La malattia dell’intellettuale e la cura “del mostro”

Massimo rispetto. Rispetto per chi prova su sé stesso l’onta e il dolore della malattia e addirittura ne muore. Costui ha il diritto di reagire a questa condizione come meglio crede e come sa. Detto questo, in questi tempi, assistiamo ad un fenomeno particolare: i “racconti di malattia” non si contano più.

Si tratta di opere molto diverse, siano esse di condivisione, narrazione o memorialistica dedicate all’iter di una qualsivoglia malattia e della cura, con finali più o meno felici o più o meno infelici. Il filone esiste da qualche decennio, ma sembra avere vissuto un particolare incremento dall’arrivo dei social, ed è diventato quasi un genere strutturato (anche nel fumetto) –fatto di narrazioni sulla malattia e la sua conclusione terminale, oppure su qualche conclusione positiva – che si fa viaggio, reportage del dolore. Uno specchio, spesso, della volontà dell’intellettuale di mettere in atto un ultimo sforzo nel cercare di dimostrare di essere uguale ai tanti che soffrono, rimettendo in scena la propria alterità, vera o presunta. Un esempio di grande impatto comunicativo, e successo editoriale, è stata l’esperienza di Tiziano Terzani.

La Cura daniele brolli oblomov

La malattia, il “dolore dell’intellettuale”, mentre questi cerca di entrare in sintonia con la comune sofferenza umana, si ridefinisce diventando un libro, un film, una mostra. Come se l’esperienza della malattia e dei suoi riti fosse un succedaneo dell’ispirazione artistica o una sorta di esperienza tra il lisergico e l’extra corporeo a fini artistico-creativi, come un De Quincey o un Micheaux o un Huxley. L’intellettuale “malato” ha il dovere di raccontare la malattia perché possiede gli strumenti per cercare, come farebbe una persona religiosa, di rendere il viaggio allucinante verso l’insondabile più umano dell’umano: al limite del sublime.

L’intellettuale ammalato testimonia della malattia intellettuale di trasformare tutto in analisi, gesti e parole esemplari e irrinunciabili grazie proprio a quel “nonostante” che troneggia davanti all’opera figlia del dolore, ribaltando il pensiero di Hesse che voleva far amicizia con la morte in solitudine, lontano dagli uomini. Questo intellettuale contemporaneo sembra voler fare amicizia con gli uomini per allontanare la morte.

Ma se la malattia diventa un atto intellettuale, la Cura non lo è di meno. “Sta tutto nella testa”. “Noi siamo la cura”. “La cura è dentro di te”. Sto citando frasi che appartengono a 3 opere che sono uscite in questi giorni, quasi in contemporanea, e che testimoniano di questa attenzione da parte del mercato culturale verso la malattia dell’intellettuale.

La Cura daniele brolli oblomov

La prima è tratta della serie televisiva La Linea Verticale, scritta e diretta da Mattia Torre, gia ideatore e sceneggiatore di Boris, che racconta le traversie psicologiche di un paziente operato in ospedale alla ricerca della guarigione; la seconda è tratta dal best seller Con Molta Cura che è la testimonianza, il diario e la condivisione social di due anni di malattia da parte di Severino Cesari, già direttore dell’amata collana Einaudi Stile Libero, scomparso nel 2017 dopo un calvario ben più lungo dei due anni del racconto; la terza è estrapolata dai testi scritti da Daniele Brolli, anch’esso professionista dell’editoria nostrana ma anche illustratore e fumettista, per il volume dal titolo La Cura. Un libro, quest’ultimo, di immagini e parole che raccontano come gli incubi e mostri prodotti dalla malattia siano poi essi stessi la cura.

A proposito di quest’ultima opera, pubblicata da Oblomov in un formato particolare adeguato alla riproduzione delle immagini, possiamo dire che l’approccio di Brolli alla sua malattia non si discosta dall’intellettuale sollievo per lo scampato pericolo. Il suo racconto è corredato da una buona vena letteraria, condita dalla scontata leggerezza del tono e da un’aneddotica ripresa dalla cinematografia e fumettografia statunitense, tipo il film 50 e 50, con la regia di Levine interpretato da Joseph Gordon-Levitt del 2011 o la graphic novel Mom’s Cancer di Brian Fies, ma con italico sguardo dolente verso il passato.

Ci troviamo dunque di fronte ad una variante del già analizzato, sulle pagine di Fumettologica, fenomeno della graphic medicine, un vero e proprio filone dedicato dal mondo dell’immagine ai temi della malattia e dei suoi risvolti personali e sociali. Tra narrazioni, poesie e ricordi di ospedalizzazioni famigliari, emergono potenti dalla penna di Brolli le varie rappresentazioni del male, della malattia, attraverso una serie di disegni-illustrazioni di mostri ibridi che sembrano provenire dal più profondo degli sprofondi dell’anima.

La Cura daniele brolli oblomov

Il loro nascere sulla carta è vissuta da Brolli come una forma di depotenziamento del male, una demitizzazzione della malattia e, al tempo stesso, attraverso l’atto del crearli dandogli forma, sostanza visiva e fisica, la cura. Il sonno della malattia produce mostri. Si tratta di oltre settanta modi di rappresentare il mostro-malattia.

Realizzati con la Bic nera su carte trattate in modo vario, questi demoni ci guardano con una cattiveria davvero spaventosa o con un’apatia altrettanto terrorizzante. Ibridazioni che sembrano provenire dagli spazi profondi lovercraftiani, o dagli abissi marini dove albergano esseri primordiali, si confondono con gli incubi di Kubin o di Redon o con le creature, microbi, cellule e piccoli animali, dei film scientifici di Jean Painlevé, figli del microscopio applicato alla macchina da presa a partire dalla fine degli anni Venti.

Reminescenze del medioevo fantastico di baltrusiana memoria e omaggio ai deliri morali di Bosch e agli incubi di Füssli, questi figli del male-malattia hanno trovato un loro spazio iconografico nel surreale storico di Grandville e di quello contemporaneo di Luigi Serafini. Allo stesso tempo questa orripilante e affascinante suite ha grandi debiti iconografici nei confronti della follia artistica di Alberto Martini con le sue Danze Macabre e ricordano da molto vicino le illustrazioni pulp di Finlay, Box e Thole, dove la presenza ubiqua degli occhi testimonia che essi sono “lo specchio del mostro”.

La Cura daniele brolli oblomov

Sotto l’egida baudelairiana “dell’immortale desiderio di sentirsi vivi” anche all’inferno – dove la malattia principale da combattere come sempre è la noia – questa suite demoniaca, che per Brolli equivale ad una terapia salvifica, esattamente come scrivere può servire come cura psicologica ai mali dell’anima, ricalca nella struttura e nelle intenzioni le incisioni disegnate da M.L. Breton per il Dictionnaire infernal, di J. Collin de Plancy, stampato a Parigi nel 1863.

Ecco servito quindi, con buona dose d’interesse e curiosità, l’inconscio slancio dell’intellettuale nell’immaginare e ri-creare i feticci del dolore per allontanarli da sé e dalla sua mente, costruendone una forma e trasferendoli sulla carta dando vita a delle opere che meritano di essere viste, apprezzate e possedute, al di là della loro supposta funzione primaria. Ma proprio perché archetipi fluttuanti nell’immaginario della paura fiabesca, quella della redenzione e della guarigione, come testimonia la famosa illustrazione di Doré, tratta dal Don Chisciotte, dove il cavaliere errante dei racconti cavallereschi è circondato da mostri terribili e bellissimi, questi ultimi sono destinati alla sconfitta.

Questo libro di Brolli è la cosa più lontana dal nostro interesse che potevamo immaginare ma nello stesso tempo è anche la più vicina e necessaria per la salute del nostro immaginario.

La cura
di Daniele Brolli
Oblomov Edizioni, gennaio 2018
cartonato, 96 pp. colore
12,00 €