Recensioni Novità "Generation Gone", Otomo e Moebius cucinati all'americana

“Generation Gone”, Otomo e Moebius cucinati all’americana

Tutti i mercoledì negli Stati Uniti vengono pubblicate decine di albi a fumetti. Ogni Maledetta Settimana è la rubrica che tutti i venerdì, come un osservatorio permanente, racconta uno (o più) di questi comic book.

Generation Gone recensione fumetto image comics

Avevamo già segnalata in questa rubrica la partenza di Generation Gone di Ales Kot e André Lima Araújo, per i colori di Chris O’Halloran, e ci torniamo sopra ora con l’uscita del quinto numero che chiude il primo arco narrativo. Questo sia perché la serie lo merita, sia per rettificare quella prima perplessa impressione: la storia di hacker che acquisiscono superabilità non sembrava un granché originale nel mercato americano, dove i supereroi dominano le uscite.

In realtà però più si procede nella lettura e più si fa chiaro che il modello di Kot e Araújo non sono affatto i nuovi dei in calzamaglia, bensì i ragazzi stravolti da poteri ingestibili di Akira di Otomo. Giovani ribelli contro il sistema che hanno tutti i pregi e i difetti di teenager reietti: chi respinto in amore diventa ossessionato da una missione politica, chi ferito dalla vita non accetta di essere amato ed è divorato dalla rabbia, chi per senso di responsabilità verso i suoi cari è costretto al sacrificio e a crescere più in fretta dei suoi anni, finendo però in una relazione abusiva. Accomunati da un triangolo sentimentale più o meno represso e dal piano di colpire le banche e arricchirsi con i loro magheggi da hacker, vengono scelti come cavie da un ricercatore frustrato e traumatizzato dalla perdita della famiglia, che intende dare un futuro diverso a ragazzi il cui mondo è più povero di quello dei loro genitori.

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La crisi, il precariato, la sanità privatizzata, l’esercito che ti spreme e ti abbandona, le multinazionali che inquinano senza controllo, la polizia che reprime le manifestazioni: tutti fattori che trovano spazio in Generation Gone e danno ragione della rabbia più o meno senza speranza dei protagonisti (che dovrebbe per altro essere dell’umanità tutta).

A cambiare le cose è il geniale scienziato che li sottopone, con una sorta di imboscata informatica, a un codice capace di riscriverne il corpo e le abilità. Un codice che viene definito come quasi magico e spiegato con un’analogia a quei libri che ti cambiano la vita e ti rendono una persona diversa. La loro mutazione è fisica ma porta presto all’estremo anche i tratti caratteriali, così i sentimenti inespressi esplodono violentemente e l’emergere dei poteri rende almeno uno di questi giovani incontrollabile come Tetsuo in Akira.

L’avvicinamento a Otomo non è però tanto nel plot – che semmai lo aggiorna alla militanza contemporanea in linea con le idee radicali di Kot – bensì sul fronte dello stile ed esplicitato in alcuni piccoli tocchi, come la pettinatura del militare che ricorda quella del colonnello Shikishima, o da un manifestante che ha un giubbotto come quello di Kaneda, con l’immagine di una pillola. Lo storytelling guarda al ritmo del manga, con parti senza parole, vignette che descrivono l’ambiente o piccoli gesti, cui seguono però esplosioni di azione e violenze, con linee cinetiche ed espressioni caricatissime. Gli occhi in particolare sono proprio come quelli di Otomo, che tendono a strabuzzare quanto più il carico emotivo si fa insostenibile.

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La semplicità del colore di Chris O’Halloran, che predilige tinte poco modulate da luci e ombre, è l’elemento che più separa Generation Gone dal manga e gli dona un’identità propria: lontana da esiti realistici segue e accentua le emozioni. Tutto questo dà alla luce un fumetto sul crinale tra Oriente e Occidente passando per la Francia, perché sia O’Halloran sia Araújo amano palesemente il Moebius dell’Incal e lo ricollocano in un incrocio tra Otomo e i supereroi.

Kot ci mette storia e personaggi che danno luogo a violenza ed emozioni forti oltre a qualche azzeccata fascinazione ripresa dal transumanesimo e a momenti splatter, in cui il comparto grafico può scatenarsi con sangue, organi e fratture. Il rischio era di risultare derivativi e questi primi cinque numeri non bastano a scongiurarlo del tutto, ma le premesse per il prossimo arco sembrano muovere in una direzione più originale e non meno politicamente radicale. Attendiamo fiduciosi.

Bonus: Ninja-K #1

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Riparte la serie Ninjak, dove l’aggiunta di un trattino al titolo esplicita che il protagonista è solo uno di vari superagenti che nel corso degli anni, al servizio di MI:6, hanno fuso la tradizione marziale dei ninja giapponesi ai più fantascientifici ritrovati della tecnologia occidentale. Questo dà modo a Christos Gage di popolare la serie di precursori di Colin, scatenando disegnatore Tomás Giorello con vari character design che arricchiscono in poche tavole l’universo narrativo. Un po’ come quando Morrison ha rivelato che il programma Arma X di Wolverine stava per Arma 10 e ce n’erano altre mai viste, o come quando Brubaker, Fraction e Aja ci hanno parlato dei precedenti Iron Fist e Aaron su Ghost Rider dei precursori dello Spirito della Vendetta.

Insomma niente di nuovo e forse pure un po’ troppo improvviso, visto che molti di questi agenti Ninja sono ancora vivi e in salute ma Colin King non aveva praticamente mai interagito con loro. Poco male comunque, perché il mondo di Ninja aveva sicuramente bisogno di ampliarsi e in ogni caso qui i testi e l’impianto narrativo passano in secondo piano rispetto all’arte di Giorello, il cui talento continua a essere davvero luminoso e regala in questo primo lungo numero molte tavole di forte impatto. Meno rifinite di quelle di X-O Manowar, probabilmente per il minor tempo a disposizione, ma dotate di plasticità e soprattutto di volti segnati e dallo sguardo intenso che buca la pagina.

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Le cover sono affidate al pur bravo Trevor Hairsine e ci ricordano che Giorello, già impegnato per il prossimo evento Valiant, rimarrà per poco, infatti già sul numero 2 sarà affiancato dal pericoloso Ariel Olivetti, con il rischio di una débâcle grafica.

Questo primo capitolo però rimane come l’esempio di un fumetto che sul fronte spettacolare batte praticamente tutte le uscite Marvel e DC (tolto Esad Ribic su parte di Marvel Legacy), a ricordarci che altri supereroi sono possibili.

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