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Suonala ancora, Tiz

La lettura del nuovo fumetto di Tiziano Sclavi, detto anche “il suo primo graphic novel” – dato tecnico molto discutibile, ma editorialmente vero – era qualcosa cui difficilmente avrei potuto resistere, in qualità di membro attivo della “generazione Dylan Dog” (titolo di una prefazione mai scritta, per un libro su DD che Sergio Bonelli né disapprovò né approvò).

voci acqua sclavi dell'edera feltrinelli comics graphic novel

Considerato quel che Sclavi ha combinato negli ultimi anni, ovvero pochino (due episodi di Dylan Dog loffi), il punto di partenza era lo stesso del mio tifo calcistico: amai e tifai, ma è da tempo che non professo. Identità generazionale arrugginita, tipo. Le voci dell’acqua (Feltrinelli Comics) mi ha riportato a quei momenti-matrice e, soprattutto, mi ha ricordato ciò che accade quando, finita la giovinezza e installata la maturità, alla lettura del presente si sovrappone la rilettura del passato. E nascono paradossi, alibi, illuminazioni – magari intrecciati insieme.

Il libro racconta di un uomo ammattito, in bilico tra allucinazioni e amara consapevolezza della propria condizione di perdente, irrisolto, vittima di soprusi familiari e lavorativi ma anche ignavo. Depresso sotto psicanalisi, peraltro. Ma non è questo il punto. Perché la trama è solo una declinazione contingente di un immaginario e una visione del mondo che Sclavi ha spesso offerto. In primis proprio con Dylan Dog.

Non tutto è chiaro, o evidente, o “spiegato” nel racconto. Maestro di ellissi narrative e spiazzamenti di scena finalizzati alla suspense, Sclavi ripropone qui il suo metodo drammaturgico: non solo descrivere abissi psicologici o comportamentali, ma proporre un “inabissamento” a chi legge. Leggere storie, si sa, è un po’ perdersi, e Le voci dell’acqua in effetti riesce bene in questa elettricità dispettosa, che mette sul chi va là nei brevi istanti tra uno sfoglio e l’altro. Per un fumettista è una dote prodigiosa, come quel “senso della frase” che Andrea G. Pinketts definiva con spirito sornione a proposito della (sua) prosa letteraria.

Se il ritmo della storia è perfetto, almeno per chi apprezza anche il sapore dell’esperienza percettiva della lettura (e dell’aspetto “sgangherato” del racconto, come sintetizzò mirabilmente Umberto Eco), il merito sta proprio nella sceneggiatura, mestiere in cui Sclavi ha sempre operato con rigore tecnico quasi arcaico – ogni dettaglio di regia e composizione è suo; l’opposto del metodo Stan Lee, per intenderci. Ma i disegni di Werther Dell’Edera non sono solo visualizzazione, semmai iper-visualizzazione.

Come i movimenti del corpo e del volto in un attore che interpreta un copione, i disegni di Dell’Edera danno un’interpretazione della sceneggiatura che scarica raffiche di fremiti. Se già ne Il Corvo: Memento Mori era chiara la maturità segnica di Dell’Edera, qui il disegnatore pugliese la ribadisce con forza, facendo volteggiare il pennino tra linee filamentose e matasse ingarbugliate, tratteggi noncuranti e forme plastiche dall’enfasi scenografica. Si vede la bravura, si respira un’aria tra solidità da action di supereroi e leggerezza mattottiana, con momenti di asprezza ombrosa alla Dino Battaglia.

Leggi anche: Nello studio di Werther Dell’Edera

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Le pagine del libro trattengono lo sguardo, insomma, quel secondo in più che serve a far fluttuare i pensieri intorno al destino del meditabondo Stavros, ennesimo personaggio monologante di Sclavi. Stavros parla e pensa, o sogna e vaneggia, e finisce per essere una maschera, non troppo lavorata nei dettagli comportamentali. Le voci dall’acqua è infatti una ennesima parabola psicosociale il cui limite, oltre che la sua peculiarità, è nella “maniera sclaviana”.

Il fatto che la copertina del libro riporti il suo nome a caratteri cubitali, dettaglio su cui lo stesso autore si è schernito nell’unica intervista finora rilasciata, è il primo e più macroscopico indice dell’opera(zione): prima ancora di essere un titolo, è una “sclavianata”. Persino più dei suoi due Dylan Dog del 2016 e 2017: la sospensione emotiva si sente meglio, l’inabissamento nella psiche è più centrale, i pensieri di morte più pervasivi. Le voci dell’acqua è più Sclavi del solito, e la sofferenza che mette in scena sembra fare eco alla sofferenza dell’autore, forse il più nitido narratore dell’amarezza esistenziale – dell’esistenza come amarezza – che l’Italia abbia avuto negli ultimi trent’anni.

Lo sbandamento nichilista, il tono di voce abissale, la suspense del progressivo “perdersi” dei personaggi fanno parte della “maniera” di Sclavi. Che qui ritorna, insieme a un tot di altri dettagli che popolano il suo immaginario da tempo.

Un esempio riguarda il lavoro di Stavros: impiegato in una compagnia assicurativa, in vari passaggi lo vediamo in un ufficio-pollaio che si presenta come un vasto open space pieno di scrivanie uguali, disposte in file regolari. La rappresentazione è quella dell’azienda di servizi come alveare kafkiano, allegoria della burocratizzazione della vita. Stavros ha un “buon” lavoro, ma lavorare è la quintessenza del conformismo sociale, fatto di produzione e riproduzione ossessiva dell’identico. Lavorare non gratifica, in Sclavi, semmai aliena. E l’anomia delle persone, intrecciata alla pulsione verso la violenza e persino verso la morte, è un refrain che riemerge in battute, dialoghi, sequenze.

Altri esempi. Un capitolo si intitola “Mortedì”. Una scienziata sostiene che “la paura della morte è la morte”. Un dialogo tra una vedova e un’amica a un funerale recita: «la vita continua», e la controbattuta «è quella la tragedia». I pensieri del protagonista, mentre sogna di volare: «Sorvolare questo oscuro mondo d’angoscia. Questo nero universo di dolore». Tutto molto sclaviano, insomma. Pure troppo?

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I mattoni di cui è composta la maniera sclaviana sono davvero molto presenti. Leggere questo libro è in gran parte leggere un compendio dell’immaginario e della visione dell’autore. Se dovessi dire, allora, se questo graphic novel mi è piaciuto, la risposta è no, non mi è piaciuto. Non amo le opere-compendio dello stile di un autore. Prediligo la progressione, la trasformazione, il cambiamento rispetto al ritorno, la riproposizione, la variazione-sul-tema.

Eppure ho avuto l’impulso a rileggerlo una seconda volta, e poi ancora a sfogliarlo la sera dopo. Non capita spesso. E mi è tornata in mente una vecchia questione: il rapporto con i musicisti che più ascoltiamo.

Più ancora della lettura, il consumo musicale è fatto di molte abitudini e fidelizzazioni ossessive. Da un lato c’è il rapporto lungo tutta una vita con un cantante, una band, un compositore. Dall’altro c’è il progressivo seguire la carriera di un certo musicista ascoltandone ogni nuovo album, o quasi, con la regolarità dell’interesse affettivo. Perché? Per tante ragioni, ma gli assi sono due: estetica, perché quel sound ci piace proprio più di altri, e/o generazionale, perché in quelle sonorità riconosciamo la nostra esperienza personale e collettiva.

Le voci dell’acqua è un po’ come il nuovo album di XYZ: lo riconosciamo per quello che ci aspettavamo. Prevedibile, dunque, come è prevedibile Vasco Rossi che ogni volta fa sempre canzoni alla Vasco Rossi. Vale per molti. Quante volte si dice che, in fondo, XYZ suona sempre “la stessa canzone”? Bob Dylan come gli U2, gli AC/DC come Morrissey hanno prodotto grosso modo sempre la stessa canzone, o quanto meno sempre lo stesso sound. Non tutti hanno questo approccio o questa predisposizione alla coerenza stilistica: penso a Madonna o, se mi permettete il salto, a Gipi nel fumetto.

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Le voci dell’acqua è dunque un po’ la solita ‘canzone’ sclaviana. Diversa dal solito per la ricombinazione specifica dei suoi mattoni poetici, e per i disegni suggestivi di Dell’Edera. Dunque deludente per chi fosse in cerca di qualcosa di più del solito sound. E in questo c’è – come per chi ha ascoltato i più recenti lavori di Bob Dylan o Morrissey – anche del dispiacere, della delusione per un maestro che 30 anni fa ha offerto un ‘sound’ nuovo, modificato i parametri della sonorità musical-fumettistica, e oggi invece suona solo come il se stesso precedente. Quasi questo libro fosse solo un esercizio di stile.

Bisogna però averlo, uno stile, per poterlo esercitare. Le voci dell’acqua è questo: il ritorno di quello stile. Niente di più, niente di meno. Per un membro della “generazione Dylan Dog” ha un significato preciso: è come ascoltare il nuovo album di Morrissey. Indispensabile? No. Utile? No. Innovativo? Non scherziamo. Nostalgia? Certamente. Ma non solo. È anche rifrequentare una poetica che ha aperto orizzonti non solo a noi, ma a tanto (fumetto) di quel che è potuto seguire grazie all’impulso di quel sound – ovvero quelle idee, quell’immaginario, quella visione del mondo.

E quindi: grazie per averla suonata ancora, Tiz. Anche se mi ha annoiato. Come può fare solo la noia di chi ‘sente’ i tuoi suoni al punto, forse, da ritenersi una specie di epifenomeno esistenziale prodotto da essi (il we sense della mia identità generazionale).

Ah: e suonala ancora, Werther.

Le voci dell’acqua
di Tiziano Sclavi e Werther Dell’Edera
Feltrinelli Comics, gennaio 2019
Brossurato, 96 pp., b/n
16,00 €

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