Focus Interviste Sergio Gerasi, fumettista romantico tra i palazzi e i fantasmi di Milano

Sergio Gerasi, fumettista romantico tra i palazzi e i fantasmi di Milano

All’inizio dei Duemila, in Italia, prendeva le mosse una generazione di fumettisti duttili, dal profilo creativo composito: talvolta al servizio del prodotto industriale e seriale, talaltra impegnati in progetti autoriali del tutto individuali.

Tra queste voci c’è quella di Sergio Gerasi, che un’era (editoriale) fa ebbe modo di muoversi tra Lazarus Ledd, Jonathan Steele, Nemrod e John Doe. E che, a seguire, finì a dedicare libri a Giorgio Gaber, in G&G, lavorare per la televisione (per Servizio Pubblico di Santoro) e infine approdare anche sulle pagine di Dylan Dog e Mercurio Loi.

un romantico a milano sergio gerasi fumetto graphic novel bao

Sergio Gerasi ha da poco pubblicato Un romantico a Milano, per Bao Publishing, dopo aver già edito con loro In inverno le mie mani sapevano di mandarino. Nella sua ultima opera scava nella psiche di un artista tormentato, alle prese con il quotidiano manifesto e con il vuoto che sta nelle cose. A far la differenza è il fatto che il suo protagonista il successo l’ha, teoricamente, già raggiunto. Eppure non è bastato a germinare un equilibrio di felicità. Di questo e d’altro discorre nei bar e tra i tetti con i suoi fantasmi, presunti, reali e sognati.

Un romantico a Milano si pone pienamente nel solco della produzione più intimista di casa Bao. Pagine colme di riflessioni, indecisioni esistenziali, dubbi e desolazioni. Diversamente dal solito c’è però il fatto che è particolarmente ricca la vertigine allucinata e ben poco lineare il racconto. Almeno in apparenza. Di questo parliamo dunque con l’autore, in due parti: la prima incentrata sul nuovo graphic novel, la seconda rivolta a scavare un poco di più nel passato.

Parte 1: Oggi, a Milano

Milano, innanzitutto. Che è al centro del libro, ma anche della tua vita, visto che la hai raccontata più volte. Quali cliché la riconosci e, al contrario, quali luoghi trovi siano tenuti in scarsa considerazione?

Ho compiuto quarant’anni proprio nel 2018, quindi puoi immaginare, in così tanto tempo, come possa essere cambiata una città che per sua natura non sta mai ferma. Milano non è Milano, scriveva Aldo Nove. E infatti questa Milano non è quella della mia infanzia, né quella della mia adolescenza. Dopo l’Expo è cambiata – se possibile – ancora di più. Mi costa dirlo perché ero tra i fierissimi noExpo, ma è cambiata decisamente in meglio. Riguardo ai cliché, innanzitutto Milano e i milanesi nel resto d’Italia sono un cliché vivente e perenne. Credo che in estate, in qualsiasi località balneare nostrana, se si incontra uno con l’aria un po’ altezzosa, distrattamente fighetta e con la puzza sotto il naso, lo si etichetti come “milanese”. Alle volte può anche essere vero, molto spesso non lo è.

Io sono nato in periferia, negli ultimi palazzoni che a Sud si affacciano sul parco agricolo. Il quartiere si chiama Vigentino, anche se i luoghi di azione durante gli anni ruggenti del liceo furono Porta Romana e i Navigli. Proprio questi posti rientrano spesso nei miei fumetti, semplicemente perché è lì che le storie son nate. Un posto sottovalutato è il Cox 18, sempre in bilico tra sgomberi e denunce, relegato al ruolo di piccolo centro sociale ma che in realtà è stato e continua a essere un incubatore di creazioni artistiche e culturali, fondamentale per il futuro, per non rischiare di perdere tutto.

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Uno dei temi centrali di Un romantico a Milano è lo scontro/incontro tra la pratica artistica e la vita “normale” e quotidiana. Ci sono artisti che ti sembra abbiano trovato un equilibrio tra le parti? Invece, nella tua vita?

Bisogna sgombrare subito il campo da un grosso equivoco: Un romantico a Milano non è una storia autobiografica, quindi i personaggi contenuti nel libro non sono reali e non sono i miei congiunti. Certo, tutto nasce da suggestioni personali e intime, ma poi la storia prende una direzione sua, che non ha a che vedere con la mia vita e i miei rapporti con figlia, moglie-anchesenonsiamosposati, madre e padre. E gatto. Detto questo gli artisti che più mi affascinano sono quelli che un equilibrio non l’hanno mai cercato, ma soprattutto non l’hanno mai trovato. Uno su tutti, Modigliani.

Nelle prime pagine del libro getti il lettore in medias res, nei gorghi mentali del protagonista. Da cosa pensi ti derivi questa necessità di indagare le profondità della psiche?

Se mi dici che hai trovato l’inizio brusco significa che ho centrato l’obiettivo. Era quello che desideravo. Di certo lo è, ma non volevo fare un libro rassicurante, dolce o facilissimo (con sommo dolore del mio editore). Dovevo descrivere l’animo di un uomo turbato, quindi anche il lettore doveva essere tirato nel vortice fin da subito. Non so da cosa derivi questo mio approccio così mentale ai personaggi: forse sono proprio così, sono uno che rimugina molto sulle cose. Il protagonista di questa storia poi, per come è descritto, è l’essenza dell’interiorità, quindi l’aspetto psicologico è portato su un livello di intensità maggiore.

L’aspetto che mi ha colpito di più di Un romantico a Milano è la varietà delle tecniche e degli stili. Tra le sequenze del libro qual è quella di cui sei più soddisfatto?

Quotidianamente lavoro come disegnatore per Sergio Bonelli Editore, per cui visualizzo storie scritte da altri. Quando ho l’opportunità di realizzare per intero un libro a fumetti cerco di inserire quanto più possibile del bagaglio visuale che ho accumulato in anni di lavoro. In particolare lo stile di disegno (anzi gli stili) di questo fumetto sono nati dopo un viaggio in Francia, fatto appositamente per andare a vedere e conoscere gli autori contemporanei più interessanti, proprio come si faceva una volta, quando non c’erano internet e Facebook. Devo dire che ancora, tutto questo, un senso ce l’ha: ci ho messo di certo più di qualche ora di navigata in rete, ma ho scoperto un mondo nuovo, reale. Per quanto riguarda le sequenze che più mi son piaciute una volta finite, punto deciso sul flashback (quando il protagonista era bambino). Tecnicamente sono semplici, china diluita e basta. Però mi sembra restituiscano un’atmosfera rarefatta e sospesa, proprio come era l’inizio degli anni ‘80, nei miei ricordi.

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A seguire dalla precedente: da dove ti è arrivata questa esigenza nel cambiare e sperimentare? Quali sono gli autori italiani contemporanei che più ammiri in tal senso?

L’esigenza di un cambio di stile la avverto regolarmente. Dopo circa tre o quattro lavori, cambio. Alle volte sono cambi lievi, altre, come in questo caso, più drastici. La spinta al cambiamento nasce da tanti fattori che si incontrano. In questo caso, oltre a una necessità personale, si è aggiunto l’incitamento di Michele Foschini di Bao Publishing e, al contempo, una spronata di Alessandro Bilotta e Franco Busatta a portare uno stile così nuovo anche in Bonelli.

Attualmente seguo molto, come ti dicevo, autori francesi. Ma se ti devo fare alcuni nomi italiani ti direi, in ordine rigorosamente sparso: Bacilieri, Ambrosini, Ponchione, Gipi, Cattani, Borgioli, Fior, Spadoni… Ma insomma tanti altri. In Italia abbiamo davvero artisti incredibilmente bravi, in questo momento. Tra i più giovani, fatemi anche citare Martoz.

Un romantico a Milano incanala una certa estetica del racconto della città contemporanea: un’atmosfera un poco bohémien e un po’ hipster. È stata una scelta a tavolino, una questione d’aderenza a questa estetica, o deriva dalle tue frequentazioni di un’idea di Milano? O si tratta di altro?

Anche se volessi, mi sarebbe davvero difficile e risulterei piuttosto ridicolo se appartenessi a un movimento di quel tipo, a quarant’anni. Calvo. Gli hipster mi hanno sempre fatto molta simpatia, intendiamoci, ma è un fenomeno che nei contenuti si è sgonfiato molto presto, purtroppo, lasciando solo una forte estetica, per quanto gradevole, fatta di barbe e baffi impomatati, molti tattoo improbabili e pantaloni decisamente corti. Tutto fantastico, lo dico sinceramente, ma lontano da Drogo e la sua Milano che, per l’appunto, ha uno sguardo romantico su se stessa e il suo passato, ma mai nostalgico. Barba, baffi e occhiali hanno un senso narrativo, mi servivano perché il protagonista, rifiutandosi, cela il proprio volto anche a se stesso.

Perché mettere in scena figure quali Merini, Fontana, Buzzati, Manzoni, esplicitando poi alcune note storiche relative alla loro biografia? Chi altri avresti potuto o voluto inserire?

Volevo che il protagonista avesse un dialogo figurato con la città, per cui ho scelto alcuni degli artisti simbolo della città, che anche se a Milano non sono nati – come nel caso di Buzzati o Fontana – milanesi lo sono poi diventati, legando fortemente la loro produzione artistica alla città. Li ho scelti perché hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione in particolare modo durante gli anni dell’università. Gli inserti biografici sono resi necessari per introdurre i personaggi anche a quei lettori che potevano non conoscerli. Inoltre non sono biografie “da Wikipedia”, ma hanno sempre un risvolto legato alla vita del protagonista. Ci sarebbe potuto essere anche qualche esponente della musica meneghina di metà Novecento, ma dato che già avevo lavorato su Gaber e Jannacci per altri libri, ho preferito tralasciare quest’aspetto.

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Una variante dei temi riguarda il disagio esistenziale e psichico. Come ti rapporti o ti sei rapportato alla questione? E cosa pensi della pratica psicanalitica?

Ho sempre avuto la fortuna di fare questo mestiere. Già dal secondo anno di università iniziai a pubblicare fumetti, per cui tutti i periodi di crisi della mia vita riuscivo a “usarli”, in qualche modo, per scrivere storie, o canzoni. Ho avuto la possibilità di usare il mio lavoro per sfruttare i periodi neri e renderli qualcosa di produttivo… o creativo. Non ho mai sperimentato, quindi, la psicanalisi. Tutte le mie analisi interiori e quelle dei miei personaggi derivano da un lavoro intimo, personale. E laico, in qualche modo.

Negli ultimi anni, soprattutto nell’ambito del fumetto, l’intimismo autobiografico è diventato un vero e proprio filone, all’interno del canone autobiografico più esteso e letterario. C’è qualcosa che ti ha colpito in tal senso, recentemente o in assoluto?

L’autobiografia vera e propria in realtà credo sia rara. Negli ultimi anni l’ha sperimentata solo Toffolo con il suo Graphic novel is dead. Libro che mi è piaciuto davvero molto: da antico seguace dei TARM, l’ho trovato interessantissimo. Dopodiché ci sono elementi sicuramente autobiografici anche in libri di Bacilieri o di Gipi, per esempio, come S., anche se poi la storia potrebbe vivere tranquillamente da sola. Senza essere legata necessariamente alla vita reale del suo autore. Ciò che voglio dire è che quando si scrivono questo genere di storie è inevitabile che parte delle esperienze di vita dell’autore vengano riversate dentro la scrittura. Che questo renda i libri autobiografici, invece, è tutto da discutere. E sarebbe lunga…

Data la natura del tuo libro, un’intervista diventa quasi un gesto contrario e un poco forzato. Inoltre, “ironizzi” sull’ambiente e l’industria culturale: il premio Strega, i nomi più o meno famosi, i giornalisti e via dicendo. Cosa pensi dello stato di salute del mercato?

Non arriverei a definirla una critica. Come giustamente osservavi, era più un passaggio divertito – e spero divertente, per il lettore avvezzo alle diatribe online dei fumettisti – una piccola presa in giro che mira a smitizzare, piuttosto che a criticare. Il mercato è vivo, lo dimostra il grande interesse di editori che mai hanno fatto fumetti e ora si stanno affacciando in questi territori. Devo dire però che ciò che ha sempre caratterizzato la produzione di fumetti italiana, e che ha permesso che molti autori diventassero veri professionisti, è il pop. Bonelli, Disney e Astorina, per intenderci. Ora il mercato è in forte cambiamento e nessuno sa bene dove e come si ristabilizzerà. La lenta  scomparsa delle edicole e un’incognita grossa. Staremo a vedere.

È, questo libro, il prodotto – per ora – ultimo del tuo sogno artistico?

Non direi proprio. L’iter creativo continua per me giornalmente, anche se non si realizzano le cosiddette graphic novel.

Una curiosità: a cosa è dovuto il ringraziamento in corso d’opera a Roberto Mercadini e Guido Catalano?

Ho rubato una frase dal loro spettacolo. Li saluto e li abbraccio: sono due tra i più talentuosi poeti contemporanei che abbiamo in Italia.

Parte 2: Ieri, in generale.

Cosa ti piace raccontare, con lo sguardo d’oggi, dei tuoi esordi? Cosa consiglieresti, in estrema seriosità, al te stesso di allora?

Il mio primo albo a fumetti venne pubblicato nel 2000 se non sbaglio: son passati la bellezza di 18 anni! Come è facile immaginare ero molto acerbo e credo che oggi mi sarebbe impossibile esordire così giovane con quella inesperienza. Sono comunque fiero di tutto ciò che ho fatto: dato che si tratta di un mestiere, non ho fatto altro che lavorare. L’approccio è sempre stato entusiasta e sincero, per cui se dovessi incontrare il me stesso di quasi 20 anni fa, mi limiterei a osservarmi da fuori e non mi consiglierei nulla. Anzi forse cercherei di re-imparare qualcosa dal giovane me, che dopo quasi 20 anni di attività si rischia di inaridirsi.

tragifavole sergio gerasi

Hai lavorato molto nell’ambito di quello che un tempo si chiamava “fumetto popolare”: Lazarus LeddJonathan SteeleJohn Doe. Quali credi siano oggi i modelli di fumetto popolare (e seriale) più interessante, in Italia e all’estero?

Come scrivevo sopra, l’ambito più popolare del fumetto è ormai relegato a pochissime realtà. Che spero rimangano sempre solide, altrimenti molta professionalità dell’ambiente verrà dispersa. Ad oggi credo che la serie che ha dato migliori prove di narrazione sia Mercurio Loi: non a caso ha vinto ben due premi Micheluzzi a Napoli Comicon. Sono anche molto curioso di vedere cosa verrà partorito dalla SBE nel prossimo futuro perché, da collaboratore, so che le novità sono molte.

La migliore collana straniera che ho letto ultimamente è Gus di Cristophe Blain – sebbene non so quanto si possa definire seriale – oppure Last Man di Bastien Vives e soci. La mia esperienza su quelle testate extra Bonelli la definirei iniziatica e formativa. In quegli anni ho imparato tantissimo del meccanismo produttivo seriale a fumetti. Un’esperienza che mai alcuna scuola potrà fornire.

Già ne Le tragifavole alcune delle tue storie si incarnano in personaggi e figure quasi simbolici o metaletterari, che entrano nella realtà e la modificano. C’è inoltre un certo gusto per il surreale e il grottesco, soprattutto lì dove sei autore unico. Da dove vengono questi ingredienti?

In campo letterario il momento di epifania che ha indirizzato il mio gusto verso una predilezione per il surreale e il fantastico (ma comunque paradossalmente inserito nella realtà) fu la lettura della “trilogia degli antenati” di Calvino alle scuole medie. Questa passione si è poi sviluppata con Buzzati per sfociare nella modernità di opere cinematografiche di autori come Gondry, Spike Jonze o Charlie Kaufman. Nel campo dei fumetti, non saprei; forse da un filone di vecchie storie di Dylan Dog scritte da Sclavi. Le Tragifavole furono un esperimento: era la prima volta che realizzavo un fumetto totalmente da solo. Avevo fatto altre prove ma brevi e mai pubblicate in un circuito librario vero. L’esperimento era anche l’interdisciplinarietà della narrazione che iniziava sotto forma di racconti a fumetti e terminava con un disco di canzoni della mia band, i 200 Bullets.

mandarino serio gereasi

Sugli stessi binari mi pare si muova In inverno le mie mani sapevano di mandarino: un panorama un poco onirico, intimo e dai tratti esistenziali. Perché ancora Milano? A distanza di tempo, quali sono gli aspetti di cui sei più scontento?

Credo che “IILMMSDM” rappresenti un livello di narrazione leggermente superiore al libro precedente, se non altro perché non ho più affrontato il racconto breve ma mi sono, per la prima volta, concentrato su una forma libro più strutturata e scritta. Milano, come scrivevo prima, è il palcoscenico in cui tutte le storie prendono vita nella mia testa, di conseguenza è il luogo ideale dove metterla poi in scena una volta che queste storie vengono rivestite dalla forma narrativa a fumetti. E in fondo questa città è il luogo che meglio conosco, tra i pure molti che ho visitato.

Per l’ultima parte di domanda invece, non prenderla come sbruffonaggine, ma è molto difficile che mi ritrovi ad essere scontento di lavori pubblicati, se non altro perché sono il frutto di un determinato momento e di determinati stimoli, per cui nascono così, come devono nascere. Se proprio ti devo dire qualcosa a riguardo, se lo dovessi fare ora, non userei più lo stile caricaturale, ma in quel momento era giusto farlo così. Così è venuto.

La musica ha molto spazio nel tuo lavoro. In particolare, cosa significa Gaber per te, ancora oggi? Inoltre, ti dedichi ancora attivamente ai 200 Bullets?

Di certo la musica ha un ruolo di primo piano nella mia vita. Gaber ha rappresentato la fine di un periodo ottuso della mia esistenza, nel quale giocavo e giocavamo a fare i punk, senza poi sapere bene cosa volesse dire. Improvvisamente riscopri per caso un signore che dicono essere un cantautore, in giacca e cravatta, che cantava cose molto più violente di tutti quelli con le creste e i tatuaggi. Allora ripensi a quando i tuoi genitori provavano a fartelo ascoltare… E rivaluti il mondo, la politica, te stesso, la tua visione delle cose. Tutto. Gaber è stato i mille punti di vista diversi che mi erano mancati fino ad allora, e ancora adesso spero sia questo. Un punto di vista sempre diverso che ti faccia capire meglio ciò che guardi.

Con i 200Bullets abbiamo sempre alcune canzoni da registrare. Ma l’attività live è ferma da un po’ di tempo. Stiamo provando a riorganizzarci per tornare dal vivo, vecchi come mai.

Gaber sergio gerasi

Con ReNoir hai collaborato anche alle versioni a fumetti dei racconti di Guareschi, tra Peppone e Don Camillo: quali altri autori italiani ti piacerebbe trasfigurare in fumetto?

Francamente nessuno. Quella non fu un’operazione partita da una mia idea, per me è stato un lavoro più esecutivo che autoriale. Ci sono così tante storie che devono essere raccontate che, in questa fase della mia vita, preferirei concentrarmi sulla creazione di nuovi mondi piuttosto che nella visualizzazione disegnata di ciò che ha già avuto una vita

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