Recensioni BBB consiglia 5 motivi per leggere "La saga di Grimr" di Jérémie Moreau

5 motivi per leggere “La saga di Grimr” di Jérémie Moreau

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Nella rubrica ‘BBB Consiglia’, ogni mese, il festival bolognese BilBOlbul seleziona un’opera a fumetti di particolare valore e interesse, offrendo una lista di buone ragioni per leggerlo. Questo mese parliamo di La saga di Grimr, graphic novel di Jérémie Moreau pubblicato da Tunué.

saga di grimr Jérémie Moreau graphic novel tunue

1 |  È ancora possibile il viaggio dell’eroe?

Per quanto ambientato nell’Islanda del XVII secolo, il romanzo a fumetti di Jérémie Moreau pone un interrogativo estremamente contemporaneo: è ancora tempo di eroi? Ne abbiamo ancora bisogno? Ci sono ancora voci in grado di raccontarli? La figura di Einnar, che a partire dalla perdita della famiglia decide di inseguire la tradizione degli antichi scaldi, i poeti fondatori del mito di Islanda, è emblematica in questo: la sua afasia sembra una dichiarazione di fallimento fin quasi alla fine.

E lo stesso Grimr è personaggio che riesce a coniugare le stimmate dell’eroe classico (l’orfanezza, l’incontro di un mentore, l’amore impossibile, una forza straordinaria) con le incertezze di chi vive un’epoca di crisi, lontana dalla limpidezza delle gesta del passato. Sembra segnato da una predestinazione, eppure per gran parte del romanzo non riesce a comprendere, e noi con lui, quale davvero sia il suo percorso e il suo destino. Ostinato nel voler compiere grandi imprese e nel guadagnare una reputazione imperitura, sembra piuttosto condannato a un moto perpetuo e sterile insieme, e a subire passivamente una sorte ingrata che si rivelerà inaspettatamente il segno della sua gloria futura.

2  |  L’eroe come reietto della società

La parabola di Grimr è quella dell’eroe reietto della società, temuto ben più che ammirato nonostante le sue qualità, appena tollerato quando non odiato apertamente. L’eroe come mostro. È uno stilema classico della letteratura eroica contemporanea, soprattutto nel fumetto supereroistico post anni Ottanta, che con una visione postmoderna del mondo (e dell’uomo) ricopre tutto con un velo di relativismo, di incertezza e dubbio.

Ma la saga di Jérémie Moreau non punta alla decostruzione del mito fondante – alla Watchmen, per capirci – quanto al racconto del sospetto e conseguente esclusione del diverso, che questa avvenga per invidia, paura o mera cattiveria fa in realtà poca differenza. È peraltro un tema caro all’autore, che già con La scimmia di Hartlepool scavava in questi concetti, pur fuori dalla metafora eroica.

Così Grimr, dotato di gran forza, sia fisica che d’animo, e di buoni sentimenti, pur poco educati, è costretto a cercare la tanto agognata reputazione muovendosi sempre ai margini di una società che non lo vuole e che non perde occasione per togliergli anche il poco che riesce a guadagnarsi. Sembra un’impresa disperata, e l’unica soluzione pare quindi rinunciare, abbandonare del tutto le logiche e le sovrastrutture che si cercava di conquistare, solo apparentemente sconfitti.

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3  |  La bellezza inumana della natura

Moreau dipana la sua saga islandese tra l’oppressione della struttura sociale e la minaccia della natura. Grimr si divincola tra questi due poli e, alla fine della sua quest, li porterà in collisione e sarà consapevole vittima di entrambi. Se la società è ostile all’eroe, la natura è indifferente, assolutamente inumana, e Moreau ce lo fa sentire attraverso il disegno, nella quasi-astrazione di rocce e lava.

Società e natura partecipano solidali alla claustrofobia che toglie a Grimr il respiro del gesto eroico, almeno fino al sacrificio e alla paradossale vittoria finali. Concentrato nel rendere questo senso di chiusura, l’autore non si sottrae alla seduzione del paesaggio, ma tratta la sua bellezza, perlopiù inanimata, quasi come un interno, solo più grande e più pericoloso. Ci riesce tenendo bassa la visuale, riducendo la porzione di cielo, confondendolo coi colori della terra, ostacolando la prospettiva, schiacciando le cose sotto uno sguardo aereo.

Il fascino di questo ambiente è duro e muto, ma così come si tiene lontano dalla tentazione estetizzante del paesaggio, Moreau si dimostra lieve e graduale nel farne trapelare il valore simbolico, leggibile solo alla fine, con una caduta nelle profondità e una muraglia ciclopica, estremo slancio verso l’alto, che usa la natura per proteggere gli umani dalla natura stessa.

4  |  Colori materici ed emotivi

L’acquarello ha una dimensione materica, data non tanto dal colore stesso quanto dalla grana della carta, che si sposa perfettamente ai paesaggi dell’Islanda, dipinti da Moreau con pennellate ampie, fluide e “sfocate”, alla ricerca, sembra, di una bassa definizione che mescoli insieme, quasi confondendoli, terra e cieli, personaggi e ambienti.

La tavolozza è cangiante, più ricca di quanto ce l’aspetteremmo: è un’Islanda mostrata in tutte le stagioni, in condizioni di pace ma anche vittima della furia degli elementi. Il colore fa de La saga di Grimr un’opera allo stesso tempo classica e contemporanea. Classica perché la scelta dell’acquerello rimanda a una dimensione produttiva pre-digitale, in cui le pagine giungevano a compimento interamente su carta; contemporanea invece perché il colore non si limita a seguire un’impostazione realistica/fotografica, ma sfocia spesso in soluzioni espressionistiche, amplificando la portata della narrazione e mostrandoci il cuore e i sentimenti di Grimr, che sembra esprimersi più attraverso la madre terra che con le parole.

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5  |  Quasi un cartone animato

Montaggio e regia de La saga di Grimr sembrano usciti direttamente dallo storyboard di un progetto d’animazione. Moreau sembra giocare con ritmo di lettura e inquadrature come se stesse muovendo una camera da presa immaginaria, giustapponendo poi dei fermo immagine per massimizzare l’impatto dei piani sequenza più che delle singole vignette. Campi e controcampi sono utilizzati di continuo, per dare dinamismo ai dialoghi o enfatizzare, come nella potente scena d’apertura, lo sgomento di fronte alla catastrofe naturale imminente. Al contempo la gabbia si piega e si deforma, quasi esplode assieme alla rabbia del suo protagonista, o si ferma per campi lunghi che ritraggono una natura incontaminata, apparentemente immobile e impassibile.

Jérémie Moreau si serve consapevolmente di elementi del cinema d’animazione, in particolare l’espressivo character design e un’impostazione della regia “a scene” più che “a tavole”, come strumento per mantenere il dinamismo e l’impatto – sia visivo che emotivo – delle sequenze, ma non dimentica che La saga di Grimr è e rimane un fumetto, non un film adattato alla carta.

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