Comics Le inaspettate revisioni femministe di Capitan Marvel

Le inaspettate revisioni femministe di Capitan Marvel

A Kelly Sue DeConnick i supereroi di Marvel Comics interessano ben poco. Una volta, intervistata a proposito dei suoi lavori per la casa editrice, l’autrice di Pretty Deadly e Bitch Planet elencò i titoli che aveva scritto con una forte estraneità della voce e un altrettanto robusto sguardo disaffezionato, come se quelle storie non le appartenessero. E in effetti è così. Per tutta la sua tenuta, la Marvel le ha affidato progetti di seconda o terza fascia tutt’altro che stimolanti.

Matt Fraction e Kelly Sue DeConnick
Matt Fraction e Kelly Sue DeConnick

Con il marito Matt Fraction ha condiviso un percorso che li ha portati in poco tempo dal mondo della piccola editoria – DeConnick prima di scrivere fumetti lavorava come adattatrice di manga tra cui Slam Dunk, Fruits Basket e altri – a ingaggi blasonati, per poi dedicarsi anima e corpo ai lavori creator-owned e ai relativi adattamenti televisivo-cinematografici. Rispetto a Fraction, però, la carriera in Marvel è stata di andamento opposto.

Dove Fraction aveva esordito con prodotti solidissimi (Punisher War JournalL’immortale Iron Fist), buone (L’invincibile Iron Man) e ottime prove (Occhio di Falco) per poi dilapidare tutta la sua street cred con pastrocchi come Fantastici Quattro e Fear Itself, DeConnick ha inanellato una serie di scritture minori che risultano oscure anche al miglior Marvel Zombie. Solo negli ultimi anni di attività per la Casa delle Idee ha ottenuto incarichi di peso come Avengers Assembled e Capitan Marvel, testata che le ha permesso di riscrivere il personaggio di Carol Danvers in chiave contemporanea.

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DeConnick è la stessa che ha coniato una versione semplificata del Bechdel Test (che la sceneggiatrice riputava «fin troppo avanzato»): il Sexy Lamp Test. Un prodotto di fiction supera il test se, sostituendo il personaggio femminile con una lampada sexy, la storia smette di funzionare. Altrimenti, «avete fatto male il vostro lavoro», perché significa che il personaggio è lì soltanto come oggetto sessuale.

Quello di Carol Danvers è un personaggio peculiare. Pubblicizzata originariamente come “prima eroina femminista” (il suo primo nome di battaglia, Ms. Marvel, richiamava il “Ms.” subito associato negli anni Settanta all’omonima rivista di Gloria Steinem e Dorothy Pitman Hughes), nacque nel 1968 come figura di contorno nelle storie del Capitan Marvel originale (l’alieno Mar-Vell) e fu riscoperta un decennio dopo come paladina dell’uguaglianza tra i sessi.

In costante crisi identitaria, l’eroina ha cambiato nome e ruolo un’infinità di volte (Carol Danvers, Ms. Marvel, Binary, Warbird, Capitan Marvel), e nelle sue storie gli autori hanno inserito temi forti quali lo stupro (fu costretta a figliare con Marcus, figlio di Immortus, in Avengers #200) e l’alcolismo. Dopo un periodo di inattività, negli anni Duemila il personaggio ha riacquisito importanza con il crossover Secret Invasion, diventando però oggetto costante del male gaze per via del suo costume succinto e della scelta di affidare le copertine a disegnatori che ipersessualizzavano l’immagine dell’eroina (come Greg Horn). Nel 2012, ha debuttato con il nuovo appellativo di Capitan Marvel in una serie – scritta proprio da DeConnick – che avrebbe dovuto gettare le basi per il ritorno del personaggio nella serie A dell’editore.

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Di nuovo, dei luoghi classici del supereroe, a DeConnick non interessa granché. Non vuole scrivere d’amore – pochissimi uomini compaiono tra le pagine della serie – né di bizzarri team-up con altri Vendicatori. Le interessa il mondo femminile at large, le relazioni tra donne, la Storia delle donne.

Per questo fa partire la serie con un arco narrativo in cui Carol Danvers, cercando di confermare il record di altitudine di una pilota di nome Helen Cobb, finisce su un’isola peruviana nel 1943, dove incontra un gruppo di WASP (Women’s Airforce Service Pilots, donne che, seppur civili, nel corso della seconda guerra mondiale pilotavano aerei militari sotto la direzione dell’United States Army Air Forces), intente a combattere soldati giapponesi entrati in possesso della tecnologia Kree.

La storia poi salta in avanti fino al 1961, e vediamo Carol entrare in un programma sperimentale per astronaute, il (realmente esistito) Mercury 13, di cui fa parte Helen Cobb, la pilota da record che Carol stava tentando di eguagliare. Le due finiscono per contendersi il potere di Capitan Marvel e fare ritorno per prime al presente. Il fumetto opera anche una sottile forma di retrocontinuity: nella versione originale, Carol otteneva i suoi poteri durante un salvataggio da parte del Capitan Marvel originale. Qui invece l’azione la mette in posizione centrale e la rende protagonista attiva della vicenda.

DeConnick e Carol Danvers condividono una vita passata nelle basi militari (la prima perché il padre vi lavorava, la seconda perché la marina è stata la sua alma mater). Comprensibile quindi che la sceneggiatrice usi lo spunto come fondamenta per le proprie storie e scavi nella storia americana alla ricerca di contributi mai troppo riconosciuti delle donne (le WASP infatti ottennero lo stato di veterane solo nel 1977).

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Capitan Marvel si distingue come operazione di revisionismo femminista nei confronti della Storia fumettistica (e generale), nel suo tentativo di contestualizzare un supereroe femminile sullo sfondo del Ventunesimo secolo, ricollegandolo al passato della nazione (anch’esso plasmato a fini narrativi). Nella realtà, le WASP non presero mai parte ad azioni belliche. Certo, vederle in situazioni di addestramento o supporto non avrebbe conferito il giusto tasso d’azione, ma mostrare delle donne affrancate grazie alla guerra sembra una glorificazione superflua dello scontro tra uomini.

Quando il primo story arc si conclude, DeConnick continua ad affrontare i rapporti tra donne (e tra generazioni di donne diverse) nella seconda metà del volume, con una storia dagli obiettivi meno gargantueschi, tutta spostata sulle sfide di una “normale” giornata, tra impegni, gatti da portare al veterinario, pranzi con le amiche e liste di cose da fare continuamente modificate al ribasso per colpa di qualche dinosauro gigante. Il tutto è estremamente gradevole, complice anche un Filipe Andrade che sta dal lato giusto dell’ibridismo fusion.

Ma è proprio sui disegni che la serie mostra il fianco. Dexter Soy, Emma Rios e Filipe Andrade si spartiscono il compito di illustrare le sceneggiature. Il risultato è altalenante perché, mentre Andrade e Rios forniscono rispettivamente una buona e una buonissima prova (Rios in particolare pare a suo agio nelle atmosfere anni Sessanta, con il suo tratto alla Paul Pope), Soy non è in grado di sorreggere il testo a dovere. A ogni momento la butta in vacca con qualche inquadratura esagerata, sperando di non far notare la scarsa varietà di espressioni facciali che è in grado di disegnare. Copre le pagine di ombre, tenta estremizzazioni manga, propone anatomie sghembe e affatica la lettura con uno stile che ha davvero poca intesa con i testi.

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Sembra quasi che nessuno si sia curato di affidare i disegni dei primi, più importanti, numeri a professionisti in sincrono con DeConnick (come avrebbe potuto essere Rios). E dai racconti della scrittrice il dubbio che in questo progetto la Marvel ci credesse ben poco è forte. DeConnick ricorda che, con un budget risicato, l’editore propose al team creativo dei design per il costume realizzati in house, ma a DeConnick non piacquero, così chiese di affidare l’incarico a un esterno. Si vide rispondere che il progetto era modesto e che non c’erano i soldi per permettersi un esterno.

La sceneggiatrice corse il rischio e chiamò Jamie McKelvie, dicendogli di disegnare un costume e che sarebbe stato pagato, dalla Marvel o da lei. Messi davanti al fatto compiuto, i boss dell’azienda accettarono il design «e tutto d’un tratto la compagnia da milioni di dollari di fatturato riuscì a trovare i soldi per pagare un designer». Lo stesso (poco) impegno fu speso nella promozione, di cui DeConnick ha dichiarato di essersi occupata in prima persona. E l’autrice ha dovuto addirittura scontrarsi contro l’editor Steve Wacker, reo di aver inserito sfumature fin troppo gingoiste nel fumetto.

Da un punto di vista editoriale, Capitan Marvel appare come un reboot morbido abbastanza inaspettato, però a suo modo coerente, che non riparte esattamente da zero. Allo stesso tempo, però, il fumetto potrebbe lasciare spiazzati eventuali nuovi lettori nel suo essere troppo ripiegato su se stesso per tracciare una direzione precisa verso cui andare. In ogni caso, a livello di contenuti è un dignitosissimo lavoro che ambisce al cielo ma lo sfiora appena.

Capitan Marvel vol. 1
di Kelly SueDeConnick, Dexter Soy, Emma Rios e Filipe Andrade
Traduzione di Pier Paolo Ronchetti
Panini Comics, maggio 2018
Cartonato, 264 pp a colori
€ 25,00

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