“The Last Temptation”: Alice Cooper secondo Neil Gaiman e Michael Zulli

Oh, gli anni Novanta, c’era così tanta grandiosità che qualcosa l’abbiamo scambiata per scemenza. In seguito all’interesse mediatico generato da lavori come Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Watchmen e Maus, molte persone iniziarono a comprare più copie di uno stesso fumetto come forma di investimento a lungo termine, non capendo che la rarità dei pezzi che venivano venduti alle aste e di cui parlavano i giornali era data dalla loro scarsità numerica, dato che per anni i fumetti erano stati pensati come un passatempo usa e getta.

Di conseguenza, gli editori produssero numeri “da collezione” e crearono una bolla speculativa che sarebbe collassata da lì a breve, foraggiando un pubblico inesistente. O meglio, il pubblico esisteva ma era in minima parte composto da gente che i fumetti i leggeva davvero. Si conta che ogni lettore reale avrebbe dovuto comprare 17 copie di X-Men #1 per far raggiungere all’albo il magico numero di otto milioni di esemplari venduti. La spregiudicatezza dell’industria mostrò da vicino quanto fosse profondo il baratro.

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Ma nel primo momento, quando i soldi entravano a getto continuo nelle casse degli editori e gli sperperi erano la forma più comune di gestione di un’impresa (decadenti party con statue di ghiaccio a forme di Uomo Ragno, autori pagati 85.000 dollari a sceneggiatura), questa frenesia ebbe come conseguenza una sfrenata sperimentazione di ciò che poteva essere un fumetto. Qualsiasi cosa avessero pubblicato avrebbe comunque ripagato l’investimento, per cui perché non osare e creare storie diverse da quelle di supereroi? «Fumetti biblici, fumetti per bambini, fumetti per ragazze», raccontò il presidente di Marvel Comics Terry Stewart. «Si parlava di tutto, perché non di fumetti con le rockstar?».

La musica e il fumetto si erano già incontrati in varie occasioni, ma la copertina di Cheap Thrills a opera di Robert Crumb aveva presto lasciato il posto a operazioni di basso stampo come i fumetti dei Kiss pubblicati dalla Marvel. In quel momento, fumetti e musica avevano convenuto di frequentare altra gente. Ora però è diverso, si dissero i dirigenti, siamo negli anni Novanta, abbiamo molto più buon gusto di vent’anni fa.

Da questa spinta nacque la linea Marvel Music, in cui grossi nomi della musica rock diventavano protagonisti di storie a fumetti. Con l’ordine di cercare musica che andasse oltre le mode istantanee, l’editor Mort Todd (già al timone di Craked, la rivista sulla quale Dan Clowes aveva pubblicato i suoi primi lavori) ottenne un budget illimitato che gli permise di volare in Jamaica per discutere con gli eredi di Bob Marley, far visita alle grosse major di Los Angeles o assicurarsi i diritti per un fumetto con protagonisti i Rolling Stones disegnato da Dave McKean. Purtroppo, gran parte dei progetti sfiorava il pastrocchio.

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Alcuni commentarono che la linea fosse una scusa per i dirigenti di fare comunella con i loro cantanti preferiti. Larry Reid, a capo del marketing della Fantagraphics, disse che «c’è una bella differenza tra l’Incredibile Hulk e i Mudhoney. Molte di queste band sono più furbe di quanto pensi la gente». La gestione disorganizzata delle sinergie (l’idea era che i musicisti vendessero i fumetti ai loro concerti ma nessuno, con l’eccezione di Marty Stuart, lo fece) e il collasso della Marvel nel 1995 fecero il resto.

Ciononostante, nel marasma di titoli, qualcosa è perdurato fino ai giorni nostri. Si tratta di The Last Temptation, un adattamento dell’eponimo concept album di Alice Cooper a opera di Neil Gaiman e Michael Zulli, nonché prima, e sconosciuta, affiliazione tra Gaiman e Marvel. Grazie all’ombra lunga del suo Sandman, l’inglese era stato contattato dall’etichetta di Cooper e aveva collaborato alla creazione della storia cantata nel disco, arrivando a (ri)scrivere – non accreditato – alcune delle canzoni, tra cui il singolo Lost in America.

Edito precedentemente da Magic Press nel 2001, The Last Temptation torna in Italia per saldaPress in un’edizione pregiata e con una colorazione inedita per il nostro paese (la raccolta è stata ricolorata per il ventesimo anniversario e qui si è andati a riprendere la versione celebrativa).

Il protagonista di TLT è Steven, un ragazzino che finisce nel teatro del reale (il grandioso guignol, come recita il cartellone, in un rimando al Grand Guignol parigino), dove prendono vita fantasie horror descritte dal cerimoniere Alice Cooper come «il racconto di com’è il mondo degli adulti». Messo di fronte allo spettacolo della vita, Steven dovrà decidere se restare eternamente giovane tra le visioni del teatro o crescere e morire.

Gaiman decora l’esile trama che vi ho appena descritto con miraggi truculenti, corpi decomposti e omaggi a Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury (un’influenza citata esplicitamente nel volume). Dico subito la cosa che interessa di più a chi ha aperto questa recensione: non siamo dalle parti del miglior Gaiman. Non siamo nemmeno dalle parti del peggior Gaiman.

Nell’introduzione, l’autore ammette a sé stesso e ai lettori la natura effimera del testo: «Volevo creare qualcosa che fosse, essenzialmente, l’equivalente fumettistico di una serie di singoli pop: niente di troppo profondo, niente di troppo ambiguo. Una storia da raccontare davanti al fuoco, sotto il cielo stellato, era questo che volevo. Un fumetto da leggere mentre l’album andava in sottofondo. Un fumetto per quando le foglie cominciavano a incresparsi e a cadere».

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Il fumetto è un veicolo per Alice Cooper, niente più di quello che sembra, cioè un pezzo di merchandising che i fan avrebbero dovuto trovare tra i cd e le magliette con la copertina di Welcome to My Nightmare. Gaiman lo sa, però cerca di inserire elementi della sua poetica restando nei parametri del personaggio (forse non andava bene per un fumetto vero, ma era abbastanza per Alice Cooper). È un’operazione che però gli riesce abbastanza bene, decisamente meglio di quanto avrebbe potuto fare per Lou Reed o David Bowie, i due cantautori feticcio di Gaiman.

Ciononostante, la narrazione soffre di una forma frastagliata, ereditata forse dal contenitore originale. Dover ricucire insieme frammenti di un discorso che erano pensati come nuclei isolati porta a un inevitabile andamento sinusoidale. Arrivati a un certo punto la spinta iniziale si spegne, la benzina finisce e Gaiman inizia a girare a vuoto. C’è una lunga sequenza, a metà del volume, in cui Steven fa ritorno alla propria scuola. Ogni persona con cui parla si trasforma in Alice Cooper, dagli insegnanti ai bidelli, in una catena di eventi che si ripete uguale per quattro o cinque volte (Steven vede Cooper nei panni della sua professoressa e scappa, Steven vede Cooper nei panni della cuoca della mensa e scappa, Steven vede… Penso abbiate afferrato il concetto). Non è una costruzione in crescendo, non c’è un climax, è solo un affastellamento di situazioni uguali tra di loro. Si arriva al finale non capendo bene a cosa siano servite tutte quelle pagine nel mezzo.

Michael Zulli, già partner di Gaiman, prima su un adattamento del musical Sweeney Todd mai concretizzatosi (a eccezione di un prologo pubblicato sulla rivista Taboo), poi disegnando alcuni numeri di Sandman, è a suo agio coi mostri e realtà orrifiche, meno coi volti umani. L’opulenza del suo tratteggio si schianta contro i volti dei personaggi in maniera troppo violenta per essere accettata dall’occhio. Il volto del ragazzino protagonista, affossato dalle linee, non rispecchia la gioventù della sua età.

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Con il vero punto d’attrazione, Alice Cooper, Zulli se la cava molto meglio e restituisce una controparte somigliante e che regge bene il ruolo del teatrante lugubre. La nuova colorazione digitale restituisce tinte brillanti (dove la versione originale presentava una fotografia più slavata), i colori scrocchiano sotto gli occhi e il risultato funziona bene nelle panoramiche, addosso agli elementi architettonici o naturali, ma crolla sugli incarnati. A parte Cooper, gli altri personaggi sono sempre un po’ respingenti.

Sarebbe stato preferibile se i due autori avessero premuto l’acceleratore su queste parti e avessero trasformato il fumetto in una parata di mostri senza stare tanto a preoccuparsi degli interstizi. Ma Gaiman è Gaiman e da qualche parte ci deve infilare uno dei suoi vezzi, sia l’infanzia, il ricordo, l’alternanza di reale e fittizio, di mondano e magico, o il suo bel vocione narrante, letterario e merlettato, che si fa prendere dai dettagli.

Del fumetto di Gaiman e Zulli resta intatto soprattutto il valore editoriale di cross-promozione d’altri tempi. Una modalità di co-branding scomparsa quasi del tutto, eccettuo baluardi in realtà minori (il nostro Topolino). Oggi al massimo ci si accontentata di qualche retweet per delle copertine variant. In questo senso The Last Temptation è un artefatto del passato non più ricreabile, una testimonianza storica che profuma di 1994 e che proprio per questo è interessante, per la storia che ci sta attorno più che per quella dentro, nonché una perla malata per gli ossessionati di Gaiman (e quando si tratta di Gaiman, ossessionarsi riesce parecchio facile).

The Last Temptation
di Neil Gaiman e Michael Zulli

Traduzione di Leonardo Rizzi
saldaPress, novembre 2017
Cartonato, 104 pagine a colori
€ 19,90