Mondi POP Animazione La conclusione della trilogia di "Dragon Trainer" è una delusione

La conclusione della trilogia di “Dragon Trainer” è una delusione

Andiamo un po’ controcorrente. La conclusione della trilogia animata di Dragon Trainer è deludente. E il terzo capitolo, ancora più del secondo, sembra fatto con i ritagli e le frattaglie del primo film, che invece era decisamente più innovativo. Ma mettiamo un po’ di ordine.

Nel mondo editoriale i libri di Cressida Cowell sono dodici (più tre e un libro illustrato), tradotti da noi in maniera sventurata (Le eroiche disavventure di Topicco Terribilis Totanus III, cioè Hiccup) e costituiscono un corpus più ricco e complesso, ma anche sostanzialmente diverso da quello dei film, cortometraggi (3) e serie animata televisiva, che formano invece un tutt’uno molto più gagliardo e pensato dalla DreamWorks come franchise totale, cioè con pupazzetti, figurine, parchi tematici e tutto il resto. L’elaborazione grafica, caratteriale e tematica rispecchia questa volontà eminentemente commerciale. Ma tocca anche uno snodo fondamentale nella storia.

Se i racconti della Cowell (che è decisamente una minore rispetto alla mamma di Harry Potter, J.K. Rowling, ma si pone nello stesso filone) sono delle storie con qualcosa da dire soprattutto ai fanciulli, i racconti visivi dei draghi sono storie dure, cupe, gratuitamente traumatiche e fintamente provocatorie. Soprattutto, mescolano bene le carte per far sembrare i personaggi e le storie una cosa diversa da quello che sono.

I personaggi non funzionano perché sono falsi. Così come i loro conflitti e la loro perdita. Il padre di Hiccup muore in maniera emotivamente ingestibile, ma solo per amore di trama, perché poi tutto viene gestito con la facilità con cui si gestisce la perdita di un arto. La madre di Hiccup non se n’è mai andata via emotivamente dalla famiglia, ma solo fisicamente da Berk (e allora, di quale distacco parliamo?). La differenza di Hiccup stesso, un ragazzo che “non è come gli altri”, e che si amplierà nel suo triplo percorso di persona amputata, di persona con un rapporto sentimentale-affettivo con un drago (stigmatizzato dalla società ma che poi ne diverrà il centro propulsore) e di persona che deve diventare il leader pur non avendo fiducia in se stesso, non funziona.

Hiccup è invece un disincantato e autoironico Woody Allen che vive nelle Ebridi interne e cerca di adattarsi alla Scozia scandinava e alle sue leggende, né più né meno come avrebbe potuto fare il giovane regista e attore ebreo newyorkese se avesse avuto a disposizione un soggetto scritto dalla Cowell quando aveva trent’anni. Eroe? Capace? Ragazzo qualunque messo di fronte ad eventi eccezionali? La regia bara, e tra un attimo lo vediamo.

Le diversità di Hiccup servono solo a scopo identificativo per il pubblico dei più piccoli, ma è una facciata che si mangia vivi tutti i personaggi e tutte le possibili storie del film. Compresa la fidanzata, la giovane Astrid, che nel primo film è una persona alla scoperta di se stessa con un percorso significativo e interessi che vanno al di fuori del maschio per il quale dovrà invece annullarsi. Poi infatti diventa un simulacro, come del resto la madre, che serve solo alla realizzazione egocentrica del personaggio principale, sia esso Stoick l’Immenso, padre di Hiccup, o quest’ultimo. Gli altri infatti sono là solo per fare complemento: gli amici d’infanzia del padre o del figlio che servono per costruire gag e far risaltare la personalità del maschio capofamiglia di turno. Gli abitanti di Berk, che sembrano le tre o quattro pecore utili solo alla gag ricorrente del furto da parte dei draghi. Comparse ma come dei personaggi dei Sims (il videogioco, intendo).

dragon trainer

La storia dei tre film diretti da Dean DeBlois (sceneggiatore di Mulan) sceneggiati assieme a Chris Sanders (sceneggiatore del Re Leone e di Mulan) e Will Davies, è discontinua e soffre di una violenta compressione delle parti narrative strutturali dei libri. Non è una cosa rara, spesso i film sono ellittici rispetto al testo da cui provengono, ma di solito hanno capito la storia. In questo caso, dopo il film d’esordio, è chiaro che qui non è successo.

Le parti del volo diventano preponderanti, gli antagonisti si ripetono in maniera imbarazzante, il simbolismo e la simmetria nella storia del ragazzo e del drago offre più sofferenza allo spettatore che altro. Nella trilogia l’affermazione di una scala di valori orientata sul protagonista e la sua visione del mondo è rappresentata anche dalla mancanza di spessore del “popolo di Berk”, tanto importante a parole quanto invisibile nei fatti. E nella crescente mole numerica dei draghi, che rappresentano creature complessivamente superiori da un punto di vista etico quanto “bestiali” come singoli e impossibili da gestire, se non sulla base di una simbiosi stralunante nei fatti oltre che nelle conseguenze logiche.

Amare i draghi è inspiegabile e ingiustificabile, se non con l’amore per una specie di animali domestici capaci di volare e di gesti di imprevedibile violenza, con caratteristiche mai viste prima e rappresentanti di mondi fantastici, tendenzialmente sotterranei (ben due su tre film) o di estasi mistiche di volo che fanno ricordare l’assolo sognante di chitarra di David Gilmour nella canzone “Learning to fly”, mentre la voce del chitarrista declama i versi: «There’s no sensation to compare with this – Suspended animation, a state of bliss».

Innamorato di un gatto nero che vola e spara palle di fuoco, l’Alfa di tutti i draghi, Hiccup scopre l’amore (ma davvero lo scopre?) e scopre se stesso (ma cosa scopre?), i suoi limiti e le sue paure passando sopra a tutto il resto (mutilazione, abbandono, ruolo, ossessioni) mentre il suo drago si “accoppia per sempre” con l’ultima femmina della sua specie, una Furia Buia completamente bianca, trasparente, dalle movenze di un minipony, e priva di qualsiasi spessore individuale. L’amore privo di confini e di senso avviene solo perché lei è l’ultima femmina della specie, e quindi l’unica. Ottima metafora su cosa non sia un rapporto sentimentale.

Lo stesso drago viene infatti trasformato in un adolescente, come il suo “padrone-amico” (in un rapporto che più che con un animale ricorda tragicamente quello tra un colonizzatore e il suo giovane amico nero), e si perde perché non c’è sapore nella sua caratterizzazione. Invece Hiccup, nell’ultimo film, guadagna una fastidiosissima peluria distribuita sul volto che ricorda in maniera imbarazzante il piumaggio di un uccellino neonato e che si aggiunge al desiderio degli animatori di dimostrare la supremazia del loro software di rendering 3D, inserendo a casaccio capigliature vichinghe, barbe hipster e sopracciglia pelose che friniscono al vento. Inqualificabile.

dragon trainer

La novella di Hiccup e di Sdentato è cupa, dark, paurosa, come sempre nei tre titoli, e a tratti decisamente eccessiva per il suo pubblico naturale, cioè i bambini. Ma è ovvio che sia così, perché lo spavento deve dare spessore alla storia – una storia in cui le motivazioni mancano completamente o, se ci sono, sono allucinanti e deliranti – e soprattutto produrre una finta catarsi che sia liberatoria. L’idea di fondo sfugge: vivere in pace con i draghi? Trovare il proprio drago interiore? Riconoscere natura umana a una specie animale e costruire una nuova società assieme ad essa? Gli animali non sono ovviamente carne da macello, ci mancherebbe altro, e anche la fatica umana a cui hanno supplito per migliaia di anni (oltre all’apporto calorico) è stata eliminata grazie alle macchine e alla cultura vegana o genericamente vegetariana. Ma non sono neanche i nostri compagni cosmici con i quali vivere, in un rapporto paternalistico e completamente didascalico. Insomma, i draghi non sono persone, come non lo sono i cani, i gatti, i cavalli, i topi e le galline. Neanche i procioni. Sono persone solo le persone.

Le finalità del film uccidono qualsiasi possibilità di redenzione e mostrano che, nonostante ci sia un inseguimento di intere filiere di empatia (la mutilazione, la diversità, l’essere speciale, la ricerca solipsistica e al di sopra di tutto e di tutti della propria strada e di se stessi) alla fine la trilogia di Dragon Trainer parte bene ma diventa una fantasia autistica. È libertà assoluta in condizioni di costrizione: liberi di essere schiacciati dai bisogni narcisisti e dal desiderio di potenza filtrato dall’incapacità di vedere gli altri se non in funzione di noi stessi, cioè nei film del solo Hiccup.

E non ci sarebbe niente di male, non fraintendetemi: è anzi una fase che tutti passano. Ma non diventando re del mondo, costringendo tutte le femmine che si incontrano a un ruolo secondario (sia esso genitoriale o nuziale) e portando avanti l’unico rapporto spirituale con l’animale astrale come guida e modello per il mondo esterno. Un rapporto che poi dovrà essere tagliato per consentire l’emersione di una drammatica fantasia borghese, un rapporto famigliare e sociale da classi medie con casetta, bambini e barchetta con cui andare a pesca.

Dragon Trainer non è un film generativo. Non crea. Annicchilisce e riduce tutto a una pastosa festa per gli occhi che, nell’ultimo capitolo, è diventata anche decisamente stucchevole. In una parola: è brutto.

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