“Non so chi sei”, l’amore ai tempi di Tinder. Intervista a Cristina Portolano

Dopo l’esordio nel 2016 con Quasi signorinaCristina Portolano è tornata in libreria con il suo nuovo fumetto, con il quale ha voluto parlare di relazioni tra uomini e donne e sessualità. Non so chi sei (Rizzoli Lizard) prende spunto dall’utilizzo sempre più diffuso delle cosiddette app di incontri (come Tinder) e dalla vita stessa dell’autrice per raccontare l’intimità della protagonista e delle persone intorno a lei.

Un libro particolare, dunque, che affonda le proprie radici nella contemporaneità e che rischia di essere giudicato in maniera superficiale («Non è un libro su Tinder», ci tiene a precisare l’autrice). Per farcelo raccontare, abbiamo così rivolto alcune domande a Cristina.

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Una parte del libro è stata pubblicata in precedenza sulla piattaforma Patreon, per i tuoi sostenitori. Che differenze ci sono tra quella versione e questa?

Ho iniziato a disegnare questo libro un po’ per gioco un po’ per scommessa solo sulla piattaforma, però poi è piaciuto a un editor, con il quale ho lavorato alla stesura del libro. Ci sono delle sostanziali differenze, prima fra tutte il formato.

Fruire il fumetto sullo schermo e fruirne tramite libro è molto diverso, quindi ho dovuto ridisegnare tutte le prime tavole e pensare le successive direttamente per il libro. Questa è stata anche un’opportunità per rivedere meglio cosa dire e come dirlo. Guai a pubblicare le prime tavole di un progetto, sarebbe stata un’occasione sprecata!

Non so chi sei si presenta come una storia che parla di app per incontri, a partire da Tinder. Ma qual è stato il tuo scopo nell’avvicinarti all’argomento? Perché hai deciso di affrontarlo?

Non so chi sei è una storia che parla principalmente di uomini e donne che usano le app, si incontrano e fanno sesso occasionale, ognuno per motivi diversi e molto personali. Il discorso sulle app è funzionale alle vite di cui si parla nel fumetto. Sono partita da Tinder perchè è quella più diffusa.

Mi sono avvicinata all’argomento nel periodo in cui ero io stessa ad utilizzare questa app. Nell’utilizzarla non avevo nessuno scopo preciso.  Poi, successivamente, quando non ne ho avuto più bisogno, avendo fatto un percorso ed essendomi risolta un po’ di nodi, sono riuscita a disegnarne.

Una spinta ulteriore ad affrontare l’argomento me l’ha data il grosso vuoto che c’è, attualmente, rispetto a questa tematica. Ci sono pochissime opere davvero meritevoli che riescono a raccontare con efficacia della libertà del diritto al desiderio e al piacere.

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Quanto c’è davvero di autobiografico e quanto di romanzato?

Non penso sia una cosa che contribuisce alla buona lettura del fumetto. Penso che ciascuno di noi metta del proprio in ogni cosa che fa, ma per dare a questa cosa valore universale c’è bisogno di una buona dose di fantasia.

Come mai la scelta del rosa e del nero come uniche tonalità? Di solito non sono proprio tinte che si associano al “sesso”, mi pare.

Sono i miei colori preferiti! Il rosa e il nero sono i due colori che da sempre preferisco e in questo caso il rosa mi serviva per rimandare al colore della pelle, dell’incarnato e degli organi sessuali.

Ultimamente una mia amica mi ha fatto scoprire una app prettamente newyorkese che si chiama Pure, e per la loro comunicazione social usano dei disegni fatti da professionisti e illustratori internazionali proprio con questi due colori, nero e rosa.

Il disegno mi è parso più istintivo rispetto ai tuoi lavori precedenti. Da che cosa è dipeso questo approccio grafico diverso?

Le tavole su Patreon sono molto istintive, invece nel libro credo ci sia meno istinto. Nel senso che ho disegnato questo libro su quaderni che mi portavo sempre in giro mentre viaggiavo per la promozione del mio primo libro (Quasi signorina) ma ho cercato, in fase di inchiostrazione, di essere quanto più pulita e precisa possibile, al contrario delle tavole veloci e immediate apparse su Patreon. Ma forse dipende anche dall’urgenza del disegnare certe cose, del raccontare, non so.

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Pur con qualche eccezione, il sesso è un argomento solitamente “maschile” per il fumetto, se pensiamo a Milo Manara o a Roberto Baldazzini. In che cosa tu hai voluto distinguerti?

Non c’è una volontà precisa di distinguermi da questi maestri, ma viene naturale quando si cerca un proprio modo di raccontare le cose secondo la propria sensibilità e non secondo quello che il pubblico si aspetta da te. I due che hai citato li ho letti e riletti e mi piacciono, ma ormai – è giunta l’ora di capirlo – non esistono più argomenti né solitamente maschili né solitamente femminili. I fumetti ben fatti sono universali e vanno al di là dei generi sessuali.

Allora cosa significa per te raccontare il sesso dal punto di vista femminile?

Il sesso dal punto di vista femminile non esiste, esiste il sesso da un punto di vista insolito, più consapevole magari, e non stereotipato. Se anche altre donne ragionassero su questa cosa e si mettessero a raccontarla avremo sicuramente più opere da più punti di vista femminili, che penso farebbero solo bene alla società.