Mondi POP Cinema "L'Immortale" di Takashi Miike, la recensione

“L’Immortale” di Takashi Miike, la recensione

Quando ci si trova a parlare di un film tratto da un fumetto, viene molto facile fare un confronto tra l’originale e la trasposizione. Certe volte, però, le due opere risultano legate dal nome e dal soggetto ma si sviluppano quasi parallele. Quest’ultimo caso riguarda L’Immortale, tratto dall’omonimo fumetto di Hiroaki Samura (pubblicato in Italia da Panini Comics) e distribuito nel nostro paese da Netflix. Il film di Takashi Miike segue il manga, ne cambia alcune parti, ma rimane comunque un bell’esempio di trasposizione cinematografica.

Il protagonista della storia è Manji, un samurai in fuga che ha ucciso il suo signore e tutte le sue guardie. Tra gli uomini trucidati c’è il marito di Machi, sorella del protagonista, che per il dolore e la perdita è impazzita del tutto. Durante la fuga, un gruppo di ronin prende in ostaggio Machi e la uccide. Manji cerca vendetta, riuscendo così a eliminare tutti i cacciatori di taglie che hanno ucciso la sorella, ma resta ferito mortalmente nello scontro. Prima che lui possa morire, la vecchia Yaobikuni lascia cadere delle sacre sanguisughe nelle sue ferite, rendendolo così immortale. Cinquant’anni dopo, la piccola Rin va in cerca di Manji per chiedere il suo aiuto nel vendicare la morte del padre avvenuta per mano di Kageisha Anotsu e Itto-ryu, e per lui ha inizio una nuova avventura.

Gore e splatter sono due cardini della filmografia di Takashi Miike, e L’Immortale non li fa mancare. Fin da subito, infatti, la violenza la fa da padrona, e il film si apre con la prima, sanguinosa battaglia di Manji. L’eleganza della parte iniziale sta nel bianco e nero che segno lo stacco tra il prologo e il resto del film, tra il prima e il dopo. Il passato è sbiadito, il presente è vivido e crudo. Il bianco e nero mitiga i ricordi di Manji e annebbia le sue esperienze passate, il colore torna solo nel momento in cui diventa immortale. Un’immortalità che si trasforma, però, in un fardello duro da sopportare giorno dopo giorno. Un uomo che ha amato e ha perso il proprio amore non può fare altro che trascinarsi stancamente nella speranza di morire, prima o poi.

immortale takashi miike

Come in altri momenti della filmografia di Miike – che con L’Immortale si porta a quota cento film in carriera – tutto accade per amore. A partire da quello di Rin verso i suoi genitori, che però degenera in rabbia, crudeltà e assoluta mancanza di pietà. L’amore di Manji per la sorella Machi invece è proprio ciò che aiuta la piccola Rin a convincere lo spadaccino ad aiutarla e quindi a spingerlo a commettere stragi e omicidi. L’amore porta morte, come disse lo stesso Miike in un’intervista di qualche tempo fa. Amore e violenza sono, in pratica, strettamente connessi, e questo è evidente ne L’Immortale.

Gli scontri tra tra i protagonisti si susseguono per centrotrenta minuti di fila, consentendo uno sviluppo del loro rapporto fin troppo frammentato. Le battaglie sono belle e intense, i dialoghi, a volte, stucchevoli e pesanti. Takuya Kimura – l’interprete di Manji – ricorda tantissimo, nelle movenze e nell’aspetto fisico, la controparte fumettistica, mentre il resto del cast tende a un overacting che sconfina spesso nel grottesco. Il film in ogni caso si prende sul serio quanto basta, dato che ci sono piccoli momenti d’ironia che ne alleggeriscono il carico di emozioni e violenza.

L’Immortale di Takashi Miike è, in sintesi, un film emozionante, cattivo, duro e puro che diventerà di sicuro un cult della cinematografia sui samurai.

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