Un’altra storia segreta del mondo firmata da Jonathan Hickman

Tutti i mercoledì negli Stati Uniti vengono pubblicate decine di albi a fumetti. Ogni Maledetta Settimana è la rubrica che tutti i venerdì, come un osservatorio permanente, racconta uno (o più) di questi comic book.

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«Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi piani», diceva Woody Allen, e con il senno di poi deve averlo pensato anche Jonathan Hickman. Nella postfazione del terzo numero di The Dying and the Dead, uscito nel settembre 2015 dopo che i primi due erano stai pubblicati rispettivamente ad aprile e gennaio, lo sceneggiatore si scusava dei ritardi e prometteva un pubblicazione più regolare nel 2016, addirittura mensile aveva osato dire. Fast-forward 18 mesi dopo: lo scorso mercoledì esce il numero 4 della serie, comprensibilmente questa volta senza una postfazione.

Visto che nel mentre Hickman non è certo stato con le mani in mano (ha altre tre serie in corso alla Image: The Manhattan Projects, East of West e Black Monday Murders), e considerato che il disegnatore Ryan Bodenheim ha fatto solo una manciata di copertine in questo intervallo di tempo, è probabile sia stato lui ad avere qualche serio problema. Quali che siano le ragioni, è un piacere ritrovare questa serie, dove un gruppo di anziani ex commilitoni è richiamato all’azione da uno di loro, che ha stretto un patto per salvare la moglie dal cancro. In cambio dovrà impedire che sia ricomposta un’arma mitologica capace di uccidere i Baduri, fantasmi di un’antichissima e superiore civiltà che ha guidato, fermato e tollerato lo sviluppo dell’umanità nel corso dei millenni.

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Al solito con Hickman l’intreccio è complesso, un vasto mosaico di cui vengono lentamente disposti i pezzi, tanto che ancora non abbiamo saputo nulla di chi sta rimettendo le mani su quell’arma, in compenso abbiamo avuto un po’ di spiegazioni sulla storia dei Baduri e sul loro rapporto con l’umanità. Inoltre abbiamo visto che l’arma stava per essere riunita durante la Seconda guerra mondiale da Hirohito, cosa che si lega al passato di questo gruppo di uomini della Greatest Generation. La rivelazione dei segreti e dei colpi di scena avviene, anche qui come di consueto con Hickman, attraverso dialoghi dove i personaggi sanno molte più cose del lettore e capiscono i doppi sensi delle reciproche battute, che noi invece possiamo solo cercare di inferire, non disponendo ancora di tutti i pezzi del puzzle.

Rispetto ad altre serie di Hickman però il quadro si sta completando piuttosto in fretta, complice un primo episodio di ben 60 pagine e numeri successivi da 30 pagine, tutti senza infografiche, schemi, documenti e altro che lo scrittore ama solitamente infilare nelle sue opere (in questo Black Monday Murders è inarrivabile).

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Alle matite Bodenheim, che aveva già collaborato con Hickman su Red Mass for Mars e Secret, si conferma un disegnatore visionario, che dà il meglio di sé nel primo numero con la città dei Baduri, nel terzo con un flashback all’età della pietra, dove firma alcuni disegni di notevole grazia, e nelle scene splatter (una delle quali coinvolge Mussolini). Il suo tratto nitido lascia però una certa freddezza negli ambienti interni e soprattutto nei volti, cosa problematica visto quanto finora i personaggi dialoghino. Oltretutto le tavole, tutte all’insegna di una griglia con vignette “widescreen” per azioni però raramente spettacolari, risultano piuttosto monotone.

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Più interessante ed efficace è la colorazione di Michael Garland, in piena controtendenza rispetto alla gran parte degli albi Image. Anziché puntare su cromatismi forti, è perennemente desaturata, anche quando con funzione drammatica vira l’intera immagine verso il rosso o una sorta di giallo-seppia o altri colori. Questo tono tenue che avvolge le scene ha un duplice effetto: da un lato comunica la sensazione di vite e civiltà al tramonto in tema con la serie, dall’altra fa risaltare i Baduri dalla carnagione completamente bianca rendendoli ancora più soprannaturali.

The Dying and the Dead non sarà probabilmente il capolavoro di Hickman ma si conferma una serie di ottimo livello, ricca di molti misteri ancora da dipanare e con protagonisti più fragili e umani di quelli di altre sue opere. Bentornata!

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Bonus: Scritto da Chip Zdarsky, disegnato da Djibril Morissette e colorato da Mat Lopes, Star-Lord Annual trova il protagonista da solo su un pianeta desertico, da cui non può lanciare segnali di aiuto nello spazio. Un’ambientazione da western che infatti segue i tropi del genere, con una feroce banda di assassini usurai che terrorizzano gli abitanti di una cittadina. Star-Lord, nonostante sappia che gli avversari sono davvero temibili, di fronte all’ennesimo sopruso decide di ribellarsi. Fino a qui tutto bene, purtroppo però la risoluzione del conflitto passa per un espediente del tutto improvviso e gratuito, che delude su tutti i fronti. L’epilogo risolleva un po’ le sorti dell’albo, ma rimane un’occasione malamente sprecata..

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Bonus 2: Si è conclusa con il numero nove Red Team – Double Tap, Center Mass (della quale abbiamo già parlato QUI)la seconda miniserie di Garth Ennis e Craig Cermak dedicata alle indagini di due ex-membri di una squadra speciale di polizia, bravissimi a cacciarsi nei guai come a tirarsene fuori. L’intreccio viene ricostruito da lunghi dialoghi, scritti però con notevole ritmo e perizia da Ennis e tutto tiene piuttosto bene, incluso l’epilogo amaro. Solo la risoluzione, nel penultimo episodio, era stata un po’ troppo comoda e affrettata, tra crisi di nervi, infarti e confessioni. Poco male, rimane un buon poliziesco, il cui principale limite sono i disegni di Craig Cermak, peggiorati oltretutto dai piatti colori digitali di Vinicius Andrade.

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Bonus 3: Con il terzo numero della nuova serie scritta da Matt Kindt e disegnata fin qui da Tomas Giorello – con alcune tavole di David Mack – si conclude il primo ciclo di X-O Manowar (già trattata QUI). Il protagonista viene tradito e ricompensato allo stesso tempo, ma soprattutto viene condannato a partecipare a una guerra perché questa è l’intima natura di cui non riesce a liberarsi. Oltretutto è messo bene in chiaro da Kindt che in questo conflitto non ci sono parti in causa migliori di altre, dunque la vera battaglia di Aric è riuscire a fare a meno della sua armatura senziente, che però lo tormenta.

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Non male sul piano narrativo, la serie è imperdibile grazie ai magnifici disegni di Giorello, la cui plasticità delle figure e il senso epico della scena hanno davvero pochi rivali.