Graphic Novel Lo spettacolo visivo del "Dio Vagabondo" di Fabrizio Dori

Lo spettacolo visivo del “Dio Vagabondo” di Fabrizio Dori

L’ultimo lavoro di Fabrizio Dori – Il Dio Vagabondo, edito da Oblomov e da poco tradotto oltralpe da Éditions Sarbacane – non ha forse goduto della dovuta attenzione in Italia.

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Dori, forte di un percorso artistico che ha avuto inizio tra i corridoi dell’Accademia di Brera, ha esordito un quinquennio fa con Uno in diviso per Tunué, ma solo con il successivo lavoro dedicato al periodo tahitiano di Paul Gauguin ha destato l’attenzione della critica e dei lettori, grazie a una entusiasmante palette e ad una perizia quasi filologica nel cogliere lo stile post-impressionista dell’artista parigino.

Eppure, Gauguin o l’altro mondo non mi aveva entusiasmato: nella ricerca esasperata della cromia giusta, nel citazionismo sovrabbondante e calligrafico mostrava il fianco a diverse obiezioni, tracimando più nell’omaggio erudito che nel ricostruzione romanzesca. Al contrario, Il Dio Vagabondo, nonostante la massiccia presenza di riferimenti, citazioni e le interferenze metalinguistiche, mostra un linguaggio solido, che non risulta disturbato dallo sfoggio di una tecnica altrettanto ricercata.

L’opera si pone al crocevia delle indistricabili passioni di Dori: l’arte, il classicismo e il pop. Nonostante ciò la storia non viene fagocitata dal gioco post-moderno del sovraccarico delle influenze e dei generi, ma resta lieve, muovendosi sul crinale tra i mondi fatati dei miglior Miyazaki e il fumetto on the road à la Baru (con cui condivide un certo gusto cromatico, non lontano da quello del nostro Igort).

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L’arte in questo caso è al servizio non solo dell’intreccio, ma anche della regia, sapientemente e fortemente fumettistica. A differenza di altre opere dove i riferimenti diventano semplici referenze artistiche in un gioco di cut-up che vuole nascondere la scarsa originalità, qua, invece, è elemento ben integrato e funzionale.

Il Dio Vagabondo parla dello smarrimento di Eustis, satiro della compagnia di Pan, costretto a vagare per colpa di un sortilegio della stizzosa Artemide, tra i mortali. Da buon satiro, Eustis alza spesso il gomito, raccontando storie e intrattenendo gli astanti con la sua favella. L’esilio, in un mondo ormai privato del sacro, sotto l’egida del monoteismo cristiano, sarà interrotto dall’incontro con un fantasma, che convincerà il satiro a rompere il suggello della malia, facendo dono a Selene del suo amato Pan, prigioniero dell’Ade.

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L’avventura, ricca di colpi di scena, incontri e un nutrito cast di comprimari che aiuteranno il giovane satiro nell’impresa, è strutturata come un collana di short story, tenute insieme dal fil rouge della ricerca della Sfinge, un artefatto mistico in grado di aprire le porte degli inferi: risparmiando così al nostro una forse dolorosa anabasi.

Alla base del mondo di Dori – in cui la povertà di divino è segno inequivocabile della dimensione notturna in cui è immerso – vi sono sicuramente le intuizioni degli american gods di Neil Gaiman: le divinità sono “svuotate” e costrette a vivere tra i mortali, condividendone non solo le passioni ma soprattutto le sofferenze. Ma, tutto ciò è filtrato attraverso una sensibilità filosofica, che affiora nella parole poste in calce al libro e tratte dalla fondamentale lirica di Friedrich Hölderlin, Brot und Wein del 1801.

L’elegia tratteggia un mondo in cui le divinità pagane sono ormai dipartite e con esse anche l’ultimo grande conciliatore – Cristo/Dioniso. Un mondo in cui si attende l’arrivo di un nuovo Dio, quello stesso in cui Martin Heidegger, lettore attento del corpus poetico di Hölderlin, poneva la salvezza della nostra epoca, come nella famosa intervista rilasciata a Der Spiegel e apparsa nel maggio del 1976.

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La mancanza del sacro e quello che ci resta sono le vestigia dell’antico con cui baloccarci: mischiando in una confusione creativa il nuovo con il vecchio, in cui il Little Nemo di McCay può muoversi nello stesso cerchio magico della Metamorfosi di Ovidio e del simbolismo di Böcklin e del romanticismo di Goethe e Hölderlin.

Forse, quello che manca a Dori è la dimensione oscuro e realmente dionisiaca di un’opera come Faune ou l’Histoire d’un Immoral di Aristophane. Tuttavia, Il Dio Vagabondo è un fumetto da recuperare, leggere e rileggere, ma soprattutto da gustare con lo sguardo.

Il dio vagabondo
di Fabrizio Dori
Oblomov Edizioni, novembre 2018
cartonato, 160 pp., colore
25,00 €

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