Seven – che in realtà sono solo sei perché il settimo sarebbe lo stesso Colin, dato che è stato addestrato dal medesimo monaco non-morto. Quei primi episodi, ognuno leggibile quasi a sé, spesso con un disegnatore specifico e usato al meglio, erano stati una bella introduzione ad alcuni avversari liquidati troppo in fretta.

Dunque non è un caso che la serie riguadagni punti proprio in The Seven Blades of Master Darque, in cui gli Shadow Seven sono riuniti, dopo che Roku li ha fatti evadere di prigione e ha convinto Ninjak a lavorare con loro. Ovviamente ognuno ha i suoi fini e il nemico – un potente stregone quasi tornato in vita che Roku ha le proprie ragioni per voler affrontare – anche se non ha mai incontrato gli Shadow Seven ha una ragione sensata per interessarsi a loro. Insomma finalmente tutto si ricompone, per altro dopo un buon episodio quasi muto che fa da prologo ai quattro numeri di The Seven Blades of Master Darque.

ninjak shadow seven

Sul fronte grafico, a parte per le quattro belle e invitanti cover di Ryan Bodenheim, non si torna purtroppo ai momenti più felici della serie, anzi è davvero un peccato che ci sia alle matite un tale pasticcio di disegnatori, con il mediocre Marc Laming sul primo episodio cui succede Stephen Segovia, che già non è un asso e che si trova chiaramente a lavorare di fretta, aiutato nel numero due da Ryan Lee e poi dal colorista Ulises Arreola.

Questo perché anche la Valiant, pur se dovrebbe essere la forza nuova dei grandi universi a fumetti americani, di fatto applica meccanismi editoriali non così diversi da quelli della Marvel e della DC. Il mosaico di scadenze, con il rilancio programmato, che deve essere preceduto dalla miniserie Rupture, che a sua volta deve partire dopo la fine di The Seven Blades of Master Darque, finisce per imporre una serie di paletti che saranno pure utili alla continuity complessiva, ma che non fanno di certo bene alle storie e soprattutto ai disegni. Inutile illudersi che le cose, quanto a programmazione, possano migliorare più di tanto in futuro: i meccanismi sono questi e li conosciamo da decenni. Il parco disegnatori comunque sembra più nutrito e talentuoso e un rilancio firmato da Giorello fa sperare in un progetto dalle qualità più ambiziose.

nick fury nuovo fumetto james robison aco

Bonus: Rimanendo in zona superspie non possiamo sorvolare sulla clamorosa partenza della serie dedicata a Nick Fury Jr., scritta da James Robinson e soprattutto disegnata da ACO, nome d’arte dello spagnolo Alex Cal Oliveira, cui Robinson chiaramente ha fornito poco più di un soggetto per dargli modo di scatenarsi nelle invenzioni compositive della tavola.

Sulla scia di Steranko, ACO realizza una meraviglia super-pop, inchiostrata da Hugo Petrus e colorata da Rachelle Rosenberg, in cui Nick Fury entra in casinò, disattiva la sicurezza con una serie di diversivi, arriva a rubare quello che gli serve e poi si ritrova inseguito dall’Hydra.

nick fury aco

Lo spettacolo è tutto grafico e se Robinson pure incide con le battute giuste, la serie è decisamente di ACO e promette di regalare altre storie come questa: autonome, con missioni brevi in ogni numero un po’ come il Moon Knight di Warren Ellis. Una delle partenze più notevoli della Marvel degli ultimi anni.

Bonus 2: Non eravamo soli nell’universo, ma ora lo siamo: questo l’assunto di World Reader, di Jeff Loveness e Juan Doe per i colori di Rachel Deering.

worldreader

La serie Aftershock racconta di una spedizione nelle stelle, dove gli umani trovano i resti di civiltà aliene tutte misteriosamente scomparse. Tra i membri del gruppo c’è Sarah, che ha il dono di poter “leggere” il passato di un pianeta e così percepisce che qualcuno o qualcosa ha portato queste società alla scomparsa.

Un’idea semplice che permette di realizzare affascinanti sequenze tra sogno e realtà in scenari alieni, il tutto legato dal dipanarsi di un mistero e soprattutto dal senso di nostalgia e rimpianto per le cose perdute. Sia il team grafico, dove spicca soprattutto il colore, sia Jeff Loveness ai testi fanno un buon lavoro. Del resto lo scrittore, oltre ad aver firmato la serie di Groot, stava riuscendo a convincere persino con il giovane e incolore Nova alla Marvel (che ha annunciato però la chiusura della serie con il numero 7).

shaolin cowboy cover

Bonus 3: The Shaolin Cowboy – Who’ll Stop the Reign, terza miniserie dedicata al panciuto monaco Shaolin con il mito del Far West, che vede nei suoi sogni il suo maestro ma pure Robert Mitchum e un cavallo parlante, riprende esattamente dove si era conclusa la precedente: con il protagonista abbattuto da un colpo di fucile in una distesa di zombie maciullati.

Il tono è però molto diverso: se l’ultima avventura era stata un infaticabile massacro di non-morti lungo quattro episodi, ora si torna a una narrazione molto più scritta e a una riduzione delle splash page. E seppure la forza della serie sia tutta grafica, con le matite del mostruoso Geof Darrow per i colori di Dave Stewart, il senso di (bellissimo) vuoto del secondo capitolo lascia qui il posto a un ritorno alle assurdità più fantastiche e inventive della prima serie, ma per fortuna senza più la verbosità dei Wachowski alla sceneggiatura.

shaolin cowboy

Insomma questo capitolo promette di essere il migliore finora, con il ritorno di King Crab, il granchio parlante nemico del vorace eroe e con deliri metafisici dove il nostro si guarisce da una pallottola e sconfigge anche un emissario dell’inferno, ma può poco o nulla contro l’imbecillità e la volgarità dei suoi simili: gli umani. Darrow continua a essere dettagliatissimo e geniale, capace di immortalare attimi di movimento complesso come forse nessun altro a parte Quitely, ma molto più spinto di lui nell’animare lo “sfondo” che nelle sue tavole assume vita propria. Imprescindibile.

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