News "Alita: Angelo della battaglia", la recensione

“Alita: Angelo della battaglia”, la recensione

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Alita è l’opera struggente di un solitario genio mangaka, che per realizzarla ci ha quasi rimesso la salute. Tanto che la prima serie, scritta e disegnata fra il 1990 e il 1995 da Yukito Kishiro, venne interrotta bruscamente causa esaurimento nervoso dell’autore e poi ripresa per altre due tornate di avventure, l’ultima delle quali ancora in corso.

Il centro è Alita, l’angelo della battaglia, alias “Gunnm”, alias Gally. Il nome della protagonista, come il titolo della serie (intraducibile gioco di parole in giapponese) è stato per una volta coniato dagli americani: il nome Alita infatti nasce dall’adattamento inglese della casa editrice Viz Comm, che un paio di colpi interessanti negli anni Novanta li aveva messi a segno, a partire da Crying Freeman scritto da Kazuo Koike e illustrato da Ryōichi Ikegami.

Alita è un’opera ricca, complessa, rivelatoria, “alta” (nel senso che per tematiche e modo di raccontare è rivolta a un pubblico giovane-adulto) e più splatter a rileggerla oggi di quanto non vogliamo ricordarci. È piena zeppa di richiami e citazioni, a partire dal mito fondante dell’Astro Boy del dio del manga Osamu Tezuka, e fa del postmodernismo la sua bandiera. Senza contare la sua vera pelle, che è il cyberpunk insaporito dalla cultura giapponese. Una pelle che, tanto per citare Ghost in the Shell di Masamune Shirow e Akira di Katsushiro Otomo, è l’elemento trainante del ventennio più proficuo della fantascienza disegnata giapponese.

Siamo rimasti prigionieri del cyberpunk, come ben sappiamo: ostaggi di un immaginario che la cultura mainstream non riesce a superare perché legato simbolicamente al nostro presente digitale e perché la sua narrazione è semplificatoria in maniera consolatoria e compatibile con il modo di narrare soprattutto del cinema d’evasione statunitense. Cioè della Hollywood che sostituisce sempre di più l’aspetto kolossal dei film con quello degli effetti speciali di computer graphic.

In quanto a effetti speciali, come ci si aspetta da ogni film di Cameron, anche qui c’è un pezzettino di progresso che fa veramente impressione e che si manifesta con gli occhi fuori misura di Alita, prodotto di sintesi digitale fotorealistica elaborata in tempo reale e al tempo stesso geniale citazione della mania nipponica per gli occhioni occidentali che è diventato paradossalmente il marchio di fabbrica dell’immaginario grafico orientale.

Alita è stato a lungo il sogno e l’ossessione di una parte nobile e potente di Hollywood, quella di James Cameron e di Robert Rodriguez, ma per capire come mai siamo arrivati solo oggi ad avere finalmente il film nelle sale occorre tirare le fila di un discorso un po’ più ampio e complesso.

C’è un conflitto, neanche troppo sofisticato, che contrappone testo e video. Nel contesto del cinema americano, che ha stabilito regole e modelli di narrazione piuttosto chiari – i tipi di conflitti, gli archetipi degli eroi, il modo di procedere nella storia, la narrazione esplicita e quella (poca) implicita – ci sono dei passaggi che non si possono evitare. E non parlo solo di come vengono strutturati i film, ma anche da dove provengono. In fasi storiche diverse i soggetti originali (quelli cioè creati direttamente dai soggettisti e dagli sceneggiatori senza partire da un libro o da un’altra narrazione già codificata) hanno rappresentato dapprima un problema, poi una opportunità e infine una certezza.

Hollywood oggi adora storie nate per essere raccontate al cinema. Piuttosto, libro e fumetti seguiranno dopo, o magari – è il caso di 2001 Odissea nello spazio ad esempio – nascono assieme. Ma l’immaginario visivo rimane sempre centrale. Ecco perché, quando si arriva invece a toccare il tasto del fumetto, le cose si complicano. I fumetti serializzati hanno un’identità più complessa, cangiante, fatta di continue riscritture, e sono eminentemente visivi. Con un rapporto tra azione, forma, disegno, dialogo e closure delle vignette profondamente diverse dal linguaggio strutturato dal montaggio e abbozzato nelle sceneggiature tradizionali.

Tutto il grande mondo di film Marvel e DC degli ultimi anni è un gigantesco esercizio di stile, una scelta estetica e narrativa epocale che sta cambiando in profondità il modo con il quale produciamo e metabolizziamo gli universi e gli immaginari popolari. Le conseguenze dureranno per decenni (come apparentemente la teoria senza fine di sequel soprattutto Marvel) e niente sarà più come prima. Amen.

Fin qui infatti già sarebbe alquanto complicato muoversi. Il successivo passaggio, cioè la trasposizione di fumetti giapponesi, ovverosia di manga, è un vero incubo. Perché, nonostante la cultura occidentale – di più quella europea (Italia, Francia e Spagna in testa) che non quella americana – abbia conosciuto e assorbito l’impatto culturale dei manga su larga scala negli ultimi quarant’anni, il cinema no. Anzi.

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Il cinema americano prosegue per una strada che delle forme di narrazione dei manga-anime se ne frega altamente. È costruito in modo proprio diverso e profondamente incompatibile. La lista di film che stanno lì a testimoniarlo è impressionante: da Ghost in the Shell a Fist of the North Star, da Death Note a Speed Racer, da Oldboy a Dragonball Evolution, da Guyver: Dark Hero a… beh, qui ci possiamo fermare.

Come i giapponesi si dice che non abbiano gli enzimi per processare l’alcool e ne risentano in maniera molto più massiccia degli occidentali, così evidentemente gli sceneggiatori, i produttori e i registi americani mancano completamente della sequenza di DNA necessaria a capire un manga e riuscire a riprodurlo per il grande schermo.

Non che sia facile. Anzi. Il problema di fondo è che una storia a fumetti giapponese – o un anime – è costruita in una maniera tale che per primi gli appassionati del genere non riuscirebbero a sopportare una produzione americana realistica.

Ve lo immaginate Your Name. girato con attori adolescenti americani (e per adolescenti intendiamo ovviamente Jennifer Lawrence e Josh Hutcherson), in una cittadina della provincia americana, con un lago e un buco scavato da un meteorite? E poi le scene lunari, i lost in translation, le lentezze, le allusioni, le dissonanze e le sovversioni della storia? I continui avanti e indietro? I lunghi silenzi, la mancanza di azione, i momenti di imbarazzo, ma solo evocato, pensato, non basato su qualche torta in faccia? Roba da far sembrare David Lynch il regista preferito dai fan di Rocky e Lars von Trier quello perfetto per il prossimo capitolo dei Transformers (eppure a Hollywood ci proveranno).

Arriviamo ad Alita. Il film è riuscito. Il miracolo si è compiuto. Con un’opera di pulizia strutturale, una vera e propria sterilizzazione delle modalità narrative giapponesi di Yukito Kishiro, Rodriguez con l’aiuto di Cameron e dell’altra sceneggiatrice, la talentuosa greca Laeta Kalogridis (Alexander, Pathfinder, Altered Carbon) ha tirato le somme di una storia che rispetta la mitologia di Gally/Alita ma la rimette in ordine, la ripulisce, la prepara per la prima serata. Trasforma la bella ragazza di campagna in una ballerina, in una étoile da grande prima. Perché ne rispetta le ansie e le paure? Forse. In realtà viene tutto sfrondato e semplificato, lasciando lo scheletro della storia in un ordine differente e più logico, togliendo personaggi e aggiungendone altri, ma soprattutto lasciando la simbologia, i richiami più profondi.

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Rodriguez porta a casa le due prime parti della storia di Alita chiudendo molte porte che venivano lasciate aperte e cambiando bruscamente passo nella seconda metà del film, che accelera e diventa un’altra cosa. L’eroina si risveglia e qui parte la sua rincorsa che, si intuisce, farà da trampolino di lancio per un secondo capitolo.

Rodriguez è un po’ innamorato, lo si vede da come muove compiaciuto ma anche pudico la macchina da presa, della sua bella Gally/Alita. Lo siamo tutti, maschietti degli anni Ottanta o Novanta, o maschietti di oggi. Perché dentro il sacchetto delle citazioni di Yukito Kishiro c’è ovviamente anche un mix tra amore adolescenziale e lolitismo che si sposano bene, anche nella versione rivista da Rodriguez (più innocua e meno chimicamente complessa di quanto avrebbe potuto, ma un aroma di fondo rimane), e aprono la strada a quelle ossessioni maschili che un personaggio come Ganny/Alita non fa che evocare e celebrare. Immagini e pin-up anni Novanta di una ragazza sempre seminuda, meccanica, svuotata, sventrata, segmentata e spezzata ma anche improvvisamente violenta, flessibile, mortale.

La modernità grafica di Gally/Alita stava anche nel suo essere sporca, splatter, a tratti quasi punk e mutilata, cicatrizzata, costantemente rimessa in discussione. In un immaginario cyberpunk apparentemente tutto digitale, mentale, sconnesso, virtuale, è il fisico che torna ad essere la dimensione centrale.

«La mente è il giocattolo del corpo, diceva Nietzsche», fa capolino all’improvviso nel fumetto. È una delle primissime incursioni che Yukito Kishiro fa nella filosofia, nelle tematiche assolutamente ortogonali a quelle della fantascienza, ma che come punti di sutura vermigli legano e imbastiscono la carne sudata, tremula, sofferente dei suoi personaggi. La mente e il cervello vengono spostati, scarnificati, mangiati per succhiarne le endorfine, trapiantati in altri corpi artificiali, resi sempre più disumani nella loro bestiale umanità. Tutto questo si trasforma nel film, ma rimane come una intenzione, una sorta di memoria dell’acqua di sapore omeopatico che racconta anche questa storia lontana.

Non c’è che dire, secondo me i film tratti da una storia che è già stata raccontata, quando sono fatti bene, hanno una marcia in più.

Leggi anche: Storia di Alita, il manga di Yukito Kishiro

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