Focus Profili Jason Aaron: il vizio di scrivere fumetti

Jason Aaron: il vizio di scrivere fumetti

Jason Aaron, sceneggiatore di Southern Bastards, Star Wars e Thor, sarà tra gli ospiti internazionali di Lucca Comics & Game 2017, in collaborazione con Panini Comics.

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Jason Aaron

Il logo di Boss BBQ è un maiale quarterback che tiene sottobraccio una palla da football e mangia un panino. A prima vista è solo la mascotte di un luogo ma il contesto in cui è calato e l’uso che se ne fa lo rendono icona di un paese e poi di una nazione tutta. Il luogo è la tavola calda in cui si ritrovano i personaggi di Southern Bastards, il paese è l’Alabama, l’immensa tela che fa da sfondo alle vicende della serie, la nazione è l’America, quella che si rispecchia controvoglia nel fumetto scritto da Jason Aaron (e disegnato da Jason Latour).

La voce piana e i toni pacati stridono con la sua immagine pubblica, ma per sua stessa ammissione ad Aaron della sua immagine pubblica non interessa granché. La testa rasata, la barba arruffata in un lungo salice piangente color rame, la camicia tartan con le maniche arrotolate fino al gomito, i piercing e i tatuaggi, gli occhi neri. Si sconfina nel cliché, ma di cliché sono piene le sue storie. No, non cliché: convenzioni. E la convenzione attorno alla vita dello scrittore è che si tratta di un lavoro solitario, ergo «l’unica persona con voce in capitolo è mia moglie: lavoro a casa e non mi vede nessuno. A lei sta bene e io sono pigro».

Stridono anche con i fumetti che scrive, se è per questo, ma lo straniamento è meno disorientante una volta che si conosce la sua storia personale. Perché Jason Aaron non è come gli uomini che si è trovato a raccontare: quegli uomini sono lui. I bastardi del sud, i soldati di Scalped e i supereroi di grana grossa come Wolverine e il Punitore.

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La copertina del primo volume di “Southern Bastards”, di Jason Aaron e Jason Latour

Jason Aaron, il cugino di quello di Full Metal Jacket

Nato e cresciuto a Jasper, Alabama, Aaron si trasferì a Kansas City nel 2000 («Il fine settimana in cui uscì X-Men al cinema» ci tiene a precisare, come avesse un significato karmico), dove trovò un gruppo di fumettisti che lo aiutarono nell’avvicinarsi alla professione, gente come B. Clay Moore, Tony Moore e Matt Fraction.

In un’era di internet ancora priva di forti connessioni sociali, qualcuno gli passò sottobanco le email degli editor, altri gli diedero un numero di telefono, altri ancora un consiglio. Ande Parks e Phil Hester, che all’epoca stavano disegnando Green Arrow su testi di Kevin Smith, si fecero intervistare per il quotidiano locale su cui scriveva Aaron. «Incontrare i fumettisti della scena di Kansas City mi aiutò a capire che, sì, la gente può farcela a diventare un autore di fumetti, gente normale come me. Mi incoraggiarono in un modo che non riesco a quantificare. E onestamente, se non fosse stato per loro, non so se ce l’avrei fatta».

La sua più grande ispirazione resta però il cugino, Gustav Hasford, di ventisei anni più vecchio. Hasford era un marines che combatté la guerra del Vietnam e raccontò la sua esperienza in articoli e pezzi di cronaca. La sua opera più nota è però il romanzo semi-autobiografico Nato per uccidere, da cui Stanley Kubrick trarrà, con la collaborazione dello stesso Hasford, il suo Full Metal Jacket.

Gustav fu la prima persona che viveva di scrittura mai conosciuta da Aaron. «Gus scriveva sempre, viveva per scrivere. Aveva sempre un taccuino con sé e se ci passavi abbastanza tempo insieme prima o poi lo vedevi prendere quel taccuino, fermare qualsiasi cosa stesse facendo, e scrivere. Un’idea che gli era venuta all’improvviso, forse. Una domanda che non aveva trovato risposta. Una battuta che aveva sentito dire da qualcuno».

È stato un insegnamento involontario che Aaron ha preso a cuore. «La prima storia che abbia mai venduto, l’ho scritta in uno strip club mentre mi facevano una lap dance. Ho scritto mentre guardavo film, in chiesa (quando ancora ci andavo), nel più putrido dei bar. Ho scritto mentre facevo l’amore, mentre piangevo per una partita di football o guardavo la gente picchiarsi, mentre vomitavo, cagavo. Da solo, in mezzo a migliaia di persone, mentre ero strafatto, umiliato, depresso, felice».

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Jason Aaron nel 2012 | Foto © Pat Loika

Tutto iniziò in un sexy shop

Il vizio di scrivere Aaron ce l’aveva fin da piccolo, da quando collaborava con il giornalino scolastico nella sua scuola a Jasper, Alabama, o per il premio vinto in terza media grazie a una storia di un vecchio poliziotto che incarcera dei neo-schiavisti. Anche quando la carriera di scrittore sembrava la meta più distante del suo viaggio, Aaron si comportava come se la scrittura fosse l’unica cosa a tenerlo in vita.

Dopo la laurea in letteratura inglese si spostò da un lavoro all’altro, consapevole di non aver alcun tipo di talento al di fuori del saper maneggiare le parole. La sua lunga lista di lavori sottopagati incluse: cuoco notturno, assistenza clienti in un negozio di elettronica, fattorino, maschera del cinema, magazziniere in un sexy shop e installatore di condizionatori («pessima idea, io che cerco di barcamenarmi con attrezzi o materiali da costruzione è una scena simile a quella di una scimmia che cerca di fottersi una palla da football»).

I suoi impieghi remuneravano pochi soldi, ma molte ore libere in cui scrivere «qualsiasi ridicolo tentativo di romanzo avessi in testa all’epoca». Le prime sceneggiature di The Other Side e Scalped vennero scritte nel magazzino di un sexy shop pieno di vibratori, DVD di Jenna Jameson e manette con il pelo fucsia.

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La copertina della raccolta in volume di “The Other Side”, di Jason Aaron e Cameron Stewart

Nel 2001 vinse un concorso indetto da Marvel Comics per i nuovi talenti grazie a una storiella di otto pagine scritta il giorno prima della scadenza del bando. «Mai scritto una sceneggiatura prima di allora, mai fatto proposte. Ma leggevo fumetti da vent’anni e sognavo da sempre di diventare un fumettista».

Incoraggiato dalla vittoria, Aaron iniziò a spedire proposte di collaborazione. «Nessuno sapeva chi fossi. Ero solo un fan, un tizio che stava in fila alle convention per farsi autografare i fumetti e che si agitava quando arrivava il suo turno di stringere la mano agli autori preferiti».

Una delle proposte andò a buon fine, perché nel 2006 l’editor di Vertigo Will Dennis lesse la sceneggiatura di The Other Side e lo assoldò per farla diventare un fumetto. Disegnato da Cameron Stewart, The Other Side è il racconto dei due eserciti che hanno combattuto la guerra in Vietnam: da una parte l’americano Bill Everette, dall’altra il nord vietnamita Vo Binh Dai. L’esperienza Vertigo continuò con Scalped, la serie noir sulla vita di una riserva indiana moderna tra crimine e urgenze postcolonialiste.

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La copertina dell’ultimo numero di “Scalped” disegnata da Jock

Scalped lo fece diventare la it girl del fumettomondo e poco dopo la Marvel lo ingaggiò per serie di seconda fascia (Black Panther, Punisher MAX e Ghost Rider). La scalata proseguì con Wolverine, X-Men: Schism e poi il cross-over Original Sin e gli incarichi blasonati su Thor, Star Wars e Doctor Strange. A questo si sono accompagnate le recenti scampagnate in Image Comics con la pluripremiata Southern Bastards e The Goddamned.

Jason Aaron: «Ho avuto fortuna»

Quando gli chiedono come è diventato un autore professionista, è questo il discorsetto conciso che Aaron snocciola. Inizia con «ho avuto fortuna», prosegue elencando i suoi primi lavori e come questi gli abbiano dato la visibilità sufficiente a farsi notare, e conclude con un altrettanto serafico «ecco tutto».

«È la risposta standard», spiega su Where the Hell Am I, la rubrica che ha tenuto su CBR dal 2010 al 2011. «Quella che do nelle interviste. Ma lascio sempre fuori qualcosa. Tipo tutte le merdate imbarazzanti che ho fatto, gli errori e gli sbagli. La fatica e gli anni di lavoro senza nulla da mostrare. Le attese. La merda che non è particolarmente bella da raccontare».

L’editor di The Other Side non approvò la miniserie dopo averla pescata a caso da un mucchio di giacenze. La rifiutò per tre volte e Aaron fu costretto a forzare la mano inviandogli la sceneggiatura completa del primo numero. E per farsi dare luce verde alla serie successiva dovette inviare un documento intitolato “19 motivi per cui dobbiamo pubblicare Scalped.

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Una tavola di “Scalped”, disegnata da R.M. Guéra

Nel 2003, quando conobbe la ragazza che sarebbe diventata sua moglie, era talmente a corto di denaro che dovette vendere la sua collezione di Ultimate Spider-Man su eBay per poterle offrire la cena al primo appuntamento. Non poté permettersi nemmeno l’anello per chiederle di sposarlo, o il matrimonio stesso. Trascorsero la luna di miele da uno sfasciacarrozze: invece di un tramonto sul mare, si godettero la vista della loro automobile divelta dai macchinari, venduta in cambio di un po’ di liquidi.

Scalped nacque in concomitanza con l’arrivo del primo figlio. In quell’anno Aaron guadagnò poco meno di 7.000 dollari e fu solo grazie al lavoro della moglie che poté concedersi altro tempo per ritagliarsi uno spazio nel settore. Se la sua determinatezza non fosse stata così alta, il suo amore per il fumetto si sarebbe scalfito molto prima. Ed è per questo che «per anni non ho avuto un set di posate uguali tra di loro, ma potevo dire con orgoglio di possedere la serie completa di Hellblazer».

Benvenuti al Sud, dove Jason Aaron è di casa

Quando nel 2014 scrisse il primo numero di Southern Bastards probabilmente non aveva idea che sarebbe stata un’opera decisiva per la sua carriera. Forse lo sfiorò appena il sospetto.

Oltre a tutte le cose scritte da Evil Monkey, c’è da dire che Southern Bastards rimane vivida nella mente perché è corporale. Si parla spesso dei due orgasmi umani, il sesso e il cibo (i fritti e le pecan pie, ma nel primo volume è perfino inclusa la ricetta delle frittelle di mele di mamma Aaron), degli umori corporei.

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La splash page che apre “Southern Bastards, di Jason Aaron e Jason Latour

La serie si apre con un cane che defeca a doppia pagina, introdotto dalla pomposissima scritta “Image Comics presents…” (in italiano, l’aggiunta dell’editore nostrano aumenta l’effetto di tre misure di grandezza). È un’immagine che sta a metà tra il comico e il grottesco, complice la posa naturalistica che Latour fa assumere al cane. L’onomatopea “plop”, unica macchia di colore della tavola, non calca la mano, mentre il cartello stradale indica «no way out».

Quello stesso cane sarà il personaggio-cornice che passerà tra le gambe dei personaggi che via via si affacceranno sulla scena. Non è il Lucky di Occhio di Falco, non ha una storia da raccontare, non funziona come punto di vista sulla storia. Ha invece un valore totemico, è un coro greco che commenta la vicenda con latrati e pisciate agli angoli della strada.

Nella copertina variant del numero 10 vediamo il cane strappare a morsi la bandiera confederata al grido di «Morte alla bandiera, lunga vita al sud», un messaggio che Latour ha dovuto chiarire e sui cui lo stesso Aaron ai microfoni di Salon ha espresso un giudizio: «Al sud l’idea della ribellione è abbastanza radicata. È parte della propria identità. E credo che le persone vedano la bandiera come simbolo di un’affermazione identitaria. Ma non si può prescindere dai veri significati di odio e violenza che quella bandiera porta con sé».

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La variant cover di “Southern Bastards” #10

Jason Aaron: una questione di linguaggio

Nei suoi meccanismi, Southern Bastards è rozzo, non c’è il lento raffinamento di certe serie in cui lo svelamento dei personaggi è a sua volta un esercizio sofisticato che gioca. È dritto come un montante e questo, con un po’ di sana paraculaggine, è un difetto che si trasforma in pregio alla luce della materia trattata. Come si può utilizzare un sistema di arzigogolati canovacci alla House of Cards o una lente di ingrandimento vertiginosa sui personaggi alla Mad Men quando stai raccontando i peckerwood, i redneck, gli yokel e tutte le sfumature umane della white trash statunitense?

Tutto trasuda un afrore di southernization che colonizza ogni aspetto del fumetto e risucchia il lettore in un gorgo dal quale risulta difficile uscirne puliti. È world building casareccio, fatto non allargando i confini e riempiendoli di angoli da esplorare (cosa che comunque gli autori fanno in un breve momento in cui anticipano alcuni personaggi futuri), ma attraverso suoni e odori ipercaratterizzanti, come il linguaggio usato. «I dialoghi sono una cosa importante su cui ho lavorato molto. Molti personaggi di altre serie che ho scritto suonano sudisti. Wolverine, quando lo scrivevo io, era un sudista. C’è una lingua differente, laggiù, che in qualità di scrittore bisogna saper conoscere e apprezzare».

Il sud, Jason Aaron, se l’è sempre portato dietro. Ancor prima di Southern Bastards, ispirato ai luoghi dell’infanzia e lunga lettera d’odio-amore verso l’Alabama, i fantasmi redneck di Ghost Rider tradivano le sue origini. In seguito, da un episodio autobiografico ricaverà Men of Wrath, storia faulkeriana del proprio trisnonno, Ira Aaron, che «pugnalò un uomo per una questione di pecore».

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La copertina di “Man of Wrath”, di Jason Aaron e Ron Garney

Che siano l’epica di Star Wars e Thor, la commedia da meditazione di Strange o le schiette brutture di Southern Bastards Aaron fa proprie le storie, facendole rientrare nella sua poetica: gli aspetti naturali (le fioriture ardite di Doctor Strange, l’uso favolistico del personaggio-entità Krakoa in Wolverine e gli X-Men), la perdita di poteri, la distruzione dello status quo (Thor, Strange, Southern Bastards), la religione e il divino soprattutto.

Reinventare Thor

Ateo, Aaron ha esplorato tematiche religiose fin dal suo primissimo lavoro, Un brav’uomo, un breve soggetto in cui Wolverine incontra una timorata di Dio. Rilevante è la lettura che dà di uno dei simboli divini della Marvel. Il suo Thor, traghettato in uno dei sui periodi editoriale più floridi e felici, si pone in controtendenza rispetto all’interpretazione del personaggio presente nell’universo cinematografico Marvel: per diminuire al minimo la frizione tra fantasy e canoni supereroistici, lo ha fatto diventare un supereroe come gli altri.

Jason Aaron sottolinea la scissione interna di Thor, da una parte supereroe comune con gli Avengers, dall’altra divinità appartenente a una realtà metafisica distante da quella di Iron Man e Capitan America. Perché essere un Vendicatore, per Thor, significa non adempiere al proprio potenziale, essere meno di quello che è.

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Il primo volume della run di Jason Aaron su Thor

Se nel periodo in cui le sue storie erano realizzate da Lee e Kirby Thor aveva tratti comuni agli altri eroi Marvel (il binomio persona comune/supereroe, scienza/fantastico), nel tempo la scrittura degli autori lo ha elevato a Dio del Tuono, a figlio di Odino, a personaggio che parlava con un font aulico, un espediente utile a rimarcare lo stacco tra lui e gli altri.

Aaron tiene fede a questa visione ma non dimentica l’aspetto pagano, con cui fa addirittura esordire la serie God of Thunder. Le strategie rappresentative di Thor tendono a fondere motivi pagani e cristiani. I riti precristiani, il godimento fisico, la violenza che vediamo in Il macellatore di dei (altro nome evocativo di una natura materiale e mondana) cozzano con la missione cristiana volta alla redenzione umana. La lotta di Thor per diventare salvatore dell’umanità è quindi una lotta contro la sua stessa natura.

Ampliare l’immaginario di Star Wars

Jason Aaron ha lasciato il segno anche in serie dove gli accostamenti ai culti dell’uomo, pur essendo presenti nel materiale di partenza, non sono mai stati toccati, come Star Wars, in quella che è tra l’altro l’idea più riuscita della testata: Dai diari del vecchio Ben Kenobi, le avventure di Obi-Wan Kenobi nel periodo in cui si era autoesiliato nel deserto di Tatooine per vegliare su Luke. Queste storie, narrate nel diario di Obi-Wan che Luke trova su Tatooine, sono le uniche davvero diverse dal resto della produzione, non perché siano di una qualche capitale importanza, ma perché restituiscono un personaggio altro che, pur rimanendo coerente con il carattere, non avevamo mai visto prima.

Dai diari del vecchio Ben Kenobi vede Obi-Wan come un Gesù Cristo errabondo nel deserto che ha il compito di proteggere Luke e passare sotto i radar dell’Impero, resistendo alla tentazione di intervenire troppo nella vita del giovane. La prima tentazione di Cristo, quella in cui Satana gli dice di trasformare dei sassi in pane, è trasposta nel primo episodio in cui, in un periodo di forte siccità, Obi-Wan porta al mercato dei meloni neri, contenenti latte, che il contrabbandiere scambia per sassi. Come i vangeli, questi episodi autoconclusivi tracciano una storia orale che Obi-Wan non ha fatto in tempo a raccontare e che trova soddisfazione nella parola scritta.

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Luke Skywalker trova il diario di Ben Kenobi

L’importante è scrivere

Qualcuno si è lamentato che un tema ricorrente nei suoi fumetti sia l’appropriazione culturale che Aaron sembra operare sulle fonti: le Prime nazioni di Scalped, i neri di Southern Bastards, il Thor donna. «L’idea che debba fermarmi e cambiare perché sto scrivendo una domanda è offensiva e ridicola. Partecipo a un sacco di tavole rotonde sulla diversità nel fumetto e quello che mi ritrovo sempre a dire è: scrivete buoni personaggi, vivete una buona vita, conoscete tante persone e il problema si prenderà cura di se stesso».

Il grosso della sua bibliografia, Aaron ce l’ha confinata tra le mura degli edifici Marvel. Dai piccoli incarichi ai grandi crossover, passando per rilanci e creazioni ex-novo. Essere un ingranaggio del sistema, come dice lui, non gli causa alcun tipo di cruccio morale. La produzione di letteratura di consumo non è una nozione che si scontra con la creazione di arte fumettistica. L’importante per Aaron è scrivere.

«Immagino che mi piaccia essere un aziendalista», chiosa lui. E se scrivere i personaggi che si amavano da ragazzino significa essere un venduto, allora sì, che lo chiamino il peggiore dei venduti. Di certo non scalfiranno la sua voglia di scrivere. «Non mi sono mai preoccupato degli altri. Non so come si faccia a scrivere delle storie per altri che non siano me stesso. Io scrivo per me stesso, non so rincorrere le mode o i gruppi demografici. Spero solo che una cosa che emoziona me lo faccia anche con gli altri».

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