Graphic Novel L'importanza di "Blankets", 15 anni dopo

L’importanza di “Blankets”, 15 anni dopo

Una delle prime cose che saltano all’occhio del Blankets di Craigh Thompson, che veniva pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2003, è senza dubbio la sua voluminosità. Fu proprio su questo che, all’epoca della sua prima uscita, l’editore Top Shelf basò larga parte della strategia comunicativa. Si trattava di un tomo di oltre 600 pagine, diviso in 9 capitoli e caratterizzato da una stratificazione narrativa complessa e articolata.

blankets craig thompson fumetto

15 anni fa un libro a fumetti di tale foliazione rappresentava un unicum per l’editoria di fumetto, un qualcosa di eccezionale in primis non tanto per quello che narrava, ma soprattutto in virtù della sua confezione. Non che mancassero esempi di narrazioni a fumetti altrettanto o addirittura più lunghi del libro di Thompson, ma fino ad allora nulla era stato pubblicato in quella forma.

Il rinascimento del fumetto autobiografico

Blankets si inseriva in una sorta di rinascimento del fumetto autobiografico, sancendone però di colpo la maturità letteraria. Non più affidata a pubblicazioni indipendenti e fanzine underground, o serializzata in volumi o su riviste, l’autobiografia a fumetti di un autore quasi esordiente veniva presentata come un romanzo grafico, o meglio come una “illustrated novel”, un racconto illustrato, dalla stessa casa editrice: un tentativo di collocare sin da subito il libro in uno spazio diverso rispetto a quello del fumetto tout court.

Se volessimo solo attenerci alla materia di cui tratta Blankets, potremmo rintracciare nel decennio precedente alla sua pubblicazione diversi esempi di racconti autobiografici a fumetti, alcuni dei quali di fondamentale importanza per capire anche la genesi dell’opera. Tra gli autori che hanno caratterizzato la loro produzione per un atteggiamento quasi violento e privo di filtri nel narrare la materia autobiografica si distinsero, nei primi anni Novanta, Seth, Joe Matt e Chester Brown.

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Opere come Non mi sei mai piaciuto (1991-1993), La vita non è male, malgrado tutto (1993-1995) e The Poor Bastard (1992-1994) trattavano la vita dei rispettivi autori con uno stile privo di fronzoli, essenziale nella sua brutalità, finalizzato quasi a narrare più che i fatti i moti dell’anima e facendosi eredi della lezione di un antesignano come Justin Green o di un maestro come Harvey Pekar (di cui potremmo ricordare Our Year of Cancer del 1994). Sempre in area anglofona, è doveroso citare il Joe Sacco di Palestina (1993-1995) e Figlio di un preservativo bucato di Howard Cruse (1995), al cui centro c’era l’educazione sentimentale di un giovane omosessuale nel sud degli Stati Uniti durante gli anni Sessanta.

In Europa, invece, era l’editore francese L’Association – ma non solo – a farsi promotore di un fumetto realista e autobiografico. Tra i nomi più importanti c’erano sicuramente il David B. de Il grande male (1996-2003) o il caso editoriale rappresentato da Marjane Satrapi con Persepolis (2000-2003), ma potremmo citare autori come Jean-Christophe Menu, Lewis Trondheim o Patrice Killoffer che, pur abbastanza critico verso la forma autobiografica, produsse comunque un caposaldo nel genere con 676 apparizioni di KillofferCaso più unico che raro per la dedizione e l’assoluta libertà della materia narrata, il Journal di Fabrice Neaud, edito in 4 tomi dall’editore Ego comme X tra il 1993 e il 2002.

Questa breve e non esaustiva panoramica mette in luce un dato effettivo, cioè che l’opera di Thompson non irrompe come un qualcosa di originale, ma si introduce nel continuum come un oggetto “quasi inedito” dal punto di vista editoriale in virtù della sua voluminosità. Al di là della profondità dei temi trattati, già ampiamente documentanti non solo nel decennio precedente ma anche nel corso degli anni Ottanta, Blankets arriva sul mercato come un monolite, in una livrea libraria che cercava di spazzare via il concetto di serializzazione e di per se stessa autorizzava a trattare il fumetto come un oggetto adulto, complesso, degno di essere letto e soprattutto consumato anche da chi lo frequentava occasionalmente.

Il successo di Blankets, che vendette centinaia di miglia di copie e fu tradotto in oltre 20 lingue, va tuttavia ricercato non solo nella confezione, ma anche e soprattutto nella forma: Thompson fu capace di creare un romanzo sulla crescita e sulla separazione, che si articolava attraverso una composizione lineare eppure dinamica, «in modo da rendere il fumetto più interessante per quelli che i fumetti non li leggono», come faceva notare lui stesso in un’intervista rilasciata a Paul Karasik. C’è qualcosa di ecumenico nel libro del fumettista americano, qualcosa che passa anche e soprattutto attraverso un nuovo linguaggio.

Un linguaggio complesso

Craig Thompson nacque nel 1975 a Trevorse City, un borgo del Michigan, e si trasferì qualche anno dopo in un piccolo paesino del Wisconsin, dove la sua famiglia – appartenente ai Cristiani Rinati – gli impartì una ferrea educazione basata sui valori cristiani e sulla lettura della Bibbia. Come ogni bambino americano – nonostante alcuni evidenti limiti – crebbe a sane dosi di cartoni, videogiochi e fumetti. Quest’ultimi, comunque, non ricoprirono un ruolo importante almeno sino all’adolescenza, quando Thompson entrò nel turbine del collezionismo.

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Gli autori che colpirono l’immaginazione del giovane Craig furono Mike Allred e Jeff Smith, soprattutto quest’ultimo grazie al monumentale Bone, di cui ci sarebbe stata un’evidente eco nel suo primo fumetto realizzato: Addio, Chuky Rice (1999). Ciò nonostante, fu proprio il fumetto francese a scrollare Thompson dalla forma e dai contenuti favolistici tipici dei comic book e a orientarlo verso tematiche adulte e realiste.

L’imponente antologia Comix 2000 de L’Association gli fece scoprire il lavoro di autori come Lewis Trondheim e Edmond Baudoin (autore con cui avrebbe in seguito collaborato e da cui fu ispirato nell’uso quasi espressionista e violento dei pennelli in alcune tavole di Blankets). Pur non conoscendo il francese, Craig assimilò la lezione del collettivo e la mise in pratica per trasformare quello che era un informe progetto di 250 pagine in un libro di 600 tavole.

Durante la School of Art, che aveva frequentato con scarsi risultati per un semestre prima di essere coperto dai debiti, aveva intuito che il mondo accademico era ancora poco propenso a ritenere il fumetto come una forma d’arte, e questo lo aveva portato, pertanto, a considerarlo come una passione e non una concreta possibilità artistica e lavorativa. L’incontro con il nuovo fumetto indipendente francese, invece, lo convinse della potenzialità di un linguaggio che avrebbe potuto raccontare la vita in modo dettagliata, mostrando l’essenziale ma nel contempo disseminando la tavola di dettagli, particolari, indizi, informazioni. Un linguaggio compresso e complesso, che potesse coinvolgere il lettore nella decifrazione e nell’interpretazione.

Blankets rappresentò per certi versi l’archetipo del graphic novel autobiografico e della “novellizzazione” del fumetto: dosa con sapienza fatti realmente accaduti e finzione letteraria, cercando di creare un flusso narrativo dinamico nel suo giocare con diversi registri. Per intenderci, la biografia di Thompson prima della notorietà mondiale è più o meno quella di ognuno di noi: una vita vissuta tra progetti mancati, intervalli forzati e dolorose anamnesi del passato. Eppure, una volta trasformato in fumetto, il tutto esercita attrazione e immedesimazione.

La sapiente regia messa in piedi avvince il lettore, lo conduce in presenza di un sottile dramma dell’identità, che è quello che ogni adolescente vive, prima di affacciarsi all’età adulta, prima di decidere nel bene e nel male della propria identità, di quello che molto probabilmente sarà della sua vita. Questa maggiore consapevolezza acquisita da Thompson nello storytelling, nonché la crescente padronanza di un tratto molto più libero e fluido, resero Blankets uno degli esempi più felici di fumetto autobiografico.

Un saggio sul diavolo

L’editore Top Shelf, intuita la direzione e la qualità del libro, spinse Thompson a osare e far levitare la mole di tavole. Craig si trovò a esorcizzare il suo passato: Blankets, più che una storia d’amore o un romanzo sull’educazione sentimentale di un giovane cristiano rinato come molti sono soliti leggerlo, è un disperato tentativo di un figlio di dichiarare il proprio amore ai genitori. O forse, ribaltando la prospettiva, è un trattato sulla necessità della tentazione. Come lo definirono i genitori dell’autore: un saggio sul diavolo.

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Il tema portante è la frattura e la capacità di saper mettere da parte il passato – sia esso amoroso o familiare – facendone tesoro, risemantizzando il dolore in spunto positivo. L’opera di Thompson è una cattedrale personale in cui la memoria viene sistematizzata per diventare comunicabile, per segnare una netta cesura e consegnarsi agli altri. La distanza che a un certo punto separa Craig dal cristianesimo è, prima che teorica, esistenziale. Non è facilmente rubricabile sotto una forma di dissentire adolescenziale o di rifiuto dei valori imposti dal nucleo familiare, ma una ricerca interiore accidentata e quasi accidentale, basata sull’incontro con l’altro e con il mondo. Come il giovane Alëša Karamazov, costretto ad andare nel mondo per essere un buon cristiano, la cui fede deve forgiarsi nel crogiolo del dubbio, così il giovane Craig per trovare se stesso deve andare incontro alla tentazione.

L’asfissiante clima casalingo, fatto di regole ferree e uno strisciante senso di ineluttabile colpa, si stempera quando Craig cede alle tentazioni della carne. Emblematica è la riflessione sull’iconografia cristiana: Craig ritrova a casa di Raina lo stesso quadro che si trova nella camera dei suoi genitori, una semplice immagine del Cristo, ma d’un tratto il volto irato e dolente sembra trasfigurarsi, restituendo così un’idea più positiva, naturale e vitale del cristianesimo, lontana dagli odori sulfurei del peccato. I riferimenti biblici glossano le tavole di Thompson, mostrando come la carnalità sia stata cantata e vissuta positivamente nel suo farsi dono.

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Nel raccontare questo piccolo dramma, Thompson è accogliente: la sensazione è quella di un abbraccio tiepido in una giornata di neve, il tono è quello compassato e casalingo delle domeniche invernali passate in panciolle, mentre si cerca un po’ di calore tra le coperte o nelle braccia della persona amata. Nonostante i momenti di crisi e il ritratto del disagio tipico della profonda provincia americana, il tono generale è idilliaco e a tratti quasi onirico.

La doppia eredità di “Blankets”

A 15 anni dalla sua pubblicazione Blankets resta non solo un must have, ma anche un must read, un imprescindibile manuale per come narrare l’ovvio con tenerezza e lucidità, senza scadere nel banale. Una lezione, forse, non accolta da molti fumettisti dedicatisi negli anni all’autobiografia, una forma sempre più referenziale e quasi inutile nell’epoca della sovraesposizione mediatica.

Comporre un’autobiografia intima e spirituale sembra passare attraverso un tentativo di totale immedesimazione e comprensione, lasciando da parte le asperità e le zone d’ombra, buttando tutto in caciara e in sentimentalismi facili e di plastica o in atteggiamenti di cinismo fini a se stessi, mettendo al centro uno scandalo che non farebbe inciampare neanche un ipovedente nella notte più oscura (dove tutte le vacche sono uguali). Quella di Blankets è un’eredità doppia (che fa il paio con Il grande male di David B.): dal suo essere crocevia dipartono due strade, una verso l’arte, l’altra verso la carta straccia, a cui troppo spesso – e con troppa facilità – viene data dignità di stampa.

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