Fumetto Italiano Questi fumetti sono materia degenere

Questi fumetti sono materia degenere

Materia degenere è un libro di fumetti brevi realizzati da cinque autrici esordienti. Questa frase sintetizza bene che oggetto alieno è questo libro di Diabolo Edizioni, nel panorama dell’editoria a fumetti italiana.

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Un’editoria che ha un sacco di regole non scritte, e tra tutte queste regole due delle più importanti sono: le raccolte di fumetti brevi non si vendono e le raccolte di fumetti brevi realizzati da esordienti si vendono ancora meno. E quindi far esordire nell’editoria tradizionale cinque autrici che si sono fatte le ossa con l’autoproduzione, è un gesto eroico e folle che si rivela però necessario in un mercato che preferisce far esordire fumettisti giovani e inesperti con 160 pagine di graphic novel (quando non addirittura con un’intera trilogia), invece di dar loro il tempo di crescere e formarsi fino alla maturità necessaria per la costruzione di una storia più complessa.

Cinque personalità forti, cinque mondi distanti, cinque tratti diversissimi tra loro: Joe1, Federica Bellomi, Elena Pagliani, Monica Rossi e Fumettibrutti (l’unica ad avere già una pubblicazione alle spalle). Mi perdoneranno le autrici di Materia degenere se prima di analizzare i loro fumetti, preferisco raccontare la storia di un nano muscoloso, un cowboy moderno e una donna a seno nudo che camminano nel deserto americano. In realtà non è nemmeno la loro storia (quella la troverete nel primo racconto del libro), ma quella di un’illustrazione di Marco Galli ritrovata tra le cartelle del suo PC quando, dopo un’improvvisa malattia, si è ritrovato in un “futuro azzerato”. Senza poter disegnare, Galli decide di riunire le cinque autrici e di affidare loro alcune storie: non sceneggiature fatte e finite e nemmeno dei soggetti abbozzati, solo un genere a testa che imposta i toni generali del racconto e una serie di suggestioni cinematografiche e musicali che vanno a condizionare la narrazione e a costruire la storia vera e propria.

Più che il curatore della raccolta Marco Galli è un virus inoculato nei corpi delle fumettiste che, in una corsa contro il tempo, cerca di lasciare il segno prima che il sistema immunitario produca anticorpi in grado di debellarlo. Per questo ogni racconto di Materia degenere è un po’ anche un racconto di Marco Galli. Chi conosce il suo lavoro non faticherà a riconoscere tematiche, ossessioni visive e musicali, l’amore per il genere stravolto e gli immaginari eccessivi, ma soprattutto emerge – come eredità/malanno più forte lasciata alle cinque autrici – il suo istinto unico nel relegare ai margini del racconto il tema centrale, per poi ricollegarlo alla trama con un colpo di coda elegante e stupefacente.

La presenza di Marco Galli è però doppiamente importante: il suo intervento su Materia Degenere così evidente e manifesto, ha la forza di riportare al centro del discorso editoriale la figura di un editor forte e di carattere capace sì di imprimere il suo marchio senza però sostituirsi mai all’autore. La guida di Marco Galli si riconosce ma non è mai protagonista, balugina fugacemente in alcuni lampi improvvisi senza mai prendersi il palcoscenico, che rimane quindi tutto a disposizione delle fumettiste.

In tre più il nano nel deserto di Joe1
Ci sono un paio di sequenze ne In tre più il nano nel deserto che mi hanno portato alla mente le atmosfere acide e dissonanti de Il cattivo tenente diretto da Werner Herzog, un film pieno di iguane che osservano gli umani e di spiriti che si mettono a ballare sul loro cadavere ancora caldo.

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Il western in soggettiva di Joe1 è una storia di vendetta mistica e carnale, che si gioca per buona parte nel deserto della mente per svelarsi poi con un finale ambientato nel luna park della realtà. Joe1 impolvera gli ambienti e avvizzisce le carni dei suoi personaggi, trovando nel POV della sua protagonista l’occasione giusta per mostrare la recitazione dei corpi, abilmente contorti e quasi sempre obbligati a guardarci dritti negli occhi o a darci le spalle non appena ne hanno l’occasione. La narrazione non punta verso la vendetta finale, ma ci racconta un percorso di autodeterminazione calcando sentieri non battuti (belle le didascalie cancellate sovraimpresse al paesaggio) in compagnia di tre (quattro?) freak.

Corri, scimmia d’acciaio di Federica Bellomi
Mi piace immaginare Corri, scimmia d’acciaio di Federica Bellomi come una specie di espansione dell’universo narrativo di Èpos, il graphic novel di Marco Galli uscito per Progetto Stigma. Ci sono le ronde dei bravi cittadini, la paura che è una medicina, e una città (Bologna, in questo caso) in attesa di un’apocalisse cercata e sperata, quasi necessaria ai suoi abitanti per poter giustificare i bassi istinti e i comportamenti predatori. Protagonista di questo thriller è una preda costretta a tornare nel covo dei cacciatori, un fuggitivo che ritorna un po’ per scelta e un po’ per obbligo ad affrontare chi vuole fargli la pelle.

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La Bellomi stupisce anzitutto con la velocità e la precisione con cui ci fa piombare in quel mondo, ne stabilisce le regole in qualche tavola senza essere didascalica e, insieme al contesto, introduce anche il suo protagonista attraverso il racconto che ne fanno i suoi aguzzini. Tutto fila con la precisione di una narrazione classica e la follia di uno stile di disegno in cui la carne sembra colare dai corpi dei personaggi e tutto il mondo sembra in procinto di sciogliersi e trasformarsi in una pozzanghera.

Questo però non è solo un vezzo: la materia colante di cui è composto il suo tratto, è fondamentale alla Bellomi per accentuare il dinamismo dei movimenti improvvisi cui sono costretti i personaggi. E infatti la sequenze più interessante del fumetto è un’intensa sparatoria (con una regia impressionante) in cui ogni colpo andato a segno sembra generare densi schizzi di fango che esplodono ovunque fino a creare una massa informe di brandelli su mura e pavimenti.

Brodovsky attraverso la realtà di Elena Pagliani
Ogni avventura di Brodowsky è un racconto di morte. Torna il personaggio che Marco Galli ha raccontato in Fuga dallo show business (lo speciale allegato a Epos, edito da Progetto Stigma) e in un racconto contenuto nel libro Il segreto di Billy Anderson e altri racconti (Dat Future edizioni, 2017), ma questa volta tutto è nelle mani di Elena Pagliani.

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Radiations già metteva in luce parte del suo talento, che qui esplode per merito di una narrazione densissima di simboli, trovate grafiche (su tutte Brodowsky che cattura le lettere dell’onomatopea emessa dall’airone) e strutture mobili della tavola che fanno vagare gli occhi dello spettatore tanto quanto vagano i piedi di Brodowsky in questo deserto mistico.

Quando poi il tutto si trasforma in un body horror in cui è inscenata una vera e propria lotta interiore tra l’eroe e il suo villain, il racconto spicca definitivamente il volo. La sperimentazione della Pagliani non risulta mai fine a sé stessa, e la prova è che al termine della lettura rimangono addosso l’angoscia e la disperazione del protagonista.

La sposa del diavolo di Monica Rossi
La sposa del diavolo è un noir satanico ambientato a Parigi durante la Belle Époque, il cui scheletro è un lunghissimo inseguimento tra la protagonista e un gruppo di uomini mascherati.

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Non c’è nemmeno una parola nel fumetto di Monica Rossi, soltanto suoni e rumori, mai musica. Si sente il rombo delle auto, il frenare imbizzarrito delle auto, i tacchi che picchiano velocemente sui pavimenti, uno schiaffo fortissimo, il vetro di una fiala che si spezza. L’autrice ci restituisce questi suoni grazie a un dinamismo nei disegni preciso e semplice (lo schiaffo di cui parlavo prima è davvero efficace in questo senso), e a una regia che sembra inseguire i movimenti dei personaggi.

Poi c’è una Parigi uggiosa perfetta per le matite della Rossi, c’è il vestito della protagonista che evidenzia le sue corse inquiete, c’è infine il Diavolo ma lascio a voi il piacere di scoprire in quali dettagli si nasconde.

Lola Space, bang and kiss di Fumettibrutti
Chi da tempo ritiene che Fumettibrutti sia l’ennesimo webcomic inghiottito dall’industria editoriale per trarne immediato nutrimento e ormai prossimo alla digestione, dovrebbe leggersi questo racconto e scendere a patti col fatto che Josephine Yole Signorelli ha successo perché è brava.

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Lola Space, bang and kiss è un fumetto di fantascienza in cui sesso e amore sono messi nuovamente al centro del discorso nella stessa misura in cui lo sono nella nostra vita. Così nell’avventura di Lola contro il regime dittatoriale di polipi spaziali, il sesso è liberazione, droga e prigionia ed è su queste tre variabili che sembra basarsi la presa di coscienza che la Signorelli mette in moto nella sua protagonista.

Alle prese con una regia diversa dal solito (mancano del tutto le didascalie), l’autrice dimostra di essere in grado di gestire situazioni e momenti con una maturità invidiabile, sia attraverso l’uso di una gabbia più movimentata, sia soprattutto grazie all’uso del colore che le permette di creare spazi, atmosfere e salti temporali in maniera immediata e diretta. Il suo tratto è ancora più graffiato del solito e lo struggimento emotivo della sua protagonista ancora più selvaggio rispetto al Romanzo esplicito edito da Feltrinelli.

Materia Degenere
a cura di Marco Galli. Storie di Joe1, Federica Bellomi, Elena Pagliani, Monica Rossi e Fumettibrutti
Diabolo Edizioni, ottobre 2018
brossurato, 168 pp., colore
18,00 €

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