“Eleanor & the Egret”: Sam Kieth incontra l’art nouveau

Tutti i mercoledì negli Stati Uniti vengono pubblicate decine di albi a fumetti. Ogni Maledetta Settimana è la rubrica che tutti i venerdì, come un osservatorio permanente, racconta uno (o più) di questi comic book.

In quella che molto probabilmente è la miglior serie prodotta finora da Aftershock Comics, si riuniscono i talenti di John Layman e Sam Kieth, che in realtà hanno già collaborato più volte per via della carriera di letterista di Layman e che si sono ritrovati come coppia creativa a tutto tondo in una miniserie legata ad Alien. Con Eleanor & the Egret però i due si scatenano in qualcosa di nuovo e assolutamente originale anche per i loro folli standard: gli autori di MAXX e Chew danno infatti vita a una storia d’amore, di arte e di furti, nonché di animali parlanti, in un’ambientazione che richiama l’inizio del Novecento e guarda decisamente allo stile liberty.

eleanor and the egret kieth

In un’intervista a IGN sull’ispirazione grafica della serie Kieth ha spiegato: «Art Nouveau? Sicuramente. Steam-punk? Forse. Eleanor & the Egret vorrebbe essere il mio umile tributo alla varietà del fumetto europeo. Senza somigliare a nessuno di loro, è la mia lettera d’amore a Moebius, Liberatore, Milo Manara, tutti disegnatori che si sono mossi con naturalezza tra una magica semplicità e il duro realismo. Non possiedo il loro talento da illustratore, ma spero che il mio buffo design e le mie abilità da vignettista possano farmi scivolare oltre il confine del loro regno».

Layman invece la definisce: «Una fiaba surrealista o persino una storia d’amore surrealista. In un certo senso è il mio tentativo di fare un film alla Miyazaki. È strano, e dare una spiegazione della sua stranezza non è una priorità». La citazione di Miyazaki può apparire spiazzante, perché l’ambientazione si avvicina piuttosto a quella di Adèle Blanc-Sec, ma a ben pensarci alcuni elementi ricorrenti delle storie del sensei si ritrovano anche qui: dalla protagonista femminile all’elemento magico con voraci creature incantate, passando per un mondo che potrebbe vagamente avvicinarsi a Il castello errante di Howl e infatti mette una maledizione al centro dell’intreccio.

eleanor and the egret kieth

Il taglio però è visivamente molto più grottesco e soprattutto la struttura della tavola, che incasella le vignette come vetri colorati all’interno di una elaborata finestra dal gusto liberty, può far pensare semmai a certe sinuose composizione di Guido Crepax. L’arte di Sam Kieth è qui colorata da Ronda Pattinson, con toni spesso tenui, che però esplodono in una gamma cromatica molto più marcata in alcuni dipinti astratti.

Con il numero cinque la miniserie giunge a una conclusione sia tragica sia in levare e romantica, che piacerebbe anche a Neil Gaiman e alla scuola inglese in generale per il rapporto tra magia e arte, con tanto di diabolica strega e un sacrificio necessario a sconfiggerla. Kieth, oltre a sbizzarrirsi con l’airone del titolo e altri animali, crea un secondo villain, graficamente vicino all’espressionismo e in netto contrasto con la morbidezza delle altre figure, una sorta di anomalia grottesca e violenta davvero spaventosa in un contesto invece delicato. Un’invenzione felice che tiene in piedi il secondo atto della storia.

eleanor and the egret kieth

Eleanor & the Egret è un racconto nel quale ogni albo ha un prologo, così da svelare pezzo per pezzo il background dei personaggi e le premesse della narrazione, mentre l’ultimo numero ha un epilogo, che reintroduce l’arte come qualcosa di magico anche dopo che è stato spezzato l’incantesimo.

Bonus: Doomsday Clock #1

doomsday clock 1

Inizia l’attesa e temuta maxiserie DC Comics con la quale Geoff Johns e Gary Frank affrontano una sfida impossibile: collegare l’universo DC a quello di Watchmen e quindi realizzare un seguito di quest’ultimo. Ma il confronto con Alan Moore e Dave Gibbons si rivela appunto impossibile e i due nemmeno gli si avvicinano, nonostante cerchino di riprenderne gli elementi stilistici e narrativi. A partire naturalmente dalla tavola su una griglia da nove vignette, che però si prende spesso delle deroghe con vignette più grandi e non riesce a ritrovare il ritmo non solo dell’originale, ma neppure di Tom King e Mitch Gerads su Miracle Man e altre storie realizzate con la medesima griglia.

Senza contare che la legnosità delle espressioni e della recitazione di Gary Frank mal si coniuga a una storia tutta parlata, praticamente senza azione. Johns da parte sua cerca di evocare lo stile di Moore con la voce narrante di Rorschach (ma non temete, non è resuscitato, almeno su questo sono stati rispettosi), però è impossibile non vederlo come un’imitazione poco ispirata. D’altra parte lo stesso racconto manca – come già il film di Snyder – di uno dei punti centrali di Watchmen, ossia la presenza di un’umanità ordinaria, anche squallida, sicuramente vitale. Qui invece siamo nella sfera di una storia puramente di supereroi, più o meno psicopatici, che devono sventare una catastrofe. Certo una catastrofe non-soprannaturale, una volta tanto, ma non bastano gli incubi della Guerra Fredda per rifare Watchmen.

doomsday clock 1

Anche la costruzione delle tavole non arriva neppure lontanamente ai vertici di Moore e Gibbons. A parte una tavola con tre interruttori e tre diverse gamme cromatiche in verticale per i tre diversi tempi in montaggio parallelo, per il resto non c’è molto che salti agli occhi. D’altra parte manca per ora un analogo del fumetto nel fumetto di Watchmen e dunque non c’è la possibilità di giustapporre figure e colori tra vignette che formino croci e rombi sulla tavola, come invece facevano Moore e Gibbons.

Non si può comunque escludere che ci si arrivi, anzi stupirebbe il contrario, visto che questa storia si svolge su due universi: quello di Watchmen e l’attuale universo DC, del quale appare per ora solo Superman. Probabilmente i due fili del racconto saranno intrecciati nel tentativo di richiamare ancora di più l’originale nei prossimi numeri. Staremo a vedere e ne riparleremo alla fine della pubblicazione, tra un anno circa.

Bonus 2: Clue #6

Clue

Pubblicata da IDW, scritta da Paul Allor e disegnata e colorata da Nelson Daniel, Clue è una miniserie in sei numeri ispirata al celebre gioco da tavolo Cluedo. Una miniserie dunque gialla, con tanti invitati in un villa – e due poliziotti – che spesso finiscono uccisi da un misterioso assassino. La cosa più efficace non è però la trama mystery, bensì l’aspetto giocosamente meta-narrativo, con il personaggio del maggiordomo che rompe la quarta parete e parla direttamente al lettore.

Non solo: dal secondo episodio inizia a litigare con l’editor, che approva l’uso di flashback, cosa che secondo lui sminuisce il suo ruolo di narratore. Il finale è poi tutto per lui, perché vanno eliminati i testimoni e tra questi ci sono naturalmente gli autori del fumetto stesso… Insomma un piacevole divertissement, che non salva però una realizzazione grafica davvero tagliata con l’accetta, dove la sola cosa buona sono le copertine.

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