Mondi POP Animazione Se i Cani cantavano Wes Anderson, ora Wes Anderson canta i cani

Se i Cani cantavano Wes Anderson, ora Wes Anderson canta i cani

Per un curioso corto circuito tra realtà parallele Wes Anderson – idolo degli hipster nostrani e titolo di una canzone dei Cani, progetto musicale hipster per eccellenza – ha girato un film con protagonisti i cani. Chi avrebbe mai potuto immaginarlo?

L’isola dei cani è il suo nuovo, attesissimo lavoro, nonché il suo secondo film in stop-motion, dopo Fantastic Mr. Fox del 2009. È ambientato in Giappone, nella fittizia città di Megasaki, in un distopico 2037. Il malvagio sindaco Kobayashi firma un decreto con cui vieta la presenza di cani in città, a causa di una pericolosa e dilagante influenza canina, e stabilisce che i quadrupedi andranno tutti deportati nella vicina Trash Island, isola-discarica disabitata. Subisce questa infelice sorte anche Spots, il cane del nipote del sindaco, il dodicenne Atari, che non si dà per vinto e parte per ritrovarlo.

Arrivato sull’isola, incontra un manipolo di cani che lo aiuteranno: Rex, Boss, King, Duke e Chief, uno scontroso randagio che inizialmente si rifiuta di collaborare. E così comincia l’avventura, che nella versione originale è narrata in inglese e giapponese (solo in parte tradotto, per precisa scelta del regista). L’adattamento nostrano ricalca questa scelta, doppiando in italiano le parti in inglese e lasciando integre quelle in giapponese.

La colonna sonora è composta ancora una volta da Alexandre Desplat, già collaboratore di Anderson in molti dei suoi precedenti film. Anche tra i doppiatori (originali) figurano parecchi sodali di lunga data del regista come Bill Murray, Edward Norton, Tilda Swinton e Anjelica Huston, ma ci sono anche Scarlett Johansson, Bryan Cranston e perfino Yoko Ono.

Lo straniamento dato dalla doppia lingua, così come il suono dei tamburi taiko, il cui ritmo serrato scandisce tutte le fasi del racconto, sono solo alcuni dei tanti elementi giapponesi presenti nel film. Le polemiche innescate da alcuni critici americani, secondo cui quello del regista non è un omaggio al Giappone ma solo bieca “appropriazione culturale”, lasciano il tempo che trovano. Lo stesso Anderson ha affermato che «il film è un prodotto di fantasia, non lo definirei mai un ritratto accurato di un particolare Giappone. È indubbiamente una rivisitazione del Giappone, attraverso la mia esperienza del cinema giapponese». (Ci si chiede cosa pensino questi stessi critici di un film osannato come Lost in Translation, che non si fa scrupoli nel dare dei giapponesi un’immagine spesso stereotipata e superficiale.)

I personaggi di Anderson sono notoriamente svantaggiati, sfavoriti, dei veri e propri disagiati, quantomeno dal punto di vista sociale e sentimentale. In inglese diremmo degli “underdog”, parola che a questo film si associa in modo letterale. Gli underdog stavolta sono cani abbandonati, che tentano di mantenere una loro dignità e di combattere il sistema come possono.

isola dei cani wes anderson katsuhiro Otomo
Il tributo di Katsuhito Otomo a “L’isola dei cani”

Il regista texano, che non è nuovo a soluzioni spesso cartoonesche nei suoi film con attori in carne e ossa, sceglie la stop-motion per dare corpo alla sua visione e, per un maniaco del controllo come lui, ossessionato dalla precisione della messa in scena, la scelta è senza dubbio azzeccata. Manovrare pupazzi invece di esseri umani permette il rigore più assoluto, e la grammatica così peculiare del suo linguaggio filmico si fa ancora una volta elemento decisivo. In fondo è proprio il suo stile così marcato che gli ha permesso di diventare un aggettivo, cosa che non capita a molti registi. “Andersoniano” si accosta a “tarantiniano”, “felliniano”, “burtoniano”, nomi di una certa rilevanza. Forse perché Wes Anderson è l’unico regista in grado di coniugare perfettamente la fredda glacialità della messa in scena, rigorosa in tutti i più piccoli dettagli, maniacale nelle inquadrature, con il calore struggente dei sentimenti provati dai suoi personaggi.

Le espressioni impassibili, che rendono i suoi attori umani molto simili a dei pupazzi (che infatti risultano perfetti per i suoi scopi), celano sempre cuori gonfi di tenerezza, solitudine, desiderio di amore. In questo caso Atari, il protagonista, è un orfano affidato alle cure dello zio, che a sua volta lo affida al cane Spots, pronto a tutto pur di proteggerlo. Il ragazzino non sembra molto bravo a manifestare affetto (e in questo ricorda il meraviglioso protagonista di Moonrise Kingdom, un altro orfano), ma non esiterà a correre qualsiasi rischio pur di ritrovare il suo cane, probabilmente l’unico essere vivente con cui senta un vero legame. La vicenda, alla fine, si risolve forse in maniera un po’ troppo semplicistica, e questa è l’unica critica che si può muovere al film, che però non ne compromette l’impianto generale.

L’Isola dei cani ha una trama semplice, ma guardandolo si ha l’impressione di non aver mai visto niente del genere. È un film con i “pupazzetti”, ma di certo non è indirizzato a un pubblico di (soli) bambini. Anderson sfrutta la stop-motion solo come mezzo per sviluppare nel modo migliore possibile l’idea alla base e girare un film in Giappone senza essere materialmente lì; è un maestro nel rendere uniche le sue creazioni, fucine di invenzioni visive ed enormi sentimenti, una gioia per gli occhi e per il cuore di cui non avremo mai abbastanza.

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