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Il cuore di Manu Larcenet

Prescindendo da quello che si può pensare del suo lavoro, Larcenet non è di certo il tipo di persona propenso a nascondersi. Tutt’altro. Pur con tutte le sue ritrosie, i dubbi e le problematiche, ama svestire i suoi panni e mostrarsi nudo al mondo intero.

Non per narcisismo, credo, quanto per la necessità sincera d’un giudizio che sia il più feroce possibile. A partire proprio dal suo, per proseguire con i lettori e arrivare infine a farsi scorticare dall’intera specie umana – e scorticarla lui stesso. L’artista si dibatte, insomma, in un orizzonte di critica radicale, impietosa e continua.

Negli ultimi mesi lo ha dimostrato chiedendo esplicitamente di non essere votato al Grand Prix di Angoulême. Troppi gli onori, forse. Esagerata la pressione, il carico emotivo e professionale, probabilmente. Fatto sta che, a partire dalle sue scelte etiche e professionali per arrivare alle pagine dei suoi libri, l’autore pare un’anima tesa fra il bisogno del racconto e quello, altrettanto irrimediabile, dell’eremita. Una luce, il tavolo da disegno e nient’altro. Oppure il palco, gli allori e il successo popolare?

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In Italia, oggi, di questa scissione biografica tra la figura pubblica e l’espressione creativa e autonoma è erede in primo luogo Zerocalcare, che racconta da sempre l’ansiogeno problema, messo su carta e dissezionato anche nel recente Macerie Prime. Lo stesso Zerocalcare che non a caso introduce Faremo Senza, tratteggiandone l’ossessione nelle prime pagine del libro. E che infine traduce in italiano il testo originale francese. Una sorta di padrino affezionato all’opera, potremmo dire.

D’altro canto questo eterno rompicapo ha storia antica: viene prima la vita attiva e/o la vita contemplativa, o viceversa? Il bisogno di farsi animale sociale e il riconoscere la facilità (o felicità?) dello starsene in solitudine sono ancora oggi nodi irrisolti dell’Occidente. Persino dell’essere umano preso nella sua interezza.

Nella cultura italiana il dubbio è stato definitivamente cristallizzato e messo alla berlina con gli eccessi grotteschi d’un Nanni Moretti (“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”). E, pur con una diversa declinazione, oggi ha poi assunto fisime patologiche da DSM. FOMA, cioè Fear of Missing Out, è una forma d’ansia riconosciuta, per quanto passibile di essere messa alla berlina. La paura di perdersi il momento – culturale – fondante, o trovarsi fuori dal giro e irrimediabilmente scollegato, è diventata un pericolo irreale per l’essere umano contemporaneo.

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Si tratta in fondo di un delitto senza corpo, un inevitabile puzzle senza nessuna reale risoluzione. Forse, l’esito naturale della situazione del mercato editoriale a fumetti contemporaneo. I riflettori puntati, le vendite che procedono a grandi ondate e bassi cavalloni. Lo scontro tra industria, lettori e creatività personale. È un gioco millenario d’equilibrismo, che ancora oggi si esplicita tra la dimensione finanziaria e produttiva e la meditazione intima o privata.

Larcenet, non essendo appunto un tipo propenso a nascondersi, ha posto dunque la questione al centro della scena. Faremo Senza è il nome dell’opera, scritta e pubblicata nel 2000, che finisce per trattare del tema di traverso o di riflesso. Un libro all’interno del quale un buffo omino stilizzato ci intrattiene con le sue riflessioni sulla vita e tutto il resto, passando di vignetta in vignetta, disastro dopo disastro.

Faremo Senza è anche l’ago imperfetto della bilancia. Un lavoro che si presenta agile e veloce da leggere, ma che in realtà mostra il ritmo scanzonato d’una riflessione esistenziale che tiene ad essere tanto lieve quanto seriosissima. Prodotto da un giovane Larcenet per una platea di retine altrettanto giovani.

Nulla a che spartire con i momenti più celebri del resto della sua produzione, per intenderci. I quali spesso sono e restano capolavori dalle straordinarie capacità tecniche e formali, dai contenuti esorbitanti per spessore e profondità o meraviglie teoriche e teoretiche. Non è Blast o Lo scontro quotidiano né tantomeno Il rapporto di Brodeck, insomma.

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Eppure, complice la linea semplicissima e quasi banale (una via di mezzo tra certo minimalismo di Lewis Trondheim, la Linea di Cavandoli e gli stessi disegni di Lacernet in Lo scontro quotidiano), qualche invenzione visiva che funziona a dovere o, semplicemente, il cuore messo lì a sanguinare in bella vista, davanti a tutto e tutti, il suo risultato l’ottiene comunque.

Si consideri poi il ritmo dettato dalla pagina sviluppata in orizzontale, con la griglia rivista in maniera tale da favorire la continuità grafica, narrativa e iconografica tra le vignette. Oppure l’umorismo irriverente sul piano visivo che va a braccetto con l’emozione e l’enfasi retorica della parte scritta. Ecco, alla luce di tutto ciò non si può essere del tutto immuni al fascino dell’autore e dell’opera.

Un libello diversamente maturo, a voler essere un po’ acidi. Un poco acerbo, narcisista e preso dalla propria quotidiana scoperta delle gioie e dei dolori che si presentano all’affacciarsi della vita adulta. È il tipo di produzione che ti aspetti germinare da un adolescente scontratosi di faccia contro il mondo, a dirla tutta. Dove regna un pensiero non ancora del tutto ragionato o libero dalla sua stessa prospettiva esistenziale.

Nulla a che spartire con i momenti più celebri del resto della sua produzione, per intenderci. I quali spesso sono e restano capolavori dalle straordinarie capacità tecniche e formali, dai contenuti esorbitanti per spessore e profondità o meraviglie teoriche e teoretiche. Non è Blast o Lo scontro quotidiano né tantomeno Il rapporto di Brodeck, insomma.

Nonostante i suoi molti difetti e le impurità, il portato teorico che qui manca e in altre opere brilla di luce propria, e nonostante il timbro un po’ pretenzioso, qualcosa di speciale rimane. E l’immaturità esibita nei didascalismi dal tono generico e moraleggiante finisce per risaltare come un semplice ostacolo quotidiano, da parte di un uomo sinceramente devoto al confronto con gli altri. Un artista che ama ragionare su se stesso, porsi interminabili domande, riconoscere le sue fragilità, andare ancora e sempre avanti.

Quasi che in Faremo senza siano contenute le premesse dalle quali sono poi germinati gli altri libri. E Lacernet stesso se ne vergogna un poco, come tiene a raccontarci, in fondo alla pagina e al volume. Col cuore e il sorriso in mano.

Faremo Senza
di Manu Larcenet
traduzione di Zerocalcare
Coconino Press, ottobre 2017
cartonato, 64 pp., b/n
16,00 €

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