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L’apatia del lavoro, in una sola sfumatura di rosa. “Piccoli furti” di Michael Cho

In che misura un fumetto – o un romanzo, o un film – può raccontare “solo una storia”? Non è forse una peculiarità dell’arte (inclusa quella prodotta dall’industria culturale) assegnare a ogni particolare un senso universale? Non è da questa capacità della creazione poetica che nasce la responsabilità dell’artista?

piccoli furti michael cho lizard

Ecco, ponendomi tutte queste domande ho terminato la lettura di Piccoli furti. Si tratta del primo graphic novel di Michael Cho, autore canadese di origini sudcoreane molto attivo sul web e ormai pienamente affermato nel fumetto (soprattutto come autore di eleganti variant cover per Marvel e DC) e nell’editoria in generale (la sua copertina di White Noise di Don DeLillo è tra i progetti di cover design più belli offerti da Penguin Books negli ultimi anni). Il dilemma è il seguente: se la storia di Cho vuole essere “solo una storia”, e nello specifico una fiction sulla condizione giovanile, non ci sarà da discutere che sull’abilità narrativa e grafica del fumettista, piuttosto evidente. Se invece nella novantina di pagine di Piccoli furti qualcuno pensasse di trarre indicazioni – un “messaggio” – sulle implicazioni storiche o sociali del suo ritratto generazionale, c’è da dire che la posizione dell’autore risulta veramente debole. Vediamo perché.

Piccoli furti è la storia di Corrina, una giovane copywriter per un’agenzia pubblicitaria di una grande città (New York? Toronto? Cho aveva già mostrato grande sensibilità per i paesaggi urbani in Back Alleys and Urban Landscapes). Corrina vive con un gatto pestifero quanto adorabile in un monolocale piccolo ma ben arredato, è sempre in ritardo e ha una vita sentimentale non proprio scoppiettante. Il suo vero problema, tuttavia, è un altro: non le piace ciò che fa. Certo, il lavoro in agenzia le permette di mantenersi, ma non coincide con le sue aspirazioni. Si è laureata in letteratura sperando di diventare una scrittrice, un’artista, non certo per mettersi al servizio di un mercato cinico, che la costringe a trovare il modo migliore di commercializzare oggetti futili come un profumo per bambine.

Isolata e senza amici, Corrina vive a disagio in un mondo che non le appartiene, di cui non condivide il carattere, i valori, i ritmi. Per superare i momenti più difficili, ogni tanto entra in un negozietto e ruba. I suoi sono piccoli furti di beni di scarso valore: riviste, essenzialmente. Una piccola valvola di sfogo irrazionale, un brivido di trasgressione, un gesto di rivincita contro una situazione in cui sente di non avere il controllo.

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Se la storia viene raccontata così, pochi faranno fatica a simpatizzare almeno in parte con la vicenda della giovane Corrina. D’altra parte, il disagio metropolitano è un motivo ricorrente della letteratura – inclusa quella destinata ai young adults – degli ultimi decenni. E bisogna dire che Piccoli furti è davvero un’opera godibile, ben cadenzata e dallo stile invidiabile, con riquadri regolari, un tratto retro’ personale – sebbene molto vicino al compianto Darwyn Cooke, del quale sembra oggi il maggior erede – e un rosa davvero elegante, utilizzato come unico colore dominante, che echeggia un po’ Seth e un po’ Brian Lee O’Malley di Seconds. Una lettura felicemente scorrevole, che si conclude in un’oretta e lascia anche un buon retrogusto grazie al personaggio dolce, ai valori semplici e ad una situazione esistenziale in cui moltissimi, in un modo o nell’altro, potrebbero identificarsi.

Fino a un certo punto, però. Provando a soffermarsi su ciò che il fumetto vuole comunicare, infatti, emergono alcuni limiti narrativi se non “ideologici”. Andiamo con ordine: Corrina è una ragazza laureata relativamente da poco, vive da sola in un appartamento non troppo decentrato di una delle più grandi metropoli del mondo. Fa un lavoro creativo in un’azienda di successo, in un contesto lavorativo piuttosto rilassato e pieno di colleghi che la incentivano a uscire, a conoscerli meglio, a vivere di più, e che rispettano le sue idee anche quando queste contraddicono, in modo più o meno esplicito, lo spirito dell’azienda e il lavoro di tutti. Esce poco, ma quando lo fa i suoi colleghi-amici sono lì per lei, le propongono di fare cose e la spronano a darci dentro con tutta se stessa. Tutto questo, infine, condito da un fascino – quel fascino da nerd timida, un po’ alla Daniel Clowes o Adrian Tomine, ma anche alla 50 sfumature – che le garantisce una certa attenzione da parte dei ragazzi.

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Vista così, la condizione della protagonista offre pochi elementi a chi fosse in cerca di ‘fatti’ – sebbene elaborati poeticamente – relativi al disagio, al dramma, alle difficoltà dei giovani intorno al grande tema del lavoro. La soluzione dell’autore, bisogna dire, è decisamente poco soddisfacente: in un graphic novel per il resto piuttosto pacifico, gli aspetti negativi sono concentrati in una serie di stereotipi tra lo scontato e il dolciastro, che non possono non dare una sensazione di già visto. La questione che Cho mette al centro è, in fondo, la stessa affrontata spesso, negli ultimi vent’anni, da Adrian Tomine in Optic Nerve (o dallo stesso Daniel Clowes): l’apatia nei confronti del lavoro, vissuto come un vincolo frustrante, in una sorta di disallineamento tra aspirazioni e realtà.

Nonostante si tratti di un tema forte, soprattutto nel contesto del terziario avanzato (occidentale, naturalmente) di oggi, non si può certo dire che l’idea è ‘fresca’, né che Cho aggiunga qualcosa di davvero originale alla sua rappresentazione. Si susseguono così la demonizzazione della professione del pubblicitario, che è considerato una specie di schiavo diabolico delle multinazionali; la figura dell’amica voltagabbana, notoriamente un must per ogni vera tragedia adolescenziale; il sogno nel cassetto di fare la scrittrice, ma quella vera, e dunque di abbandonare il freddo mondo aziendale per l’autenticità della libera professione artistica.

Una lettura più intrigante Cho la riserva a un dettaglio: il rapporto con i social network e il dating online, raccontato attraverso la difficoltà del gestire – e ‘vendere’ – la propria immagine pubblica, con i suoi ripetuti fallimenti. Ma in un momento storico in cui la condizione giovanile affronta un gran numero di sfide e problemi pressanti, che vanno al di là del punto di vista della sola “giovane classe creativa occidentale”, è difficile empatizzare fino in fondo con la situazione di Corrina. E il suo atteggiamento nei confronti della pubblicità, anche alla luce dell’affresco complesso offerto da serie tv come Mad Men, appare riduttivo, se non anacronistico.

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Torniamo così al dilemma iniziale: letto senza troppo trasporto, Piccoli furti è senz’altro un’opera formalmente suadente e narrativamente godibile. Per chi cercasse però un’elaborazione maggiore delle idee e dei contenuti esistenziali, tuttavia, il lavoro di Cho apparirà come insopportabilmente moralista, calato in un’atmosfera più vicina ai romanzi di E.L. James che alle effettive difficoltà – materiali e spirituali – delle nuove generazioni gelidamente incorniciate da un Adrian Tomine.

Ciò non significa, ovviamente, che il tipo di retorica che anima il racconto non sia effettivamente ancora molto diffuso, in tutte le fasce d’età. Per questa ragione, la breve storia di Corrina potrà senz’altro affascinare chi non è in cerca di sorprese né di particolari sfumature. La sfumatura è una, appunto, che piaccia o no.

Piccoli furti
di Michael Cho

traduzione di Gian Piero Bona
Rizzoli Lizard 2017
96 pp., bicromia
16,00 €

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