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«Scrivere Monstress è un processo tridimensionale». Intervista a Marjorie Liu e Sana Takeda

Fino a qualche anno fa, la presenza di autrici nel fumetto americano mainstream era un fatto raro. Oggi, grazie al cielo, le cose stanno cambiando. Rispettivamente scrittrice e sceneggiatrice, Marjorie Liu e Sana Takeda fanno parte della nuova schiera di fumettiste che stanno portando un punto di vista e una sensibilità differente al mondo ossificato dei supereroi e dei comics di genere. Soprattutto, Liu e Takeda lo stanno facendo da una prospettiva ‘altra’ anche dal punto di vista etnico e culturale, essendo la prima sino-americana, e la seconda giapponese.

Dopo aver lavorato su X-23, le due autrici hanno rinnovato la collaborazione con Monstress per Image Comics, premiata come “Best Graphic Story” agli Hugo Awards 2017 e tradotta in Italia da Mondadori Oscar Ink. Le abbiamo raggiunte per parlare del loro lavoro e del loro approccio al fumetto americano.

Monstress intervista Marjorie Liu Sana Takeda fumetto mondadori oscar ink

Da dove nasce l’idea di Monstress? Come avete sviluppato lo stile peculiare che caratterizza la serie?

Liu: I miei nonni paterni hanno vissuto in Cina l’esperienza della Seconda Guerra Mondiale. Sono cresciuta ascoltando una quantità smisurata di racconti di guerra, che mi venivano riproposti ogni volta che andavo a trovarli. Sono state parte della mia formazione. Ho appreso cosa voglia dire trascorrere l’infanzia e l’adolescenza in un periodo di guerra, soprattutto attraverso i racconti di mia nonna. E queste narrazioni hanno rappresentato un’influenza enorme quando ho iniziato a concepire Monstress. Diciamo che sono hanno prodotto l’idea di base, ma solo quando ho iniziato a lavorare con Sana e mi sono fatta ispirare dai suoi bozzetti iniziali che l’intero universo ha preso forma.

Takeda: L’idea di base è venuta a Marjorie. Inizialmente la parola chiave era “art-déco”, un filone artistico di inizio novecento, con cui io però non avevo molta familiarità. Ho iniziato a fare ricerca su questo tipo di estetica, ma mi sono resa conto che se avessi cercato di replicarla sarebbe sembrata un’imitazione, visto che non la sentivo ‘mia’. Una cosa che volevo evitare a tutti i costi. Ho cercato quindi di trovare una mia strada, e di formulare un’estetica precisa per Monstress, miscelando gli input di Marjorie con elementi più tipicamente giapponesi. Ho cercato di inventare qualcosa che fosse personale e innovativo.

Liu: Ho lavorato più volte con Sana, su X-23 e Monstress, e penso che il suo più grande dono sia la capacità di infondere vita ai personaggi e all’universo narrativo, sia esso quello già esistente degli X-Men o un mondo fantastico di nostra concezione. Quindi ho usato questa sua abilità come strumento per sviluppare l’idea iniziale della serie, lasciandomi trascinare dalla ricchezza dei suoi concept e schizzi iniziali. Monstress non sarebbe ciò che è se non fosse per la fervida e brillante immaginazione di Sana. E questa potenza immaginifica mi ha spronato a sviluppare la storia in direzioni diverse, per renderla sempre più complessa e profonda. Dovevo in qualche modo renderla adeguata ai suoi disegni e al suo talento.

Takeda: Ogni volta che ne ha l’occasione, Marjorie mi riempie sempre di complimenti [ride]. In realtà io provo un senso di insoddisfazione nei confronti del mio lavoro su Monstress, perché quando leggo le sceneggiature vi trovo una tale ricchezza di dettaglio e una tale profondità che, temo, non riuscirò mai a esprimere pienamente su carta.

Liu: Ma per piacere! Superi sempre le aspettative.

Takeda: È merito tuo

Liu: No, tuo! [ridono]

Come avete anticipato, Monstress non è la vostra prima collaborazione. Come nasce e si svolge il vostro lavoro assieme?

Liu: Abbiamo iniziato a lavorare insieme su X-23, e fin dagli inizi è stato tutto molto semplice. All’epoca non ci sentivamo molto, ma ebbi la sensazione che Sana capisse fino in fondo le mie sceneggiature, come mai nessuno aveva fatto. I disegni che ricevevo rispecchiavano perfettamente la storia, gli elementi narrativi e i personaggi. Per questi ultimi, in particolare, Sana era in grado di restituire dei dettagli e delle sfumature nella caratterizzazione che altri artisti non sarebbero mai stati in grado di cogliere. Per quanto riguarda la gestione del flusso di lavoro… io scrivo i testi, li mando a Sana, e lei disegna. Nulla di trascendentale. Voglio dire, forse è un po’ più complicato di così, ma il fatto che andiamo così d’accordo e ci capiamo così bene rende tutto più facile. È tutto molto semplice e diretto.

Takeda: La prima volta che ho letto i testi di Marjorie, lavorando a X-23, sono riuscita subito a immaginare e visualizzare quello che mi stava dicendo. È stata una collaborazione molto bella e fruttuosa, e sono contenta di aver ancora l’occasione di lavorare con lei su Monstress.

Monstress intervista Marjorie Liu Sana Takeda fumetto mondadori oscar ink

Come avete cambiato l’approccio quando siete passate da personaggi già affermati come X-23 a un progetto interamente concepito da voi?

Liu: Non è che scrivere una storia degli X-Men o di X-23 non sia faticoso, perché richiede un sacco di duro lavoro. Ma si tratta comunque di personaggi preesistenti in un universo narrativo preesistente. Stai giocando coi personaggi di qualcun altro, non coi tuoi.

Diciamo che all’epoca pensavo di aver capito come si scrive un fumetto, ma è stato solo quando ho iniziato a scrivere Monstress che ho capito di aver ancora molto da imparare. Sono partita con un approccio ‘romanzesco’, come se volessi scrivere un romanzo in forma fumetto, ma mi sono presto accorta che non funziona così, è molto più difficile. E in particolare con un mondo così esteso e complesso come quello di Monstress, bisogna sfruttare ogni vignetta, ogni parola. Non ci si può permettere di sprecare una virgola, è necessario considerare tutto nei minimi dettagli. Ogni interazione tra i personaggi deve apportare qualcosa alla storia, non c’è spazio per scene inutili o di contorno.

Adesso per me scrivere Monstress è un processo tridimensionale. Non sto solamente pensando alla storia e ai personaggi, ma è come se avessi questo solido tridimensionale nella mia testa, che posso ruotare e osservare da diverse angolature. Posso decidere cosa mostrare ai lettori, che cosa tenere nascosto, che cosa mettere in ogni dialogo, scontro e interazione. Questo approccio tridimensionale è difficile da spiegare a parole, ma per me funziona molto bene. Richiede lunghe sessioni di meditazione, in cui fisso il vuoto e penso agli sviluppi, provo a immaginare se le cose potranno funzionare.

Questo mi porta a dover fare dei cambiamenti dell’ultimo minuto. Mi capita di mandare i testi a Sana, che inizia subito a disegnare, e dopo tre-quattro settimane le mando delle modifiche e richieste di correzione. Magari si tratta di modificare un avvenimento per renderlo coerente con gli sviluppi successivi. Una volta mi è persino capitato di scriverle pochissimo prima di andare in stampa perché volevo aggiungere qualche pagina. E Sana è stata davvero gentile e paziente con me. L’universo di Monstress è ampio e complesso, e purtroppo non mi viene in mente tutto subito. Ci vuole tempo per dare forma a tutti gli elementi.

Che tipo di pianificazione avete fatto? Sapete già come si svilupperà o andrà a finire la storia?

Liu: Ho un’idea generale, come i vari tasselli prenderanno posto. Sana sa bene come abbia un’idea del quadro più ampio, ma non ho ancora deciso come sistemare alcuni dettagli. Voglio lasciare un po’ di spazio all’improvvisazione, anche nel caso in cui veda un disegno di Sana che mi ispiri a prendere una direzione diversa o aggiungere delle cose. Diciamo quindi che so quello che accadrà e quali saranno gli eventi principali che ci condurranno alla fine. Come ci arriviamo… quello è in parte da vedere.

Takeda: La sceneggiatura di Monstress è un essere vivente, che cresce, cambia e prende strade nuove. Diciamo inoltre che io non voglio sapere troppe cose in anticipo, perché mi rovina la sorpresa. Anche se sono la coautrice, voglio mantenere quel sense of wonder che hanno i lettori comuni. Voglio divertirmi anche io come loro… anche se ho il privilegio di sapere tutto in anticipo!

La metafora della sceneggiatura come essere vivente è utile anche per spiegare la differenza tra il progetto attuale e quello precedente. Lavorare su X-23 è stato un po’ come prendere un figlio in adozione, già svezzato, crescerlo per un po’ e poi restituirlo ai genitori biologici, ossia Marvel. Invece Monstress è un figlio che abbiamo fatto nascere noi, e adesso lo stiamo crescendo alla nostra maniera. Poi lo mandiamo in giro, tra i lettori, e ci auguriamo si comporti bene.

Liu: Non potevi dirlo meglio, Sana. E voglio aggiungere che anche io mi sento privilegiata rispetto ai lettori, perché ho la possibilità di vedere i disegni mesi prima di tutti!

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Uno degli aspetti più interessanti di Monstress riguarda l’approccio intersezionale a genere e razza. La serie tiene cioè in considerazione come questi due dimensioni interagiscono con questioni di potere, classe, età, (dis)abilità, eccetera per delineare personaggi complessi e ‘meticci’. È stata una scelta voluta?

Liu: Certamente. La vita non è semplice, né monodimensionale, e tutti questi elementi – classe, razza, potere, abilità – interagiscono sempre tra loro. L’identità e l’interazione tra le persone non è regolata da una sola dimensione o un solo aspetto.

Io penso che per certi versi ci siamo assuefatti a storie di cultura pop che sono sì divertenti, ma non tengono in considerazione in maniera verosimile la complessità dell’esperienza umana. Nelle rappresentazioni, i personaggi vengono spesso ridotti a uno o due elementi determinanti, ma è importante ricordare che la vita è ben più complicata di così. Quindi anche se Monstress è un racconto fantasy, ho cercato di mantenere un approccio realistico alla composizione dei personaggi e di ciò che li rende umani.

Quando avete ideato una serie con i personaggi per lo più femminili, non bianchi e/o disabili, non avete avuto paura di alienare parte dei lettori?

Liu: Diciamo che se i maschi bianchi si fossero storicamente preoccupati di non alienare donne e persone di colore, allora mi sarei preoccupata. Ma non si sono preoccupati per noi, quindi perché dovrei farlo io per loro? I romanzi, le serie televisive, le varie forme di narrazione fanno trasparire l’idea che le donne, le persone di colore, le persone disabili non esistono. Sono invisibili.

La verità è che i lettori di Monstress sono incredibilmente diversi ed eterogenei fra loro. Me ne accorgo andando alle fiere, dove non vedo solo lettrici – come ti aspetteresti – ma anche uomini, bianchi e di colore, giovani e anziani, e così via. Non penso abbiamo alienato nessuno. Io penso che se racconti una storia che parla di umanità, i lettori possono relazionarsi, e a loro non importa se i personaggi sono di colore o disabili o che altro. Abbiamo cercato di raccontare una storia che potesse toccare le corde di tutti.

Penso inoltre che, a conti fatti, non è possibile controllare chi legge il tuo fumetto. Non può controllare chi e come risponderà al tuo libro, puoi solo mettercela tutta, pubblicare il libro e incrociare le dita. Chi direbbe che un libro come Moby Dick possa, ancora oggi, toccare ancora le corde dei lettori. Eppure lo fa. Noi speriamo che Monstress possa avere un effetto simile in lettori di ogni tipo. Non dobbiamo preoccuparci di alienare nessuno, perché nel momento in cui inizi a censurarti per la paura delle reazioni altrui, è lì che la storia muore. Almeno, per me è così. Non posso parlare per Sana, ma penso abbia un’opinione simile, visto che di solito siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

Monstress intervista Marjorie Liu Sana Takeda fumetto mondadori oscar ink

Si dice che le cose stiano cambiando nel fumetto mainstream americano. Da una parte abbiamo serie Image come Saga, Wicked+Divine e ovviamente Monstress che hanno ricevuto il plauso della critica per via della loro inclusività e diversità. Dall’altra, ci sono le due major che hanno provato a introdurre più personaggi non bianchi e/o femminili, anche se con risultati contrastanti dal punto di vista economico, secondo quanto riportato da Marvel. Avendo lavorato in entrambi i settori, cosa pensate di questo processo? Possiamo dire che il fumetto americano non è più un ambiente di maschi bianchi?

Liu: Sicuramente il fumetto non è più un ambiente di maschi bianchi. Forse lo è dal punto di vista editoriale, ma da quello artistico è facile vedere come ci siano sempre più donne, persone di colore, persone omosessuali che fanno ottimi fumetti. A livello strutturale Marvel e DC sono ancora dinosauri, ma ovunque ti giri c’è movimento, c’è diversità ed è una cosa bella da vedere.

Quando ho iniziato a scrivere fumetti, nel lontano 2007, c’erano un sacco di giovani donne che mi venivano a chiedere “Come si entra in questo ambiente? Mi dicono tutti che le donne non sanno scrivere fumetti!”. Adesso fortunatamente non sento più questa domanda, e penso sia indicativo di come le cose stiano cambiando. Il motivo per cui Marvel e DC siano un po’ lente a recepire i cambiamenti è che sono dei dinosauri. Comunque, ragionando da un punto di vista commerciale, non penso che i risultati siano stati sconfortanti, specialmente alla Marvel. Penso che i lettori abbiano reagito positivamente ai libri con un alto tasso di diversità. I numeri ci dicono che Miss Marvel e Squirrel Girl sono stati un successo non solo di critica, ma anche di pubblico. Forse Marvel fa fatica ad ammetterlo perché questo implicherebbe che devono fare altri cambiamenti. Ed è una cosa che non vogliono fare per ora, perché sono ancora legati all’idea che i fumetti siano letti da maschi bianchi. Ma non è così. Non lo è mai stato.

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