“Captive State”, quando la fantascienza non delude senza bisogno di grandi mezzi

Pur partendo con tutti i pregiudizi possibili e immaginabili, il film di Rupert Wyatt Captive State è un bel film di fantascienza, intenso e per niente scontato. Scritto dal regista assieme alla moglie Erica Beeney, la premessa di Captive State è che la Terra sia governata da nove anni dagli alieni, che l’hanno invasa. E, mentre le classi dominanti sostanzialmente hanno accettato la dominazione e collaborano con il governo alieno, buona parte degli esclusi o di chi vive ai margini della società invece la rifiutano. E gli alieni? Nessuno o quasi li vede: abitano sottoterra e dicono di volere il bene della Terra, anche se forse la stanno depredando e consumando da dentro.

Al centro del film, John Goodman, che è raramente nel ruolo del protagonista (è uno di quegli attori difficili da inquadrare che scivolano tra il caratterista e l’autentico personaggio: a dimostrarlo la lunghissima lista di doppiatori italiani, a testimoniare quanto la sua carriera sia stata presa sottogamba da molti), e il giovane Ashton Sanders con anche l’ottima Vera Farmiga.

L’ambientazione è Chicago, e le riprese sono state effettuate in quella città. Ci sono pochi effetti speciali e poche – ma potenti – scene in cui il fantastico entra nel normale. Ma la regia è densa, concitata e ravvicinata per comunicare un senso costante d’urgenza e per scavare nel corpo e nei segni sul volto dei protagonisti, che sono esseri umani la cui capacità di adattarsi e interpretare la nuova vita – da collaborazionisti a schiavi degli alieni – è un interessante mix di normalità ed eccezionalità.

Ci sono molte letture possibili di questa storia, dato che l’arrivo degli alieni è sempre un buon modo – dall’Eternauta in poi – per raccontare altro. In questo caso, la vittoria di forze aliene che prendono il controllo della nazione (perché il film è totalmente e definitivamente americanocentrico) creando situazioni interessanti nella normalità della vita che le persone cercano di ricostruire. Potremmo raccontarlo anche come un film ambientato nella Francia occupata dai Nazisti e non cambierebbe molto. Ci sono intuizioni e scene piuttosto interessanti come visione e immaginario, ma soprattutto ci sono i campi ravvicinati, le steady cam nelle scene convulse, i primissimi piani.

Captive State si disvela lentamente alla fine e non è certamente il ruolo di chi lo recensisce spoilerare le sorprese che danno una profondità molto maggiore alla trama di quanto non si possa inizialmente immaginare. È un buon film, solido, che poggia molto su un trittico di protagonisti davvero ben associati.

In particolare la traiettoria di Goodman si sta facendo sempre più significativa anche per ruoli drammatici man mano che l’attore – oggi ha 66 anni – vive una seconda giovinezza dopo aver chiuso con l’alcolismo (è sobrio da dodici anni) e aver cominciato a dimagrire sistematicamente. L’impressionate mole fisica (un metro e novanta per 180 chili, nel momento di “piena forma”) che gli avevano messo davanti una promettente carriera come giocatore professionale di football americano prima di scegliere il cinema, agli inizi degli anni Settanta, è utile sia per i ruoli comici che per quello seri, come in questo caso.

Rupert Wyatt, che ha scritto il film con la moglie, la sceneggiatrice Erica Beeney (la coppia peraltro ha tre figli), ha già giocato con grandi produzioni, da The Escapist a L’alba del pianeta delle scimmie, o a qualche serie televisiva inclusa quella tratta dal videogioco Halo. Ha talento e soprattutto a tecnica da vendere, e il piccolo meccanismo a orologeria di Captive State funziona proprio grazie all’intensità dei suoi attori ma ancora di più grazie alla disponibilità della regia di mettersi a disposizione della storia, riempiendola di quelle emozioni e sentimenti che sono in grado di caratterizzare il tono della storia.

Se posso dare un consiglio, Captive State è un film che rende bene se visto al cinema, non per gli effetti speciali ma per l’intensità avvolgente sia visiva che sonora che capace di evocare sul grande schermo.