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Sunday Page: Daniele Di Nicuolo su “Scott Pilgrim”

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa settimana ospitiamo Daniele Di Nicuolo, classe 1987, disegnatore che ha mosso i primi passi su Long Wei e Nick Banana ed è poi andato a lavorare per editori come Sergio Bonelli, Marvel Comics, Titan, IDW e BOOM!. Tra i suoi lavori di punta: la serie Mighty Morphin Power Rangers, insieme a Walter Baiamonte, che ne ha curato i colori.

Daniele Di Nicuolo scott pilgrim

Premetto che sono un totale fanboy di Scott Pilgrim: possiedo due tavole originali, svariati poster e action figure, e ritengo che sia una delle storie più belle, se non la più bella, che mi sia mai capitato di leggere.

So che suonerei melodrammatico ed esagerato oltre ogni modo se ti dicessi che Scott Pilgrim mi ha salvato la vita, ma è quello che è successo, quindi lo ammetto candidamente. Avevo circa 24 anni (proprio l’età di Scott, guarda caso), e stavo attraversando una fase di vita terribile, ovviamente a causa di una ragazza. Ciò che ha fatto questo fumetto è stato aprirmi un terzo occhio e sbattermi in faccia una clamorosa verità, che ha completamente scombinato la mia scala di valori e la mia visione del mondo e della percezione di me stesso, catapultandomi fuori da un buco nero molto pericoloso.

Una di quelle storie perfette che fa ciò che le storie dovrebbero fare: intrattenerti e al contempo lasciarti qualcosa, insegnarti una “morale”. I classici livelli di lettura multipli che le migliori storie hanno, perché evitano di arrotarsi nel proprio ombelico e non ti dicono banalmente il tema di cui vogliono parlare, ma lo nascondono sotto una sana dose di mazzate e citazioni musicali e nerd, ma che poi arriva come un pugno secco alla bocca dello stomaco quando la tua guardia è bassa. E questo direi che riassume più o meno come mai abbia scelto quest’opera.

Di questa pagina cosa ci racconti? Come mai hai scelto questo?

Questa pagina arriva nel volume finale, prima della resa dei conti tra Scott e Gideon, l’ultimo degli ex-fidanzati malvagi di Ramona: Scott, abbandonato da Ramona, raggiunge la sua amica Kim in montagna per riflettere e capire, e durante una chiacchierata con lei, emergono tutti i ricordi falsati del protagonista. Per tutta il tempo noi abbiamo visto la storia dal punto di vista di Scott, e anche se durante il racconto si intuisce che forse non sia un campione in quanto a memoria, in quella scena si capisce che in realtà lui ha basato la sua visione di sé su una serie di false memorie, tutte atte a non renderlo conscio dei suoi errori e delle sue mancanze, a salvarlo dalle sue responsabilità insomma.

E questa cosa fa emergere Nega-Scott, ovvero la personificazione di questo suo lato oscuro, con cui inizia a combattere. Lui è convinto che lottando e dimenticando riuscirà a proseguire con la sua vita come ha sempre fatto. Kim, d’altro canto, gli dice che se continuerà così non imparerà mai dai suoi errori. Quando Scott è sopraffatto, un flash di Ramona gli ricorda e gli fa capire che lui può essere una persona migliore, può crescere. E in quella tavola, assorbe Nega-Scott, lo accetta, e tutte le sue reali memorie vengono a galla. Emotivamente e narrativamente è una scena incredibile, fortissima: ci insegna a non combattere la parte oscura di noi, ma a riconoscerla e accettarla. Siamo tutti stati teste di cazzo nella nostra vita (e lo siamo sempre), ma pretendere di essere gli eroi della storia e di essere sempre nel giusto, senza considerare che potremmo essere proprio noi nel torto (quindi i “cattivi”) non ci porta da nessuna parte. Ci impedisce di diventare adulti.

Ed è l’effetto che ha fatto a me: leggendo queste pagine, nella situazione mentale in cui stavo, mi ha fatto chiedere se la storia che mi stavo raccontando fosse la realtà o se stessi vivendo in un ruolo che avevo deciso di interpretare, e realizzare che stavo in una sorta di illusione mi ha letteralmente aperto il terzo occhio, un’epifania fulminea che mi ha fatto schizzare via in un nano secondo dalla tristezza in cui stavo.

Ti ricordi come e quando hai scoperto quest’opera?

L’ho scoperta per caso, me ne parlò un mio compagno di classe ai tempi della Scuola del Fumetto. In realtà lui mi parlò del film che stavano producendo e del fatto che fosse legato a un fumetto. La trama mi intrigò subito, e la Rizzoli Lizard aveva appena pubblicato i primi tre volumi, così mi fiondai subito a comprarli. Non mi aspettavo assolutamente quello stile, ma fui travolto immediatamente dalla storia. Avevo 24 anni, proprio l’età di Scott nel fumetto, ma col passare degli anni ho colto sempre più sfumature. L’avrò riletto almeno una decina di volte, non mi stanca mai.

Qual è il più grande insegnamento di O’Malley che ti porti dietro (se ce n’è uno)?

Il più grande insegnamento che O’Malley mi ha lasciato è il mettersi in discussione, il pensare di poter essere nel torto, di avere un punto di vista completamente sfalsato. Credo sia naturale che ognuno tenda a viversi come l’eroico protagonista della propria storia, ma a volte siamo così convinti di essere nel giusto, e che il nostro sia il modo giusto di vivere e vedere le cose, che non ci accorgiamo di essere noi i “cattivi”. Più che altro i cattivi verso noi stessi. Perché a volte ci ritagliamo anche il ruolo di vittime per svariati motivi, e ci sembra impossibile e ingiusto anche solo pensare di poter reagire e ribellarsi contro una situazione o una persona altamente tossici per noi.

Ovviamente non vuol dire pensare di essere sempre in errore o di essere sempre dalla parte del torto, ma se ci troviamo con le spalle al muro, bloccati e a pezzi perché non riusciamo a cambiare gli altri, forse stiamo sbagliando noi qualcosa, non gli altri. Perché noi possiamo solo decidere come reagire alle cose, non pretendere di controllarle. La soluzione, a volte, sta nell’accettare appunto quella parte oscura di noi per poter cambiare, altrimenti sarà un fantasma che ci perseguiterà a vita.

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