Mondi POP Cinema "Don't Worry" il biopic di Gus Van Sant sul vignettista John Callahan

“Don’t Worry” il biopic di Gus Van Sant sul vignettista John Callahan

La storia di John Callahan non è divertente quanto le sue vignette. Ma in molti direbbero che nemmeno le sue vignette erano divertenti. Callahan era un vero disgraziato. Cioè, prima che la disgrazia lo colpisse, lui sembrava andarsela a cercare, col vizio dell’alcol.

John Callahan è stato un vignettista che ha pubblicato prima su giornali locali di Portland (Oregon), dove risiedeva, arrivando poi anche sulle pagine di Penthouse e New Yorker. Prima di diventare un vignettista Callahan era fondamentalmente un alcolizzato. È a causa dell’alcol che è finito sulla sedia a rotelle, ad appena 21 anni, per un incidente stradale (e non era nemmeno lui alla guida).

Questo, e tutto quello che è successo dopo, lo racconta il film Don’t Worry del regista Gus Van Sant (Will Hunting – Genio ribelle, Elephant, Milk, giusto per citare alcuni dei suoi lavori che raccontano storie travagliate, biografiche o meno). Il titolo del film cita una vignetta di Callahan particolarmente emblematica del suo lavoro e della sua personalità e allo stesso tempo anche il titolo del libro autobiografico di Callahan a cui la pellicola è ispirata.

La vignetta è quella sotto e spiega bene l’umorismo “sick” (malato), non solo nero, di Callahan, che era autoironico e perfino autobiografico (raro per un vignettista). L’autore rideva della sua condizione e spingeva gli altri a farlo, anzi li faceva uscire allo scoperto, sapendo che tanto lo avrebbero fatto comunque.

john callahan dont worry

Il disegno di Callahan, tracciato con due mani tremolanti (teneva la penna con entrambe le mani), compone figure goffe ma sempre ben riconoscibili. Il risultato non è troppo diverso da quello di altri colleghi più noti che lo hanno influenzato (come Richard Condie o Ben Wicks). Il segno sgraziato non aiutava a giustificare il suo humor sbattuto in faccia con situazioni imbarazzanti o di non immediata interpretazione.

C’è una scena nella seconda metà del film che mostra bene l’imbarazzo del comprendere o meno le sue gag: Callahan chiede a degli amici al bar che cosa volesse dire una vignetta e questi non riescono a dare una interpretazione definitiva o centrata.

Non sono molti i momenti in cui il lavoro di Callahan è protagonista della pellicola. C’è anche qualche passaggio animato, ma sono pochissimi. Per la maggior parte del film Van Sant racconta le vicende umane di Callahan in una parabola che lo porta dall’aver toccato il fondo a trovare una stabilità, grazie all’aiuto di alcune figure amiche e − soprattutto − alla sua arte.

Ci sono momenti in cui la narrazione si lascia andare a eccessive epifanie emotive (no, l’apparizione del volto della madre non ci voleva), altrimenti il film sarebbe stato da lodare coerentemente per la freddezza con cui mette in fila un percorso umano senza alcuna pretesa di risultare né divertente né appassionante.

Se non fosse che qui mancano momenti davvero divertenti, Don’t Worry rammenterebbe Man On The Moon, la storia tragica del comico Andy Kaufman con protagonista Jim Carrey, poiché entrambi i film sono incentrati su umoristi scomodi, segnati da un’esistenza travagliata. Don’t Worry risulta come una controparte, un approccio opposto al biopic con Carrey.

Il continuo e insanabile disagio dei personaggi e la lunga immobilità (in senso lato, della sua vita) mettono in difficoltà lo spettatore. Come le vignette, certo, con la sola differenza che in quelle mancavano − direi fortunatamente − gli spiragli emotivi a cui lascia spazio invece il film, che altrimenti sarebbe davvero freddo anche nella messa in scena della storia.

Non siamo di fronte a un lavoro documentaristico, il volto espressivo e calato nella parte di Joaquin Phoenix lo ricorda sempre, mentre i cameo di attori non esattamente professionisti rafforzano lo spirito appassionato che anima l’opera. Mi riferisco a Kim Gordon dei Sonic Youth o a Beth Ditto dei Gossip, mentre non vale lo stesso discorso per Carrie Brownstein delle Sleather Kinney, la cui carriera da attrice è ormai avviata da tempo. Jack Black − che nelle parti drammatiche ha degli evidenti limiti, adatto com’è alla parte del giullare − non aiuta invece a tenere il tono, ma appare poco, giusto il tempo di fare il danno più grave (l’incidente) e poco più.

Con uno spirito un po’ fatalistico e ciclico − ma senza troppa morale, di quella non ce n’è granché − il film finisce dove inizia. Non si arriva a scoprire l’intera vita di Callahan, ma solo la sua caduta in disgrazia e la risalita col raggiungimento di una condizione di pace interiore (grazie all’arte, dicevamo). Per quante poche cose succedano, il film non è nemmeno corto, e in più momenti è dura andare avanti. Soprattutto perché è difficile  intravedere una una luce in fondo al tunnel, per come il film riesce a evocare una sofferta empatia, pur cercando − non sempre riuscendoci − di mantenere il più possibile un tocco freddo.

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