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Sunday Page: Spugna su “One Piece”

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica ospitiamo Spugna. Tommaso Di Spigna, meglio conosciuto come Spugna, si è fatto strada tra le autoproduzioni arrivando a lavorare con Passenger Press, Bel-Ami Edizioni, Nurant, Motosega, Maremoto festival, This Is Not A Love Song, Verticalismi. Nel 2014 per l’editore Grrrz ha realizzato Una brutta storia e nel 2017 Hollow Press ha dato alle stampe The Rust Kingdom, fumetto che gli vale il premio “Nuove Strade” al Comicon 2018. Le sue ultime opere sono Gnomicide, sempre per Hollow Press, e il volume RUBENS, realizzato con Akab, Cammello e Nova Sin per l’etichetta Stigma.

zoro one piece manga

Ho scelto questa doppia splash page del manga One Piece con Zoro. È la doppia conclusiva di uno dei primi scontri particolarmente epici di questa interminabile epopea, che vede lo spadaccino Zoro sconfiggere con un solo concentratissimo fendente un nemico con il corpo della stessa durezza del metallo. Ho fatto questa scelta più per motivi affettivi/gasamento che per il solo valore tecnico, anche perché, al livello di costruzione, è praticamente un’illustrazione singola più che una narrazione in sequenza.

Quando vidi questa immagine la prima volta sul manga avevo tipo 14 anni, fu una visione che mi travolse con una potenza incredibile, leggevo un po’ di tutto (e pochissimi manga) e non avevo ancora trovato una cosa così epica nel mezzo fumetto.

È stato sulle pagine di One Piece che ho visto al massimo livello questo meccanismo di alternanza fra tante pagine fitte di vignette di racconto, veloci e descrittive, contrapposte poi a splash page (o addirittura doppie) d’azione di ampio respiro, liberatorie, con prospettive esagerate.

Più avanti studiando alla scuola del fumetto mi è stato spiegato che le immagini d’azione, quando sono molto dettagliate e “sospese” (senza linee cinetiche), svolgono la funzione del rallenty cinematografico, con però anche la creazione uno stacco drammatico ulteriore grazie alla differenza di dimensioni, quando nel cinema lo schermo resta sempre grande uguale.

Quando ti chiesi di partecipare alla rubrica mi anticipasti che eri indeciso tra una scelta emotiva e una più tecnica. Alla fine cosa ti ha spinto a scegliere il cuore sulla mente?

Mentre rimuginavo mi sono reso conto che molto spesso durante interviste o simile parlando di autori e influenze cito spesso le stesse cose, gli stessi nomi super tecnici o grotteschi per me imprescindibili che mi hanno formato su un tipo di storytelling molto preciso. Alla fine ho optato per questa tavola, per la sua estrema cafonaggine e per appunto l’enorme imprinting “tamarro” che mi ha lasciato.

Per quanto mi riguarda, bisogna anche aver il giusto coraggio e occhio per decidere di “sacrificare” due pagine intere per dare a un momento particolare l’epicità necessaria. Ovviamente questo discorso si applica principalmente a un tipo di narrazione avventurosa e d’azione, comunque molto visiva, su altri registri potrebbe essere meno efficace o comunque più stucchevole. 

È una tavola con una prospettiva dal basso e deformante. Mi spieghi perché, secondo te, è così d’effetto?

In questa tavola di One Piece, la posa statuaria di Zoro è veramente solenne. Questa prospettiva forzatissima e super drammatica costruisce un’atmosfera davvero perfetta, lo sfondo è completamente bianco e sul corpo del protagonista il contrasto di luce ed ombra è praticamente solarizzato. È tutto super esagerato ma costruisce un senso di sospensione molto marcato. E poi ogni volta che qualcuno disegna delle manone giganti in primo piano non posso fare altro che contemplare ammirato.

Secondo te, per rappresentare quel momento, è la scelta migliore?

Il “buono” aveva appena subito una maciullata da manuale (forse la peggiore e più cruda che mai subirà in tutto il manga) e la sua vittoria invece passa da questo unico colpo, dato quasi in uno stato di illuminazione. Il singolo fendente letale non viene neppure mostrato, nella tavola prima si mostra solo il protagonista prepararsi ad estrarre, in una ipercompressione dell’azione super orientale portata al massimo livello. Niente linee cinetiche, la lama già infoderata, arriviamo direttamente a cose fatte, con le gocce di sangue che galleggiano ancora in aria immobili in un tempo sospeso. Per me è davvero un’ottima scelta.

Ti ricordi come hai scoperto One Piece?

Credo come tutti quelli della mia generazione in Italia, quando cominciarono a dare l’anime in televisione. Dopo pochissimi mesi cominciai a leggere il manga, appassionandomici parecchio (e preferendo da subito la resa su carta rispetto allo schermo).

Mi ricordo però che la primissima cosa che vidi riguardo One Piece fu un’immagine promozionale di Rufy su una barchetta con sta sua bocca spalancata ed enorme. Mi ricordo che mi sembrò uno stile ed un character design forzatissimo per essere un manga. Molto più simile ad un tratto occidentale, anche un po’ inquietante al primo sguardo, interessante! 

Negli anni, è cambiato lo sguardo che hai su questo manga? Lo leggi con gli stessi occhi con lo leggevi a 14 anni?

La cosa veramente figa del lavoro di Oda è che è permeato da un sense of wonder praticamente assoluto. Inoltre per essere un manga pensato principalmente per un pubblico di ragazzini ha una dimensione politica veramente complessa e stratificata, con continui rimando a giochi di potere ed equilibri fra diverse fazioni, tutte connesse fra loro. 

Ammetto che molti aspetti di questa saga dopo un po’ vengono a noia, fra momenti di stanca e ripetizioni di schemi collaudati, ma il fatto che una roba comunque così matta e inventiva sia il più grosso successo commerciale della storia del manga dei nostri tempi, da lettore è un compromesso accettabile. Sicuramente ora ho un occhio molto più tecnico quando lo leggo, ma capita ancora che riesca ad emozionarmi, o gasarmi, come quando ero un ragazzetto.

Qual è la lezione più utile, se ce n’è una, che hai imparato da Oda nel tuo percorso di autore?

Ce ne sono tante. Dal sense of wonder che dicevamo prima, ai suoi character design sempre stravaganti e sorprendenti, molto più anarcoidi dei suoi colleghi che di solito possiedono solo qualche template a cui cambiare vestiario e acconciature. La lezione che ho studiato maggiormente è sicuramente il suo uso della dinamica e della deformazione prospettica per raccontare l’azione e i combattimenti. Ovviamente io lavoro su storie infinitamente più brevi rispetto ad una narrazione potenzialmente infinita come quella di un manga, ma Oda è stato il primo che ho scoperto a fare certe scelte particolarmente evocative. È bravissimo a dosare immagini di forte dinamismo e velocità frenetica a veri e propri fermi immagine che fanno respirare l’azione, come questa che ho scelto oggi.

Leggi anche:
One Piece, il multi-manga dei record
Quanto manca alla fine di “One Piece”
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