Rubriche Sunday page Sunday Page: Vincenzo Filosa su "In mezzo, l'Atlantico" di Marco Corona

Sunday Page: Vincenzo Filosa su “In mezzo, l’Atlantico” di Marco Corona

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è ospite Vincenzo Filosa, fumettista e traduttore dal giapponese. Dopo una gavetta nel mondo underground, pubblicando su antologie come Deriv, Epoc, Futuro anteriore, Zero tolleranza, Spaghetti, ha avviato una collaborazione con Canicola e Delebile che lo ha portato a scrivere e disegnare Viaggio a Tokyo e Figlio unico, esempi, come scrive Andrea Tosti, di «gekiga interiorizzati da un occidentale».

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La mia scelta è ricaduta immediatamente sul magnifico In mezzo, l’Atlantico di Marco Corona, mio maestro di pennino e di vita conosciuto proprio durante una delle prime sessioni di dediche del titolo, quando il Napoli Comicon si teneva ancora a Castel Sant’Elmo e fare fumetti era davvero più romantico.

In mezzo, l’Atlantico è stata ed è tuttora una lettura per me imprescindibile, fa parte della ristretta cerchia di volumi che rileggo prima di mettermi al lavoro su una nuova storia.  Chiedo a te e ai lettori di portare pazienza e lasciarmi proporre non una ma ben due sequenze da quel titolo.

La prima, tra pagina 81 e 84, è strepitosa per forma e contenuti. Prima di tutto perché si sviluppa su una griglia a due vignette che è il passato, presente, e a mio avviso futura salvezza del fumetto italiano: da Kriminal a Dino Buzzati, da Giacomo Nanni ad Andrea Bruno a Palla di Paolo Bacilieri e tornando a Diabolik, è sicuramente la griglia che ha dato più gioia agli autori e ai lettori italiani.

Corona però opera un trucco clamoroso e, attraverso l’inquadratura fissa e il posizionamento della didascalia (sulla linea che dovrebbe essere occupata dallo spazio bianco), riesce a ipnotizzare il lettore e al termine della sequenza non conta tanto quello che pensi quanto quello che senti. Credo poi che In mezzo, l’Atlantico rappresenti uno dei periodi più felice di Marco come disegnatore e quelle quattro pagine anticipano lo stile del primo numero della serie Riflessi, in cui il suo tratto raggiunge livelli insuperabili.

E l’altra sequenza?

La seconda sequenza, tra pagina 60 e 62, presenta in appena tre pagine tutti quegli elementi che contribuiscono a trasformare un comune fumetto “di realtà” in un capolavoro universale: sesso, cieli stellati, amore, mistero e musica melodica italiana. In questa sequenza, ma avviene in ogni vignetta di ogni tavola di ogni sua storia, Marco non ha il minimo timore di mostrarsi nudo di fronte al lettore, in questo caso anche letteralmente. Ammiro la sua ricerca della verità a tutti i costi, invidio la sua capacità di esaltare, rinnegare, distruggere e ricostruire dalle ceneri, libro dopo libro. Marco Corona è il più nobile fumettista vivente.

Parlando della prima sequenza, secondo te perché quel tipo di griglia bipartita ha trovato così tanti esponenti? Qual è la sua forza, il suo fascino?

Vero, anche in Giappone i fratelli Tsuge, Maruo e molti altri della” scuola alternativa” ne fanno uso… Tra i motivi plausibili, credo il formato “cinematografico” della vignetta ispiri molto il regista incompreso che dimora nelle viscere di tutti noi fumettisti.

È una griglia molto elegante e “accessibile” per il lettore, mette cioè a disposizione una linearità di base che consente agli autori più ispirati di “giocare” anche su livelli di lettura nascosti (oltre a Marco naturalmente penso in particolare a Giacomo Nanni) e poi per il ritmo, che è quello di un cuore che batte.

Da cosa ti fai ispirare, rileggendo quest’opera, per i tuoi lavori?

Avvicinare In mezzo, l’Atlantico a Viaggio a Tokyo, il mio primo libro, è piuttosto facile. Fatte le debite proporzioni, sono due libri di viaggio in apparenza sgangherati ma metodicamente sinceri. La prima sequenza di cui abbiamo parlato ha ispirato profondamente la realizzazione di Figlio unico, soprattutto nei suoi contenuti. Ma il libro di Marco è talmente sincero che quando lo riprendi in mano lo trovi cresciuto, è come l’acqua del fiume che non scorre mai uguale, cambia in base all’umore che hai quando lo leggi, in base al luogo in cui ti trovi… Lo sfoglio per ricordarmi dove voglio arrivare.

Nella seconda sequenza, molte vignette mostrano l’azione succedere fuori campo. Secondo te a cosa è dovuta questa scelta? In generale, pensi sia sbagliato farsi queste domande – perché non sono il punto della questione e andrebbe solo seguito il flusso dell’azione – o ogni scelta pesa nella fruizione dell’opera?

Credo che sia fondamentale farsi questo tipo di domande, in ogni buon fumetto l’autore ha il completo controllo degli spazi e della distribuzione degli elementi all’interno della vignetta. Nell’ultima di pagina 60 non abbiamo bisogno di vedere cosa sta effettivamente succedendo, abbiamo già recuperato le informazioni necessarie nelle vignette precedenti e ritornarci sarebbe più dannoso che superfluo ai fini della lettura, Marco non vuole mostrarci quanto è bravo a scandire il tempo ma raccontarci una storia e uno stato d’animo. Mettersi in mostra vs raccontare è la grande sfida del secolo, influenzare vs condividere, Stati Uniti vs Italia. Gaira vs Sanda.

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