Focus Interviste Alle origini della carriera di Giorgio Cavazzano

Alle origini della carriera di Giorgio Cavazzano

Normalmente, la vita di ciascuno di noi è in buona parte frutto di casualità, scherzi del destino e accidenti vari. Molto spesso accade, per le persone di grande talento, che queste circostanze siano in qualche misura amplificate sino a rasentare l’inverosimile. Nel caso di Giorgio Cavazzano, il grande maestro veneziano, la sequenza di casualità e scherzi del destino è veramente stupefacente.

Quella che segue è un’intervista a Cavazzano realizzata nel 2010 per il volume speciale della testata tedesca Die tollsten Geschichten von Donald Duck Sonderheft a lui dedicato, con storie che l’autore ha sia inchiostrato (su matite di Romano Scarpa), che disegnato. L’intervista ripercorre in particolare i primi anni della sua carriera e tocca quindi anche un aspetto poche volte trattato, quello dell’inchiostratore, appunto.

Leggi anche: Giorgio Cavazzano, 50 anni di storie Disney

giorgio cavazzano intervista disney
Giorgio Cavazzano nel 2007 | Foto di Gianfranco Goria

Potresti raccontarci come fu che iniziasti a frequentare lo studio di tuo cugino, Luciano Capitanio (grande disegnatore disneyano anch’egli) e, successivamente, arrivasti alla conoscenza e alla collaborazione con Romano Scarpa?

Essendomi parente, durante le vacanze scolastiche andavo a trovarlo e per me quello era un luogo magico. Osservavo il suo lavoro, la sua maniera di inchiostrare ed è così che iniziai. Lo aiutavo a squadrare le pagine, a riempire le parti nere ed infine a ripassare dei personaggi minori. Conobbi Romano in modo molto fortunoso. Avevo visto nello studio di mio cugino un albo di Topolino e all’interno c’era un disegnatore che mi piaceva tantissimo. Era naturalmente Romano Scarpa e per mia fortuna egli abitava a Venezia. Incominciai a chiedere nei vari quartieri, dal farmacista, dal fornaio, dal salumiere, se per caso conosceva un disegnatore che si chiamava Scarpa. La ricerca durò per parecchi mesi e senza risultato, purtroppo.

In un giorno d’agosto – avevo 14 anni – a Venezia, in un battello stracarico di turisti e villeggianti, stavo riportando a mio cugino in una cartellina dei suoi disegni, casualmente incontrai dei miei coetanei che mi chiesero di vedere quei disegni. Li vide anche una passeggera, una bellissima ragazza che mi chiese se quei lavori li avevo fatti io, naturalmente dissi di sì e lei si presentò allora come la fidanzata (poi sarebbe diventata la moglie) di Romano Scarpa.. Prima di svenire per l’emozione, mi feci dare il numero di telefono e chiamai Romano. Al telefono mi disse che aveva bisogno di un inchiostratore. Ecco, com’è andata. 

La tua collaborazione con Romano Scarpa durò molti anni, nei panni di inchiostratore. Come avveniva questa collaborazione? Frequentavi lo studio del maestro, oppure Scarpa si limitava ad affidarti le tavole da inchiostrare poi a casa?

Inizialmente ripassavo i suoi disegni nel suo studio, era una piccola stanza immersa nel verde con vista sui tetti di Venezia. Mi sembra ancora un sogno, poi nel tempo, con un po’ di sicurezza nella mano, mi portavo le pagine a casa e in tutta tranquillità le inchiostravo e una volta finite, gliele riportavo.

In quegli anni ti limitavi esclusivamente all’inchiostratura, oppure aiutavi Scarpa anche a livello di matite?

Qualche segnetto a matita mi ha permesso di farlo, poca cosa. Preferivo dedicarmi al ripasso dei suoi disegni, per me era molto più importante e formativo. 

Quali libertà si hanno come inchiostratore? Bisogna attenersi il più fedelmente possibile alle matite o si possono proporre dei miglioramenti?

Meglio essere fedeli al disegno, sopratutto per i personaggi Disney. A volte basta un niente per cambiare o modificare l’espressione di un personaggio.

Quanto tempo è richiesto per l’inchiostratura in confronto al fare le matite?

È difficile stabilire dei tempi d’inchiostrazione, dipende dalla complessità della pagina, mediamente la metà del tempo che serve al disegno. Se impiego 3 ore per disegnare una pagina…

Ci sono dei buoni matitisti che non sanno inchiostrare bene e viceversa?

Oh certo! Scarpa, per mia fortuna, aveva una pessima mano per l’inchiostrazione. Egli mi raccontava che quando agli inizi se le inchiostrava lui, le sue pagine pesavano dei chili per le correzioni fatte con il colore a tempera bianco.

Come si inchiostra generalmente? Si mette il disegno originale sotto il foglio come guida e si ripassa a china? O è più complicato?

Alcuni lo fanno, mettono il foglio sopra un piano luminoso ed inchiostrano a copertura, il mio invece è un modo classico, inchiostro direttamente sulla pagina disegnata. Non mi pare sia più complicato, anzi. È molto divertente.

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Romano Scarpa e Giorgio Cavazzano a Cartoons on the bay, Positano, 1999. Dal volume ‘Sognando la Calidornia’.

Dopo alcuni anni, iniziasti a disegnare e inchiostrare storie autonomamente. Scarpa ti dava dei suggerimenti, ti correggeva le tavole, ti guidava in qualche maniera nell’esecuzione delle tue prime storie?

Devo tutto a lui, come posso dimenticarlo. Mi corresse tutto quello che era possibile, mi aiutò molto. Non so se sarei qui a raccontare la mia vita se non ci fosse stato allora questo mio grande Maestro.

Pian piano, la tua attività di inchiostratore si ridusse, sino ad azzerarsi verso il 1973. Da allora, l’influenza di Scarpa sul tuo disegno cominciò a diminuire sino a lasciare totalmente spazio al tuo stile. In quegli anni, quali erano i modelli – se ce n’erano – a cui ti ispiravi e come fu accettato, sulle prime, il tuo tratto assolutamente personale che si distaccava moltissimo dal modello disneyano rappresentato, appunto, da Scarpa?

Desideravo dimostrare che ci potevano essere altri modi interpretativi, le inquadrature e le dinamiche delle pagine mi sembravano ingessate. Sentivo la necessità di “tagliare” il cordone ombelicale che mi legava allo stile di Romano. Erano i primi ed effervescenti anni Settanta. Sperimentavo molto, i miei modelli li trovavo in una rivista americana MAD Magazine. Questo aspetto non fu ben accettato dal mio vecchio direttore ed ebbi parecchi problemi in Disney Italia tanto che per parecchio tempo collaborai solo con il francese Le Journal de Mickey.

In fatto di precocità nell’iniziare un’attività a livello professionale nel mondo del fumetto credo non possa batterti nessuno, nemmeno quei fenomeni di Joe Kubert e Neal Adams. Quali furono le tue emozioni quando, appena quindicenne, ti trovasti di fronte a una storia di Romano Scarpa da inchiostrare e quali, appena cinque anni dopo, quando disegnasti la tua prima storia disneyana?

Il momento del mio incontro con Romano Scarpa è e rimane emozione, un incontro che ha cambiato la mia vita. Con Romano ho potuto capire cosa significa “essere professionista” e cioè per prima cosa rispettare il lettore, lo studio dei personaggi principali e secondari, la documentazione necessaria per la storia… Ecco questo è un piccolissimo assaggio della mia vita da inchiostratore. Non mi perdevo nulla della magica matita di Romano. È nata lì, nel suo studio tra i tetti di Venezia, la mia vita di disegnatore e devo a lui, con tutte le sue cancellature e correzioni, la mia prima (sudatissima e faticosamente portata a termine) storia per Topolino.

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Da una cena al ristorante Don Lisander di Milano nel 1994. In piedi, da sinistra: Giorgio Pezzin, Luciano Bottaro, Carlo Chendi. Seduti, da sinistra: Giovan Battista Carpi, Giorgio Cavazzano, Carl Barks (che regge una tessera onoraria dell’Accademia Disney) | Foto Studio Sergi

Preferisci lavorare su sceneggiature che siano molto precise e dettagliate o che invece siano più abbozzate e ti lascino maggior spazio creativo? La risposta sembrerebbe ovvia, ma ci sono disegnatori che riescono a focalizzare meglio la propria creatività se si trovano dentro limiti molto stretti e faticano un po’ se hanno troppa libertà creativa.

Non ho mai avuto problemi con nessun tipo di sceneggiatura. Probabilmente, chi mi ha tenuto a battesimo nei primi anni di lavoro; mi riferisco a Rodolfo Cimino, mi ha in qualche modo “svezzato” nell’interpretare il testo. Cimino e Corteggiani utilizzano lo storyboard, utile per l’impostazione grafica della pagina, Pezzin era la dinamica fatta persona, le sue sceneggiature erano “minimaliste” e le sequenze quasi immaginate. Per lui importante era il testo. La battuta. Fausto Vitaliano è la sorpresa, non sai mai cosa capiterà nella pagina successiva. Originale autore, senza dubbio. Con Faraci il dettaglio è fondamentale, egli descrive minuziosamente tutto, persino il manico della tazzina di caffè deve essere disegnato a destra. Un vero piacere. Grande professionista. Non conosco fatiche nel cambiare di volta in volta tipo di sceneggiatori, per me è importante che le loro idee siano originali e divertenti.

Di conseguenza con quali sceneggiatori ti trovi o ti sei trovato meglio nel lavoro?

Quelli che ho citato sopra, aggiungendone altri: Silvano Mezzavilla, Rudy Salvagnini, Carlo Chendi, Francesco Artibani e tanti altri che mi hanno accompagnato in tutti questi anni.

La tua lunghissima attività nel mondo del fumetto raramente ti ha visto impegnato come sceneggiatore delle tue storie. Non sei mai stato tentato dal cimentarti in qualche soggetto che sentivi particolarmente stimolante da questo punto di vista?

Be’, non è del tutto corretto. Non ho scritto molto in quasi cinquant’anni, è vero. Solo nel 1986 e 1987 ho realizzato otto sceneggiature che poi ho disegnato. Mi piace citare la più entusiasmante della mia vita e cioè ” Casablanca”.

A quali tue storie disneyane sei maggiormente affezionato? Quali ricordi con piacere e quali ricordi con “i sudori freddi” per i grattacapi che ti hanno dato nella loro realizzazione?

Con i sudori freddi oramai ci sono abituato, sai spesso gli sceneggiatori pretendono anche l’impossibile. A volte capita anche questo e allora è saggio sedersi al tavolo da disegno, cominciare a studiare inquadrature, personaggi e così via. Per scrivere, disegnare e colorare in bianco e nero la storia Casablanca ho impiegato più di tre mesi, lo stesso tempo per la parodia del romanzo di Alessandro Baricco La vera storia di Novecento. Chissà cosa mi riserverà il futuro…

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Giorgio Cavazzano e Carl Barks a Rapallo nel 1994 | Foto di Alberto Becattini

Il tuo stile personalissimo è ormai diventato una sorta di canone dei fumetti Disney italiani. Potresti raccontarci l’evoluzione di questo tuo stile, a partire da quello precedente, cioè il “canone scarpiano”? Quali altri artisti hanno influenzato la tua interpretazione dei characters disneyani?

Raccontare come è nato è abbastanza facile, ha un nome ed è quello di Scarpa, naturalmente. La mia evoluzione nasce invece da una necessità, il desiderio di dimostrare una mia autonomia stilistica, scoprire altri percorsi, studiare e creare altri personaggi extra Disney. Dopo Scarpa, riempirei pagine e pagine di nomi di autori che mi hanno ispirato nella mia vita. Mi limiterò a citare qualcuno di loro: Milton Caniff, Harold Foster, Fred Moore, Jack Davis e Mort Drucker, Paul Murry e il grande Jacovitti. Ecco tutto.

Nell’elenco sterminato delle tue storie ne manca qualcuna in particolare che avresti voluto – ma ancora non hai potuto – disegnare?

Credo ne manchi sempre qualcuna… Mi piacerebbe parodiare il film Il Gattopardo, tratto dal romanzo di Tomasi di Lampedusa. (In effetti una parodia del Gattopardo, il “Paperopardo”, è uscita nel frattempo su Topolino nel 2016, su testi di Marco Bosco e disegni di Giada Perissinotto – Nda).

Dopo tanti anni e tante storie dove trovi i nuovi stimoli per continuare la tua produzione disneyana sempre con uno standard di qualità altissimo?

Mi piace disegnare, ho avuto la fortuna di nascere in un luogo magico, la mia Venezia, di conoscere persone fantastiche ed avere coronato il mio sogno da bambino. Ho una moglie deliziosa che mi segue da 38 anni, cosa posso chiedere di più, se non dimostrare la mia felicità attraverso i miei disegni, ti pare?

Leggi anche: 20 grandi storie Disney di Giorgio Cavazzano, secondo noi

*Un ringraziamento a Peter Höpfner e Joachim Stahl per avermi dato l’opportunità di proporre questa intervista anche al pubblico italiano.

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