Death Note, il film Netflix: poco manga e poco thriller

di Antonio David Alberto

Dopo una lunga gestazione, il film Death Note è finalmente arrivato, disponibile in streaming su Netflix. L’adattamento dell’omonimo e fortunato manga di Oba e Obata è stato a lungo accompagnato da critiche furibonde dei fan, ben prima della diffusione dei trailer. Tra le altre cose, la produzione e la scelta del cast sono state ripetutamente tacciate di whitewashing. Dopo averlo visto, lasciatemelo dire: quello è l’ultimo dei problemi.

Partiamo da un presupposto: Death Note sarebbe un film non così pessimo… Se non avesse il nome che porta. Il lungometraggio Netflix prende il concetto del manga di Obata e Oba ma ne sviluppa male le idee, amplificando le parti secondarie e tralasciando quelle primarie.

Se non esistesse l’opera originale, Death Note di Netflix sarebbe un filmetto scialbo, senza infamia e senza lode con buone idee di fondo: un quaderno della morte, un ragazzo che vuole cambiare il mondo e che per farlo deve scontrarsi contro quel bene che gli sta così tanto a cuore. Da una parte il bene che non vuole scendere a compromessi, il giudice, la giuria e il boia rappresentati da Light Turner (o Kira); dall’altra L, detective internazionale che risolve i casi più intricati e difficili.

Tutta la prima parte del manga originale si basava sulla partita a scacchi giocata dai due protagonisti, una serie di mosse e contromosse che non facevano altro che mantenere alta la suspense, aggiungendo però, di volta in volta, personaggi nuovi, situazioni al limite dell’incredibile e una sceneggiatura in grado di non scivolare mai in soluzioni banali.

L’autore del manga ha dimostrato più volte che la sua opera si è sempre basata sui dialoghi, mai sull’azione. Certo, le sequenze d’azione non sono mai mancate, ma la guerra tra L e Light si è sempre combattuta al computer, nelle menti dei due e pochissime volte con le pallottole, per intenderci.

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Inoltre Death Note è stato anche un thriller critico verso la società giapponese contemporanea, in cui bianco e nero sono solo due facce della stessa medaglia: l’ingiustizia sociale. Una medaglia che troppo spesso si inverte, lasciando impuniti i colpevoli a scapito dei deboli, vessati e umiliati dal più forte.

Oba voleva stupire i lettori, calando il sovrannaturale nella realtà di tutti i giorni, e trasfigurando in maniera piuttosto radicale le tradizionali simbologie ‘morali’: luce e oscurità, Bene e Male. Light Yagami è un ragazzo brillante che vuole creare un mondo puro, ma attraverso la morte, elargendo la sua giustizia senza processo e senza diritti.

Se questi concetti vi sembrano basilari nell’economia di Death Note, pare che non sia stato così per Adam Wingard, Charley Parlapanides, Vlas Parlapanides e Jeremy Slater. La scusa del “liberamente ispirato a” non regge quando si parla di successi tanto radicati. Il manga di Oba è tra i più apprezzati bestseller seriali, da critica e fan, degli ultimi venti anni di storia del manga. Le vicende di Light e L hanno segnato una generazione di lettori in tutto il mondo, ma gli sceneggiatori americani sembrano non averci badato molto, operando dei taglia e cuci francamente poco plausibili.

Probabilmente certi produttori e creatori statunitensi non hanno imparato da quella batosta chiamata Dragon Ball Evolution. Come sempre, da buon action hollywoodiano con adolescenti, Death Note si trasforma nella solita storia d’amore disastrata che vede i due giovani ragazzi coinvolti in una relazione distruttiva, relegando al background molte altre storie più interessanti (per l’appunto la guerra psicologica tra L e Light).

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Il Light Turner di Death Note diventa allora un protagonista scialbo, macchiettistico e debole, ben lontano dalla figura brillante e onnipotente tracciata da Oba. Le colpe, però, non sono da imputare all’attore o alla questione del cambio di etnia, no. Questo Light Turner sarebbe stato pessimo anche se fosse stato orientale. È un antieroe che passa quasi inosservato, spettatore degli eventi per larga parte del film. Nulla a che vedere con il deus ex machina del manga.

La vera protagonista dell’adattamento è Mia che, probabilmente, dovrebbe essere il corrispettivo di Misa Amane. Anche qui, non si può dire con certezza, perché il personaggio viene totalmente stravolto: si passa dalla personificazione della classica idol giapponese ad una adolescente borderline con manie di controllo e uno strano senso del dovere. Paradossalmente, è lei a sembrare la vera Light Yagami del manga.

La delusione più cocente, però, è data da L. Inizialmente, le capacità e le caratteristiche del detective sembrano quelle della controparte cartacea: intelligente, maniacale, scrupoloso, deduttivo ai limiti della premonizione.

La storia sembra seguire, almeno nella parte dedicata ad L, la storyline progettata da Oba. Attraverso le sue deduzioni, il detective arriva ad individuare in Light Turner, Kira. Poi, però, qualcosa si spezza e il riflessivo L diventa quasi uno dei criminali che tanto odia. Arriva all’uso della violenza e la partita a scacchi con Light quasi non esiste. L’L del film di Netflix non fa che urlare, sparare e guidare per la seconda parte della storia, tradendo in pieno quel personaggio che i fan avevano apprezzato nel corso della pubblicazione del manga.

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E qui si arriva alla sceneggiatura. Il film di Death Note decide sì di ispirarsi all’omonimo manga, ma male. Lingard si limita al compitino, trasformando un gioiello del manga popolare in una tipica pellicola di serie B da cinema d’oltreoceano. Altro che Gus Van Sant (ricordate la notizia che, tre anni fa, aveva sorpreso – e illuso – tanti cinefili?).

Vengono inventate regole ridicole pur di giustificare una narrazione piatta e stantia: l’abbandono del Death Note per sette giorni e il successivo passaggio ad un nuovo padrone; il fatto che uno Shinigami venga visto solo dal possessore del Death Note; fino ad arrivare al mancato accenno dell’occhio del Dio della Morte o alle ingerenze di un Ryuk non più spettatore passivo ma giocatore attivo della partita.

Tutto questo non fa che confermare come Death Note sia uno dei punti più bassi toccati, ad oggi, da una produzione Netflix e, con buona probabilità, uno dei peggiori adattamenti live action di un’opera orientale.

Duole dirlo, ma i timori iniziali dei fan sono stati confermati. Se volete impiegare bene due ore del vostro tempo, cercate l’interessante e (più o meno) fedele trasposizione giapponese, attualmente in streaming, gratis e doppiata, su VVVID.

Probabilmente, dopo i vari Ghost in the Shell e Dragon Ball Evolution, i fan potrebbero aver ragione: i film live action tratti dai maggiori manga e anime dovrebbero essere lasciati al cinema orientale. Anche se… avete visto i trailer o primi minuti di Full Metal Alchemist e Jojo? Chissà che il futuro non ci riservi qualche bella sorpresa.

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