Recensioni Novità Saga vol. 7: I profughi della guerra dei mondi

Saga vol. 7: I profughi della guerra dei mondi [Recensione]

Avete presente le copertine fuorvianti? È una pratica diffusa po’ dappertutto, per cui l’immagine sulla copertina anticipa un momento – di solito climatico e/o violento – che però non accade all’intero dell’albo. Oppure accade in maniera diversa. Pensiamo a un numero qualsiasi di Dylan Dog oppure di The Walking Dead. È possibile che l’idea abbia avuto origine con le riviste pulp, all’inizio del secolo, magari in maniera un po’ fortuita. Il processo ha poi assunto una magnitudine considerevole con i supereroi della Silver Age.

Prendiamo questa cover di Superman’s Girlfriend Lois Lane del 1968. Sul serio Superman vuole uccidere la sua amata Lois? Nah. Dentro l’albo, la sequenza ha un tono del tutto diverso, con Supes che anzi salva Lois dal soffocamento. Per certi versi, le copertine fuorvianti erano l’unico spazio di sovversione che i fumetti americani si permettevano, in pieno periodo Comics Code. Immaginare le peggiori aberrazioni e violazioni del codice, per poi ricondurre tutto alla normalità.

Cosa c’entra tutto questo con Saga? L’immagine promozionale del settimo volume, nonché copertina del trentasettesimo albo della serie, ci presenta la “Guerra per Phang”. Di che cosa si tratta?  Stiamo per assistere a una cruenta e spettacolare battaglia? Siamo finalmente alla resa dei conti tra ‘le ali’ e ‘le corna’? Niente di tutto ciò.

saga 7

Nel settimo volume della saga fantascientifica di Brian Vaughan e Fiona Staples, la guerra per Phang è vissuta da lontano, alle propaggini del campo di battaglia. Il combattimento vero è proprio lo vediamo in un flashback di sole tre pagine. I nostri eroi sono spettatori, più o meno invisibili, del teatro di guerra. E con loro i più invisibili di tutti: i profughi. Come ci racconta la piccola Hazel, «Con le infrastrutture distrutte, a Phang restava una sola cosa da esportare… RIFUGIATI». Ancora una volta, Saga gioca con le nostre aspettative al fine di sovvertirle. Non si tratta di un gioco postmoderno, o di una strizzata d’occhio al lettore. La differenza con Superman’s Girlfriend Lois Lane sta nella volontà di de-romanticizzare e smitizzare la guerra. Perché la guerra, in qualunque parte la si viva, fa schifo.

Il party composto da Marko, Alana, Petrichor e Izabel approda così su Phang, pianeta – o, meglio, asteroide – natale dell’ex prostituta bambina Sophie. Phang è un turbolento crogiuolo di popoli in odio fra loro, assai ricco di risorse naturali e sede dell’ennesima, insensata guerra per procura tra Landfall e Wreath. Qui, i nostri danno rifugio all’interno della loro astronave a una famiglia di suricata-profughi ultrareligiosi, nonostante le proteste di Petrichor: «Sto parlando del clan di bestie con il quale vi siete stupidamente alleati». Mi piace come il personaggio ‘diverso’ sia il più incline al pregiudizio.

Non bisogna essere megaesperti di geo-politica per cogliere l’analogia tra Phang e la situazione mediorientale (in particolare quella in Siria): il conflitto interetnico, l’abbondanza di risorse, la presa di posizione delle superpotenze che appoggiano questa o quella fazione, i profughi e gli sfollati. Pur correndo il rischio di cadere nel didascalismo, gli autori orientano in una nuova direzione il loro ciclo dei vinti. Per raccontare, ancora una volta, una ‘piccola storia’.

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Vaughan mette il piede sull’acceleratore analogico anche per mascherare quella che è, a conti fatti, una riproposizione di elementi già visti. Senza eccedere negli spoiler, si può dire che questo numero riutilizza in maniera abbastanza pedissequa degli snodi narrativi e degli espedenti già presenti nei precedenti volumi. È forse conseguenza di quel ‘navigare a vista’ di cui avevamo già parlato. Lo sceneggiatore ha delle buone doti di world-building, e gestisce in maniera efficace le formule di genere. Tuttavia, come dimostrato anche in altri lavori come Y L’ultimo uomo, pecca un po’ nella struttura narrativa che, sul lungo periodo, tende al trascinamento.

Un altro punto critico concerne la rappresentazione dei profughi. Gli autori hanno optato per uno zoomorfismo che evita di attribuire connotazioni troppo specifiche a questi personaggi. I nomi, tuttavia, tradiscono una appartenenza geografica e culturale: il giovane amico di Hazel si chiama Kurti, mentre la madre Jabarah, nome femminile in lingua urdu. Trovo problematica la scelta di rendere i suricata, e in particolare Jabarah, così legati alla propria fede. Quando le cose si mettono male, decidono infatti di morire in nome del loro dio, invece di farsi salvare e scappare dalla guerra.

Tra tutte le scelte che Vaughan poteva fare, il fondamentalismo religioso è sicuramente funzionale all’economia generale del racconto. Consente infatti agli autori quel finale cupo e nichilista di cui tanto sentivamo la mancanza. Ma questa scelta va a rinforzare – in maniera sempre non esente da problemi – lo stereotipo del mediorientale come integralista e fanatico, che rispetta in maniera deleteria i precetti del proprio monoteismo.

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L’epilogo va quindi a sovvertire quel senso di speranza che avevamo visto nel numero scorso. Ci riporta coi piedi per terra e conclude un volume dove la morte permea ogni cosa, neanche fossimo in una puntata di Game of Thrones. Perché la guerra è così. Non c’è nulla di eroico o di fantastico, nulla di romantico o cavalleresco. C’è solo la disperazione di chi perde i propri cari, e di chi non avrà nemmeno l’occasione di conoscerli.

Gli indizi sparsi qua e là, poi, non lasciano presagire nulla di buono per i prossimi numeri. Le cose crollano, e il centro non può reggere. Pur con tutto il suo nichilismo, il finale di Saga vol. 7 contiene però un’agghiacciante rassicurazione. Ci ricorda che possiamo chiudere la pagina e tornare alla nostra vita. L’importante è non dimenticare che qualcuno, da qualche parte, questa opportunità non ce l’ha più.

Saga vol. 7
di Brian K. Vaughan e Fiona Staples
Traduzione di Michele Foschini
Bao Publishing, 2017
144 pagine a colori, € 14,00

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