“Tokyo Ghost”, il cyberpunk logoro di Rick Remender e Sean Murphy

Il concetto alla base di Tokyo Ghost è semplice. Prendere il techno-orientalismo proprio dell’immaginario cyberpunk, e scorporarlo in due dimensioni spaziali contrapposte. Da una parte, una Los Angeles futuribile e distopica, in cui la tecnologia permea la società come narcotico (an)estetizzante. Dall’altra, un Giappone tradizionale e selvaggio, reinventato come lussureggiante ecotopia.

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La miniserie di Rick Remender (Fear Agent, Black Science) e Sean Murphy (Joe the Barbarian, Punk Rock Jesus) si muove nello spazio di contrapposizione estetica e ideologica tra questi due luoghi narrativi. Il primo volume, recentemente pubblicato da Bao Publishing, fa propria la lezione di maestri come William Gibson e Mamoru Oshii per restituire una visione radicata nei cliché del genere. Troviamo quindi lo sprawl losangelino, gli impianti cibernetici e la pervasività capillare della pubblicità… Una rappresentazione anti-sublime della tecnologia, ma che assume inoltre alcuni tratti grotteschi di un Transmetropolitan o di un Marshal Law.

I protagonisti di Tokyo Ghost sono una coppia – in tutti i sensi – di ‘agenti’, poliziotti del futuro al soldo di una multinazionale dell’intrattenimento: la supersexy Debbie Decay [sic] e il nerboruto Led Dent, una specie di incrocio tra Judge Dredd e Ghost Rider. Dent è poco più di un automa, un tecnozombie dipendente dalla tecnologia e dagli show televisivi trasmessi ininterrottamente nel suo casco.

Il meccanismo narrativo primario vede i due spostarsi in Giappone, alla ricerca di un fantomatico signore della guerra il cui campo EMP impedisce agli americani di intrufolarsi nell’isola e saccheggiarla di preziose risorse naturali. La trama parallela, invece, ruota intorno al rapporto tra Led e Debbie, e soprattutto al tentativo della ragazza di liberare il compagno dalla sua assuefazione.

L’idea di articolare il rapporto uomo-tecnologia come forma di tossicodipendenza è forse uno degli aspetti più interessanti del fumetto. Lo spunto ha in realtà una storia antica, essendo stato elaborato – in forma embrionale, s’intende – già da Marshall McLuhan.

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Ne Gli Strumenti del Comunicare (1964), il massmediologo canadese analizzò infatti il feticismo tecnologico come forma di proiezione della propria corporalità, che si aliena come forma di auto-amputazione in estensioni sensoriali. L’utilizzo di queste estensioni tecnologiche provoca un vero e proprio intorpidimento, in greco narcosis, simile a quello provato da Narciso nei confronti propria immagine.

In Tokyo Ghost Remender articola così l’idea di narcotizzazione sensoriale come forma di addiction psicofisica nei confronti del sovraccarico semiotico e tecnologico. Un tema antico, insomma.

Peccato che questa riflessione, pur sempre interessante e di attualità, si inserisca all’interno di un immaginario logoro e incolore. L’abuso di stereotipi estetici e culturali, e soprattutto la loro mancata rielaborazione, smorza l’efficacia della riflessione fantascientifica.

Tra i problemi più evidenti, almeno in questo primo numero, figura inoltre il rapporto tra Debbie e Led, soprattutto nella caratterizzazione del personaggio femminile. Qui Remender cade in qualche cliché di troppo. Ci mostra infatti una ragazza intrappolata in una relazione del tutto insoddisfacente, ai limiti del patologico, come forma di compensazione nei confronti dell’assenza di una figura paterna. Quando Dent le chiede come mai rimane ancora ancora con lui, nonostante non le possa offrire nulla, lei risponde «Sono cresciuta cercando di ottenere l’amore da qualcuno che non me lo voleva concedere». Insomma, daddy issues nell’epoca della loro riproducibilità tecnica.

Non aiuta, inoltre, che Debbie sia rappresentata in maniera piuttosto sessualizzata. La sessualizzazione dei personaggi non è un problema in quanto tale, ma lo diventa nella misura in cui: 1. influenza l’aspetto estetico in maniera insensata/incoerente; 2. soprattutto, viene utilizzata per discriminare per un dato personaggio rispetto agli altri. Questo è quanto accade in Tokyo Ghost.

Nonostante sia una supersbirra del futuro, Debbie non può sfoggiare un’armatura come il suo partnerDent, o comunque un abbigliamento consono allo stile di vita spericolato. Per lei, solo minishorts e reggiseno. Si potrebbe obiettare che anche il protagonista maschile è sessualizzato, essendo un muscoloso bonazzo che appare spesso senza maglietta. La differenza, in questo caso, sta nel sadismo. Per prevenire ogni possibilità di proiezione omoerotica da parte del lettore maschile, gli autori indugiano – in maniera inconscia, s’intende – sulla spettacolarizzazione della violenza.

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Quasi come un feticcio, il corpo di Dent è costantemente violato e martoriato, penetrato da frecce (ehm) e ricoperto di sangue. Debbie no. Il suo bel fisichino seminudo è esente dai segni tangibili del conflitto. Il suo perizoma in primissimo piano, semmai, ci suggerisce che il sesso può essere utilizzato per esorcizzare una dipendenza. Ovvero l’idea che la donna, a conti fatti, serva a epurare l’uomo dai suoi lati brutali e animaleschi. Tokyo Ghost pare quindi una rilettura in salsa cyberpunk de La Bella e la Bestia.

Per prevenire ogni possibilità di proiezione omoerotica da parte del lettore maschile, gli autori indugiano – in maniera inconscia, s’intende – sulla spettacolarizzazione della violenza. Quasi come un feticcio, il corpo di Dent è costantemente violato e martoriato, penetrato da frecce (ehm) e ricoperto di sangue. Debbie no. Il suo bel fisichino seminudo è esente dai segni tangibili del conflitto. Il suo perizoma in primissimo piano, semmai, ci suggerisce che il sesso può essere utilizzato per esorcizzare una dipendenza. Ovvero l’idea che la donna, a conti fatti, serva a epurare l’uomo dai suoi lati brutali e animaleschi. Tokyo Ghost pare quindi una rilettura in salsa cyberpunk de La Bella e la Bestia.

A di là degli stereotipi di genere, il primo volume di Tokyo Ghost è discutibile ma non interamente da trascurare. La mano esperta di Murphy, coadiuvato dal bravo colorista Matt Hollingsworth (Occhio di Falco), impreziosisce la dimensione fantascientifica e ne redime qualche aspetto fin troppo banale.

Senza raggiungere le vette di un Geof Darrow, il ritmo compresso della narrazione, la cura maniacale del dettaglio e la spettacolarizzazione della violenza rendono Tokyo Ghost un ottovolante cyberpunk su cui si sale volentieri. Non bastano però il ritmo e la seduzione dello sguardo per far dimenticare i limiti narrativi e di immaginazione. La prima raccolta in volume, che copre metà della miniserie, lascia poche speranze per il futuro, ma non demordiamo: la fantascienza, nel fumetto (e non solo), ha ancora molto su cui ‘spingere’.

Tokyo Ghost
di Rick Remender, Sean Murphy, Matt Hollingsworth
traduzione di Leonardo Favia
Bao Publishing, marzo 2017
brossura, 136 pp., colore
14,00 €

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