Recensioni Classic "Spider-Man: Il bambino dentro", 25 anni dopo

“Spider-Man: Il bambino dentro”, 25 anni dopo

Tra gli anni Ottanta e Novanta, l’Uomo Ragno era titolare di una quantità spropositata di testate. La sua presenza saturava il mercato supereroistico con molti prodotti di qualità variabile, anche se l’unica serie che valeva la pena prendere in considerazione è l’ammiraglia Amazing Spider-Man. Solitamente serie di seconda fascia, The Spectacular Spider-Man trovò motivo d’interesse in J.M. DeMatteis, sceneggiatore che alla fine degli anni Ottanta iniziò a scrivere l’Uomo Ragno e del quale sarebbe diventato in seguito uno degli autori principali. DeMatteis si fece subito apprezzare per L’ultima caccia di Kraven, in cui elevava a personaggio Kraven, nemico-macchietta di Spider-Man che in questa (giustamente) celebrata storia faceva prendere all’universo di Peter una piega oscura, psicologica e intimista.

Le stesse caratteristiche si ritrovavano nel seguito spirituale di L’ultima caccia di Kraven, cioè Il bambino dentro, un arco narrativo che divenne la spina dorsale di un progetto più grande dedicato alla caduta di Harry Osborn, all’epoca detentore del mantello di Goblin, e che sarebbe culminato con un finale commemorativo in The Spectacular Spider-Man #200. Fu una storia le cui conseguenze avrebbero avuto effetto per i quindici anni successivi, a memoria di un tempo in cui le vicende nei fumetti avevano un peso specifico maggiore di ora.

il bambino dentro recensione

Disegnato da Sal Buscema, Il bambino dentro era innanzitutto uno studio psicologico su tre personaggi, Peter Parker, Harry Osborn e Vermin (un cattivo creato da DeMatteis su Captain America e utilizzato ne L’ultima caccia di Kraven), ognuno dei quali doveva confrontarsi con un trauma infantile, un rimosso e una relazione turbolenta con la figura genitoriale. Il quadro più grande era invece quello che incorniciava il profilo di Harry, che negli episodi successivi alla storia centrale de Il bambino dentro avrebbe azzardato lo scacco finale a Peter.

Il fumetto seriale è fatto di ridondanze. Per un fattore merceologico (perché torna tutti i mesi a raccontare sempre la stessa storia) e per un’ispirazione classica, dato che i supereroi risentono dell’influenza mitologica. Gli scontri tra eroe e nemesi fanno parte di questo schema circolare e, nel caso dell’Uomo Ragno, la lotta contro il suo maggior nemico, Goblin, è quasi sempre spostata su un piano personalissimo.

Dopo gli avvenimenti de Il bambino dentro (1991-1993), gli autori avrebbero iniziato a indagare i motivi che portano i due personaggi a scontrarsi, in storie dal vago sapore destrutturalista, perché le domande che ponevano, oltre che ai personaggi, erano rivolte ai lettori. Nel 2002, per esempio, la saga Una morte in famiglia avrebbe spinto a esiti estremi il rapporto simbiotico tra Spider-Man e Goblin. Estremo era il profilo di chi l’aveva realizzata, Paul Jenkins e Humberto Ramos, due autori che mi ossessionano. Il primo perché è riuscito a infilare una serie di progetti grossi in Marvel e poi è sparito; il secondo perché ha avuto un percorso stilistico in bilico sul solco che separa ispirazione e opportunismo, tra mascelloni, piedi giganti e occhi grossi come rape, che non ho mai capito se fossero parte di un’esigenza creativa o di un desiderio di seguire la moda.

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Ed estremo era il ragionamento che portò Jenkins a domandarsi perché quei due non facessero altro che combattersi da una vita, battendosi come fabbri. Una morte in famiglia metteva in scena tutti gli elementi che contraddistinguevano la loro relazione, ma spinti all’eccesso: l’efferatezza (Norman che manda in televisione la ripresa della morte di Gwen Stacy, per poi far ubriacare Flash Thompson per farlo schiantare contro una scuola e mandarlo in coma), il sadismo, il bisogno reciproco che sfocia nell’imbarazzo di vedere Goblin e Spider-Man chiacchierare e ridere come fossero amiconi. Entrambi i Goblin (Norman e Harry) sono guidati da una giocosa (per Norman) o lacerante (pe Harry) pazzia.

Il bambino dentro è una storia di padri e figli (e anche di donne che paiono impotenti di fronte al crollo dell’amato o della prole, come senza mezzi per affrontare le ferite, da Mary Jane a Liz Allen passando per la madre di Vermin), in cui Harry Osborn, figura tragica, perfino patetica nel suo bisogno di riscatto schiacciato dalla sudditanza verso il padre, viene giustapposto a un Peter Parker scosso e dubbioso (almeno nella prima parte) e a un Vermin che sa essere tanto violento quanto indifeso.

DeMatteis tratteggia i tre personaggi come creature in crisi, capaci di gesti feroci e gentili, che cercano la stessa epifanica soluzione ai loro traumi (tra cui quello di Vermin, vittima di violenza da parte del padre, una delle prime volte che il fumetto supereroistico ne tratta). E infatti tutta la saga è tenuta insieme da simmetrie come la divisione in dodici vignette di ogni inizio di capitolo e chiasmi compositivi (pagina divisa a metà in cui da una parte l’occhio del lettore si avvicina al personaggio e dall’altra si allontana).

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Rispetto a L’ultima caccia di Kraven, il “cosa” de Il bambino dentro (lo scavo nelle paure dei personaggi e i percorsi di crescita che portano alla guarigione) è ancora apprezzabile, è il “come” che lascia un retrogusto stantio in bocca. I pensieri sono fin troppo espliciti, forse per paura di far risultare gli archi psicologici poco chiari, i dialoghi sbrodolati e allo stesso tempo spezzettati in più vignette per risultare a effetto. Si avverte l’incertezza di una creatività che tenta di stare al passo coi tempi e c’è una forte tensione tra un fumetto pensato in maniera classica (posato, descrittivo, che lavora sulla sequenza e non sull’immagine) ma realizzato con i mezzi dell’allora fumetto moderno (urlato, impressionista, iconico).

Ancora non era chiaro che la disequazione “stile > sostanza” su cui si fonda la carriera di autori come Todd McFarlane sarebbe diventata un’equivalenza (e il canades avrebbe vinto la partita imponendo un’iconografia che ancora echeggia nella produzione ragnesca), ma Il bambino dentro tentava di combattere le mode dell’epoca proponendo introspezione e rimuginazioni psicologiche.

Buscema aveva interiorizzato lo stile di McFarlane, che stava entrando nel Canone ragnesco con le tele i fili e i decori ornamentali, e ne restituiva una versione minimale che avrebbe a sua volta fatto scuola (guardate come vi ci aderiva il Tim Sale di Spider-Man: Blue). In questo funzionava, erano le pagine più riuscite del volume per eleganza e raffinatezza, perché metabolizzava bene qualcosa di estraneo. L’aspetto negativo era presente nel tentativo di avvicinarsi all’immaginario Image, imitandolo senza averlo prima fatto suo: DeMatteis gettava esche insipide che poi Buscema enfatizzava con splash page immotivate (come quella nella quale Spider-Man ferma la mano a Molten) ed effluvi di bocche spalancate, espressioni estreme, occhi aperti, menti aguzzi e masse muscolari squadrate.

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Britney Spears che fa il featuring con Iggy Azalea, il vecchio leone che sfida il giovane baldanzoso per il dominio del branco. Se Il bambino dentro è riuscito a invecchiare con più lentezza rispetto a fumetti coevi è perché tiene a bada le tavole, non squassa la griglia con effettacci vuoti o tagli sbilenchi (cosa che invece fa con le didascalie ribaltate, per veicolare un senso di rottura e caos un po’ banalotto).

Ristampato per la prima volta dalla sua unica apparizione italiana, Il bambino dentro raccoglie in un volume di pregio (con lettering moderno e resa dei colori brillanti) una storia che il suo pregio l’ha un po’ perso nel tempo.

Spider-Man Collection: Il bambino dentro
di J.M. DeMatteis e Sal Buscema
Panini Comics, 2017
248 pagine a colori, € 18,00

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