Rubriche Sunday page Sunday Page: Vinci Cardona su "L'Incal" di Jodorowsky e Moebius

Sunday Page: Vinci Cardona su “L’Incal” di Jodorowsky e Moebius

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica ospitiamo Vinci Cardona, giovane promessa del fumetto italiano, vincitore del Lucca Project Contest 2016 e autore del graphic novel Black Gospel. Un vangelo western per Edizioni BD, grazie al quale quest’anno ha vinto il Premio Bartoli ad Arf! e si è classificato secondo come nuovo talento ai premi di Romics.

incal moebiusLa tavola che ho scelto fa parte dell’Incal di Jodorowsky e Moebius. Storie e disegni sono fuori scala e si potrebbero spendere ore a parlare dell’uno o dell’altro, vuoi per l’importanza dei nomi coinvolti e vuoi per la portata dell’opera. Lo comprai a sedici anni con l’intenzione di confermare il poco che già sapevo su due autori che dovevo conoscere, ma una volta dentro presi una botta inaspettata: che colori! Avevo comprato un libro di Moebius e Jodorowsky in cui l’ingrediente perfetto non erano i disegni né la storia, e a primo impatto lo percepii come un mio limite di lettore. A sedici anni volevo che le cose fossero proprio come me le aspettavo. Ci misi un po’ a fare pace con questa cosa.

Yves Chaland, che aveva ovviamente studiato le scelte cromatiche del Moebius colorista di sé stesso, le aveva distillate in qualcosa di indipendente (e di autoriale) che mi turbò parecchio. Precisiamo, non mi distrasse dalla storia, che anzi veniva solo amplificata da quei colori, ma mi costrinse (controvoglia) a pensare al modo in cui lavoravo io, a come concepivo la tavola… a quel tempo non coloravo davvero niente. La mia più grande aspirazione era essere un coatto del bianco e nero, un estremista come Frank Miller.

Grazie a Chaland ho (ri)scoperto che del fumetto io amavo il colore. Le scelte cromatiche che ha fatto su L’Incal sono classiche, intimidatorie, bellissime; all’inizio sembrano sempre tinte piatte e invece nascondono mille sfumature camuffate… Più di tutto il resto, sono colori memorabili: non (solo) nel senso che sono indimenticabili, ma anche perché attivano connessioni immediate a livello di memoria visiva… Ti portano indietro a quando hai già incontrato quel colore, dove lo hai incontrato, e perché stavolta è diverso.

A quando risale il primo incontro con Moebius?

Il primo incontro con Moebius è attraverso Pazienza: una vignetta con l’omino che alza le mani e dice “Moebius? Mi arrendo, Non voglio capire niente”. Da lì in poi non ricordo con precisione, ma probabilmente lessi subito L’Incal.

Che rapporto hai con i suoi lavori?

Non credo di poter dire nulla su Moebius senza sembrare un po’ ridicolo (correrò il rischio)… Per quanto io sia un grande ammiratore, sono molto distante da quello che era il suo modo di concepire il fumetto. In Inside Moebius diventa evidente che per lui le storie sono solo eventi passeggeri, e che il suo vero mondo, la sua vita, sono il segno che parla e si trasforma.

Per me è proprio il contrario, le storie sono tutto, prendono vita col colore, e il segno è solo un contenitore temporaneo che ne mostra una forma. Può essere che questa distanza sia in realtà solo un’illusione dovuta al mio percorso fin qui, e che un crescendo mi ricrederò.

Jodorowsky ovviamente si trova dall’altro lato della barricata. Il suo lavoro incessante sui seguiti dell’Incal, sulla trasposizione fumettistica dei figli di El Topo, insomma questo senso di riproposizione e approfondimento è qualcosa che riesco a sentire molto più mia. Jodorowsky crede nelle storie come percorsi ciclici simili a quelli della mitologia, in cui la stessa vicenda viene riassemblata e ripetuta molte volte e acquisisce valore proprio perché non è mai inedita, ma riverbero di qualcosa di necessario (vedi Poesia senza fine). Il problema non è fare qualcosa di nuovo, ma fare qualcosa di vero. Questo è la cosa più bella di Jodorowsky e del suo lavoro.

Ciò non toglie che leggere le storie dell’Incal disegnate dagli imitatori di Moebius fa un po’ salire il magone… Forse proprio perché ripetizione e imitazione non sono mai la stessa cosa.

La tua scelta mi sembra molto coerente con la tua produzione, attentissima all’uso del colore. Quando è nata questa tua consapevolezza verso la sensibilità cromatica?

C’era un libro mitologico a casa mia, mitologico perché era stato semi-distrutto dalle nostre manine di bambini e poi era scomparso: il Pinocchio di Jacovitti. Era lì che mi ero innamorato dei colori. Avrò avuto tre anni, mio padre aveva una prima edizione originale comprata da mio nonno che ne aveva fiutato il valore. Io e mia sorella, armati di pastelli, avevamo vanificato quell’ottimo investimento e il libro era stato nascosto per evitare ulteriori danni.

A riguardare le tavole adesso, non saprei dire di preciso cosa c’è di così impressionante nei colori di Jac. Non è psichedelico, non è nemmeno naturalistico, diciamo che segue un principio molto accessibile di presentazione dei colori. È come se in ogni illustrazione Jacovitti dicesse: ho messo tutti i colori che avevo in questa tavola, e li ho messi tutti anche nella successiva; come mai il verde del Grillo non sembra lo stesso di quello del Pescatore? Credo sia un libro cromaticamente molto istruttivo, per un bambino. Anche questo memorabile, nel senso più ampio possibile.

Da lì in avanti il ruolo del colore è diventato sempre più rilevante, perché mi apparteneva a un livello molto emotivo. Di libri recenti che mi hanno colpito cromaticamente c’è Gli amari consigli di Nicolò Pellizzon. Il libro è tutto magenta-arancio-grigio, ma in copertina ti fa una promessa di azzurro acquamarina che poi non manterrà mai durante il corso del libro. Mi piacque tantissimo questa scelta (probabilmente fatta a libro concluso, chissà) di fare una sorta di eccezione di copertina che uno andrà a cercare nel libro, senza trovarla, e che in ultima analisi resta coerente con il senso della storia.

E invece quand’è che un lavoro sui colori ti ha lasciato deluso?

Una cosa che ho detestato profondamente è la nuova edizione di The Killing Joke coi colori cambiati, per esempio. La colorazione originale era necessaria, perché legava fra loro non solo i personaggi ma anche i tempi della narrazione, passato e presente, e i temi della storia, cioè sanità e pazzia. La nuova colorazione fa lo sforzo (inutile) di dare realismo alla vicenda, e questo non ha senso, perché castra quella dualità costante che c’era nel fumetto originale. Una perdita di tempo e un danno a chi leggerà il fumetto senza conoscere la versione originale. Purtroppo, il rispetto dovuto a testi e disegno non sempre viene accordato anche al colore e alla sua identità.

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