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Sunday Page: Lorenzo Calza su “Ken Parker”

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è ospite Lorenzo Calza, sceneggiatore e romanziere che negli anni Novanta stringe un sodalizio con Giancarlo Berardi, che lo ingaggia nel team di Julia, di cui cura le storie insieme al creatore del personaggio. Appassionato di musica, ha scritto anche la miniserie Arkhain, edita nel 2001 da Panini Comics.

ken parker berardi milazzo fumetto

Ho scelto due pagine di Ken Parker, dall’episodio Casa dolce casa. So che i dialoghi sono il pilastro di ogni narrazione, ma Berardi, con Ken Parker, trasportò nei comics il “muto cinematografico”, accorato e lirico, in grado di emozionare come nessun altro fumetto prima.

In questa sequenza ogni inquadratura è studiata alla perfezione: campo, controcampo, silhouette, le luci, le ombre, i piani, i pesi. Si stabilisce un dialogo emotivo con la tomba, che diventa un personaggio. Come fosse il fratello Bill, a cui Ken rende omaggio, deponendo i fiori. Quando la croce è vista da dietro, sembra la nuca di Bill, che lo guarda. Nella panoramica di uscita, con Ken inginocchiato all’ombra dell’albero, sembra di sentire il fruscio del vento. Le voci di dentro, la sacralità della natura stessa.

Come mai ti è venuta in mente proprio questa sequenza?

L’ho proiettata sovente, parlando ai ragazzi nelle scuole. A me, a noi, interessa trasmettere emozioni, e dietro ogni emozione narrativa si muove una fatica realizzativa, una “grammatica” precisa. Questa è la lezione che mi piace passare. Lavorando con ragazzi autistici, o con altre problematiche, ho imparato io per primo a capire l’importanza di quella grammatica. Se ben utilizzata diventa perfino terapeutica, un modo per organizzare un immaginario, e quindi una personalità.

Quel personaggio scontornato da tutto il resto è una soluzione che viene usata spesso in Ken Parker. Qual è secondo il peso di questa scelta, per altro ripetuta nella stessa pagina?

Quando cadeva a fine scena, la scontornatura indicava un “effetto dissolvenza”, altrimenti, una sospensione emotiva. Una delle poche concessioni della “scuola berardiana” all’uso dinamico della vignetta. Oltre agli angoli arrotondati nel flashback, al perimetro zigrinato del flashforward e poco altro.

Per il resto, la gabbia a sei vignette regolari è da noi considerata un segno di pulizia grafica, di ordine nella lettura. Al cinema, lo schermo non cambia forma a seconda dell’effetto che si vuole ottenere. Magari ci arriveremo presto, ma sarà solo l’ennesimo modo per stupire superficialmente, a discapito della tenuta narrativa.

Per questa sequenza in particolare, secondo te, dove finiscono le indicazioni di sceneggiatura e dove inizia l’estro del disegnatore?

Ai tempi non collaboravo ancora con Giancarlo, ma – senza nulla togliere a un Ivo Milazzo molto ispirato – immagino che dietro quella sequenza ci fosse un buon layout, o indicazioni di regia precise. L’estro di un disegnatore è simile a quello di un bravo attore. Occorre stile, personalità, tutto quello che si vuole, ma alla fine – come al cinema – si è al servizio di una storia, di un copione.

La predominanza della storia e dei personaggi sugli autori dovrebbe essere una lezione valida per tutti coloro che lavorano a un fumetto, a un’arte narrativa in genere, anche in un’epoca di auto-celebrazione spinta. Non a caso, negli ultimi tempi, si aspetta l’uscita del tale autore, conosciuto per cognome o nome d’arte, di personaggi non c’è quasi più traccia. Sia nelle statistiche di vendita, che nell’immaginario collettivo. L’ultima che ha lasciato un segno vero, forse, è stata proprio Julia.

Ti ricordi come e quando hai conosciuto Ken Parker?

Sì, ricordo il mio primo episodio, s’intitolava Pellerossa, sembrava di leggere un film, letteralmente. La carovana in fuga dal forte, l’inseguimento degli indiani. Lo scontro a distanza, le trappole, i trucchi. Due uomini di razze e culture diverse che imparano a rispettarsi guerreggiando a distanza. A fine storia, nel cuore della battaglia, si incontrano e dicono basta al sangue innocente, alla tragedia. C’era davvero da rimanere a bocca aperta, per un bambino intriso di western e di certi valori fino al midollo.

Mi è ricapitato in mano un album Fabriano, l’ho mostrato ai miei figli. Avevo quindici anni, scrissi nell’intestazione “soggetto: Berardi – sceneggiatura e disegni: Calza”. Poi partii, vignetta dopo vignetta, per pagine e pagine. A rivederle, fighissime, una vera chicca. Una passione travolgente, quella per il fumetto, per quel tipo di storie. Avrebbe segnato il mio destino.

Leggi anche: Le 7 migliori storie di Ken Parker

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