Focus Interviste Taranto oltre l'Ilva, nel webcomic di Mattia Moro

Taranto oltre l’Ilva, nel webcomic di Mattia Moro

Graphic News, il principale contenitore online di graphic journalism in Italia, a marzo 2017 compie due anni di attività, e abbiamo colto l’occasione per conversare con l’autore di uno dei fumetti più riusciti e apprezzati del portale. Si tratta di Gli scogli di Tarantodi Mattia Moro, pubblicato nel 2016 e da noi considerato uno dei migliori webcomic italiani pubblicati lo scorso anno, e nominato nella catogoria miglior webcomics ai Premi Micheluzzi di Napoli Comicon.

Gli scogli di Taranto è un reportage che racconta una città sepolta sotto l’inquinamento.  Moro si è concentrato sulla città vecchia, visitandone i luoghi e apprezzandone lo spirito della popolazione, scoprendo una parte di città ormai dimenticata (anche dagli stessi tarantini). Una osservazione, la sua, priva di retorica documentaristica, ma con un tratto naturalistico in grado di far risaltare gli angoli bui della città.

Oltre a essere disponibile online, Gli scogli di Taranto da alcuni mesi è diventato anche un albo cartaceo, riadattato per un formato pocket spillato (che è possibile acquistare da QUI).

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Come mai hai scelto di raccontare e indagare a fumetti Taranto?

Quasi per caso. I ragazzi di Spine, una fumetteria/libreria di Bari, hanno invitato Graphic News a partecipare a Scirocco, un festival culturale di eventi diffusi nella Città Vecchia di Taranto, e mi è stato proposto di andare. Non avevo assolutamente idea di cosa avrei trovato, né di quello che avrei dovuto fare. Ma arrivare e vivere a Taranto per una settimana è stata un’esperienza di una tale intensità che alla fine non potevo fare altro che raccontarla. Un paio di giorni dopo il mio arrivo in città ricordo di aver mandato a Pietro (Scarnera, editor di Graphic News) un testo, che poi è stato l’embrione di tutto il reportage. Avevo fretta di scriverlo e non perderlo. Considero tutta questa faccenda una botta di fortuna, quella di farmi capitare nel posto giusto con la testa giusta.

Eri in qualche modo già legato alla città?

No, o almeno così pensavo. Nel tempo mi sono reso conto di avere tantissimi tarantini attorno a me (compreso l’ottanta per cento del mio bar di fiducia), ma ho approcciato la città e i suoi abitanti praticamente da vergine. Ero stato a Taranto di passaggio durante un viaggio un paio di anni prima, e se devo essere sincero non mi aveva fatto una buona impressione. Alla Città Vecchia si arriva attraversando un ponte: da qualunque parte si acceda, quello che le persone fanno è cercare di raggiungere più velocemente possibile l’altro ponte, dal lato opposto. Cosa che avevo fatto anch’io. Tornare a Taranto con coscienza, attraversare il ponte e restare lì invece è stato il primo passo per slegare anche me stesso dalle impressioni negative che si ricevono nel primo impatto con la città.

Raccontare una città in breve spazio immagino ponga anche la difficoltà di non cadere nel difetto di fare una sorta di “guida turistica”. Ti sei posto questo problema? Se sì, come hai cercato di evitarlo?

Forse questa è una questione che non mi sono posto. Taranto non è una città conosciuta come può essere Roma, Milano o, per restare in zona, Lecce. Il solo descrivere com’è fatta e com’è organizzata aveva già un’alta valenza, perché per molte persone sarebbe stata una “scoperta”. Normalmente di Taranto si parla solo se si parla dell’Ilva, e il solo pensare di partire da un altro punto di vista mi permetteva di distaccarmi dalla narrazione corrente.

Mi ha colpito il passaggio che descrive lo scetticismo di alcuni abitanti locali, più della disponibilità di molti altri. Come ti sei relazionato e come ti sei adattato al luogo?

Dopo tre o quattro giorni di residenza ho raggiunto il mio primo obiettivo: farmi chiamare per nome dal gestore di uno dei tanti bar-garage a livello strada della Città Vecchia, lo stesso che la prima sera aveva passato venti minuti a guardarmi nervosamente sotto il cappello. Il bar si trova in via Cava, una delle vie più importanti del centro storico, la sua spina dorsale se vogliamo. E a quel punto penso di aver capito quello che i ragazzi che mi hanno ospitato e scarrozzato in giro hanno cercato di dirmi per giorni.

A Taranto Vecchia, per come la vedo io, c’è un problema di fiducia: negli anni hanno visto molte persone arrivare e proporre progetti, faraonici piani di restyling, incredibili inchieste, tutto mai realizzato. Quello che stanno attraversando adesso è solo l’ultimo di tanti piani di riqualificazione urbana. Lo scetticismo fa parte del loro vivere quotidiano, e nessuno sano di mente oserebbe dargli torto. Io sono stato fortunato, perché avevo già dei contatti con dei ragazzi conosciutissimi in Città Vecchia, quindi andare in giro con loro era già sufficiente come biglietto da visita, però devo dire che appena potevo cercavo di farmi delle passeggiate da solo, per avere meno filtri possibile.

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Lavorare al graphic journalism può essere complesso, perché unisce due lavori ben diversi tra loro. Come ti sei approcciato all’esperienza?

Ho affrontato un lavoro alla volta, e poi ho cercato di armonizzarli il più possibile. Il primo in ordine di tempo è stato quello giornalistico. Raccolta delle fonti e selezione delle stesse, acquisizione di reference foto, audio e video, una parte di studio della materia (in questo caso soprattutto a livello urbanistico e sociologico), e una di esperienza sul campo, quella più istintiva di tutte: impressioni, sensazioni, atmosfera. Non ho fatto molti sketch sul campo, perché sono un po’ negato sulla parte dell’en plein air, e perché mi sembrava più efficace fare una foto, metterla da parte, e continuare a vivere il momento.

Sulla parte del reportage un aiuto fondamentale è stato quello di Pietro Scarnera. Con la sua esperienza giornalista, ha molto più chiaro di me come andrebbero scritte alcune cose. Il mio primo soggetto, e anche il secondo, peccavano molto di istintività e di una certa dose di ingenuità, è stato lui che ha “rimesso tutto in riga”, smorzando alcuni toni, e puntando di più su altri. A tutto questo (un lavoro di 3-4 mesi con una pausa in mezzo), è seguito lo sviluppo  della parte grafica. Non era la mia prima storia con Graphic News, sapevo quindi come utilizzare il loro linguaggio del webcomic, e sfruttarlo per creare dei momenti più ad effetto, e non è stato troppo difficile. È sempre complicato ragionare su delle slide invece che su una tavola, ma è come andare su una bicicletta strana, alla fine impari.

Quali sono le difficoltà maggiori affrontate nella città e nella lavorazione?

Questa è una risposta facile. Cercare di non fare il passo più lungo della gamba. Iniziare un lavoro su una città complicata come Taranto in un momento in cui sto ancora costruendo e definendo il mio stile, aveva dei fattori di rischio altissimi. Ero preoccupato per tutto il tempo di non avere l’autorevolezza necessaria per parlare con coscienza di Taranto e della sua situazione, per non parlare della competenza artistica, e quindi misuravo al millimetro parole ed espressioni per evitare qualsiasi tipo di fraintendimento. E sicuramente nella fase di scrittura ho avuto difficoltà a unire tutti i vari aspetti del reportage in una narrazione unitaria.

Che reazioni hai avuto dalla gente di Taranto?

Incredibile, non me l’aspettavo assolutamente. Da Taranto è partita un’emigrazione fortissima negli anni passati, che ormai sarebbe più corretto definire una diaspora, ma tutti hanno mantenuto un legame con la città, anche più forte dei cittadini veri e propri (come spesso accade a chi emigra). Tra i tarantini, e i tarantini emigrati, ho ricevuto tantissimi commenti, quasi tutti positivi. Ho passato settimane a discutere su Facebook con sconosciuti tarantini che avevano letto la storia, e volevano dirmi la loro. E mi dicono anche di aver sollevato un certo dibattito in città, pazzesco.

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E da chi Taranto non la conosce?

Una recensione tra quelle uscite appena dopo la pubblicazione recitava che l’autore leggendo il reportage aveva capito per la prima volta com’è fatta, com’è nata e come vive una città di cui non sapeva nulla. Per me questa cosa è stata una bella conferma. Perché era esattamente quello a cui volevo arrivare: fare una fotografia di una città e di una situazione incredibile senza dare troppi giudizi, ma cercando di prenderla nel suo complesso. E in generale mi sono reso conto che l’obiettivo della storia, non solo per quella recensione ma anche per altri riscontri, era stato centrato. In questo momento tuttavia la prima cosa che le persone mi chiedono è se sia tarantino, quindi è probabile che abbia anche esagerato nel parlarne.

Come hai adattato lo stile per illustrare le atmosfere della città, se lo hai fatto?

Sicuramente ho dovuto adattare il mio stile per l’alto numero di architetture che avrei dovuto disegnare, quindi avere una sintesi adeguata che riuscisse a far comprendere la realtà delle cose, senza rinunciare ad alcuni miei segni e caratterizzazioni. Per quanto riguarda i colori, Taranto ne ha di particolarissimi. Grigia, non bianca come altre città della Puglia, con vicoli scuri anche a mezzogiorno e spiazzi luminosissimi, e muri tappezzati di murales blu, rossi, bianchi e neri di Ciop&Kaf, che lì hanno trascorso un anno durante una residenza artistica incredibile. I colori erano fortemente caratterizzanti, e forse proprio per questo non li ho inseriti, preferendo insistere sulla luce e sul contrasto di bianchi e neri. Diciamo che ho preferito una sfida ad una strada forse più facile.

Perché avete deciso di portare proprio questo webcomic su carta?

Dopo la pubblicazione della storia su Graphic News, ci siamo resi conto che molte persone ci chiedevano una copia cartacea. Inizialmente questa richiesta ci ha spiazzato, almeno io pensavo che la circolazione della storia online fosse sufficiente per il suo pubblico naturale. Però si è deciso di stamparla per diverse ragioni. Rispetto ad altre storie presenti sul sito, questa era una di quelle che aveva la lunghezza giusta, trattava un argomento dall’inizio alla fine, senza inserirsi in un filone più ampio del giornalismo, come ad esempio le storie sui vaccini o sulle unioni civili, e in più possedeva una struttura adattabile alla stampa senza il rischio di stravolgerla troppo.

Inoltre da tempo c’era nell’aria la decisione di avviare una collana di libri targati Graphic News, e si aspettava una buona occasione. Non è stata la prima storia ad essere stampata (La Bolla di Emanuele Giacopetti ha avuto un’avventura editoriale), e non credo sarà l’ultima.

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