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Sunday Page: Silvia Ziche su Claire Bretécher

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Oggi ospite deluxe: Silvia Ziche, una delle autrici umoristiche più importanti del panorama italiano. Vicentina, Ziche sbarca a Milano negli atti ottanta per studiare all’Istituto di design. Debutta su Linus, per poi apparire, tra le altre, su Cuore e Comix; è però Topolino a darle la possibilità di dimostrare le sue abilità di narratrice ad ampio respiro, grazie a saghe come Il papero del mistero e Il grande splash. Negli anni duemila, oltre a collaborare a vari progetti con autori come Tito Faraci e Vicenzo Cerami, scrive e disegna Amore mio, opera in cui compare per la prima volta il personaggio di Lucrezia.

bretecher

La tavola è una de I frustrati di Claire Bretecher. È del 1978, ma io l’ho vista nella ristampa Bompiani dell’86. Avevo 19 anni, stavo muovendo i primi timidi passi nel mondo del fumetto, e stavo ancora cercando il mio modo di raccontare. Da ragazzina avevo letto prevalentemente Topolino e Asterix, mi ero fatta un’idea del fumetto come racconto avventuroso. Poi invece ho scoperto Bretecher, e sono rimasta fulminata. Si poteva raccontare anche altro. Le avventure interiori delle persone. La politica. La società. Si potevano anche raccontare cose banali senza essere banali. Sto parlando in generale dei suoi fumetti.

Questa tavola, in particolare, mi è rimasta in testa perché è leggera ma non stupida, fa ridere, e perché con pochissime parole racconta tutta la storia dei personaggi rappresentati. E poi perché Claire Bretecher era una donna, l’adoravo, e ho pensato che fosse normale per una donna fare fumetti. Essendo io una donna (all’epoca, una ragazzina) appassionata di fumetti, e avendo conosciuto, abbastanza presto, questa gigantesca autrice, ho pensato che fosse normale che le donne facessero fumetti. Che Bretecher fosse una delle poche l’ho scoperto dopo.

Trent’anni fa le donne che facevano fumetti erano, in generale, poche. Ad aumentare la mia illusione forse c’è anche il fatto che la prima redazione in assoluto a cui mi sono presentata per cercare di piazzare i miei fumetti era quella di Linus, che sotto la direzione di Fulvia Serra era composta esclusivamente di donne. C’era di che alimentare il mio malinteso, no?

Mi è poi rimasta la schizofrenia dovuta a questa folgorazione: Topolino da una parte, e Lucrezia, che arriva da Claire Bretecher e da altri fumetti scoperti successivamente, dall’altra.

Della Bretecher in generale cosa ti affascina?

Di Claire Bretecher mi è piaciuto il modo di raccontare le persone, la società, attraverso piccoli momenti, piccoli dialoghi, piccoli particolari che però sono rivelatori. Mi piace anche il suo modo buffo di disegnare le espressioni dei personaggi.

Ti sembrano cambiate le cose ora, in termini di presenza femminile nel fumetto?

Certo che sono cambiate. Ora ci sono molte più donne, sia lettrici che autrici. Anche se rimane un mondo prevalentemente maschile, col tempo ci metteremo in pari.

Per arrivare alla punchline ci sarebbero mille strade diverse, in termini di quantità di vignette utilizzabili. In questo caso, ogni vignetta ha una funzione. Però, per dirne una, la quarta vignetta mi sembra ridondante – forse perché non funzionale, cioè serve solo a creare un’atmosfera (che alla fine è sempre una funziona, solo diversa da quella narrativa). O forse ancora la ridondanza serve a sottolineare il concetto?

Non avevo nemmeno notato le cose che mi hai fatto notare tu. Significa che nel complesso la tavola funziona, e letta con gli occhi di un normale lettore, come ero io all’epoca, e non di un “tecnico”, fila via liscia e ti racconta quello che ti vuole raccontare. La tavola ha una griglia rigida che impone il numero di vignette, e l’autrice vuole soffermarsi sulla difficoltà della protagonista nel mangiare l’insalata ricciolina, e sul tempo che ci mette ad averne ragione. Servono tante vignette, altrimenti non si raggiunge il risultato.

A un certo punto l’inquadratura stringe solo su di lei. Pensi sia perché non ci sia più bisogno di vedere la reazione di lui nella parte centrale della gag?

Non so perché Bretecher abbia scelto di stringere il campo solo su di lei in quel momento. Forse perché le è venuto così (una motivazione che spinge sempre anche me, nelle mie scelte). Anch’io, al suo posto avrei stretto su di lei, a un certo punto. Magari in maniera diversa, ma lo avrei fatto. L’espressione di lui è sempre la stessa, inutile insistere su quel punto. Insomma, a mio parere, se una tavola funziona, forse non è il caso di stare lì a fare troppo le pulci. Funziona, quindi va bene così.

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