News "Hellboy", la recensione del nuovo film

“Hellboy”, la recensione del nuovo film

Quando diventa racconto la fantasia segue regole ferree, per rendere abitabile un mondo altrimenti impossibile. C’è un metodo e soprattutto una coerenza anche nella follia. E questo metodo e questa follia seguono poi scelte stilistiche e di tono che segnano la capacità della storia di reggersi in piedi e di convincere. Hellboy, nonostante la natura soprannaturale del personaggio, non fa eccezione. Anzi, conferma appieno questa idea.

Per questo il giudizio non è completamente positivo. Hellboy è un bel film, tecnicamente ben fatto, forse troppo splatter (però ci sta) ma nobilitato con due presenze attoriali notevolissime (il protagonista, perfetto, David Harbour, e una clamorosa Milla Jovovich nella parte della strega cattiva) e con un difetto enorme. Perde la gravitas, quell’accento di durezza, nero, demoniaco, fatto di sofferenza, che fa da contraltare al disincantato tono del ragazzo dell’inferno, il vero mostro.

Hellboy è una narrazione che si è sempre retta su una linea sottile, tracciata di volta in volta sulla sabbia: comico, ridicolo, slapstick, esagerato (qualcuno ha detto: gargantuesco?), ma anche denso, drammatico, graffiante, gotico. Dopotutto è (anche) l’incarnazione di una serie di miti e di storie che riguardano l’infanzia e – in modo politicamente molto scorretto – la toccano ancora. Storie di bambini rapiti, bambini abbandonati, bambini ritrovati, bambini persi, bambini orrendamente macellati e mangiati. Baba Yaba, insomma. Ma anche lo stesso Hellboy.

Il dramma dipinge quella che è una profonda ansia, una paura di essere persi e di perdere le figure centrali, l’affetto e l’amore della propria infanzia. La paura di scoprire che il proprio destino è in realtà misero e orribile.

Hellboy è tutto questo oltre che fumetto, eroismo, un cuore molto più grande del cervello, e un quintale – anzi una tonnellata – di ossa di nemici tritati e tanto tanto splatter.

recensione hellboy film 2019

La regia è precisa e veloce, il tono scivola rapidamente nella farsa anziché nell’orrore e nel paranormale. Tutto torna, ma una delle anime si è persa: quella più gotica e nera, che rendeva Hellboy una storia molto particolare. Vedremo se nell’immancabile sequel verrà ritrovata. Intanto il film vale la visione non fosse altro che per la Jovovich e per un paio di scontri fulminanti. Ah, e poi per Hellboy, personaggio che in realtà è perfetto. Anche se non è quello di Guillermo Del Toro ma “solo” di Neil Marshall, talentuoso ma discontinuo regista e sceneggiatore horror.

La grande ambizione del progetto, però, è quella di fare il reboot del fumetto creato all’inizio degli anni Novanta dal veterano Mike Mignola per Dark Horse. E, nonostante l’impostazione sia diventata quella di un fumetto – e quindi di un film – di supereroi, in realtà Hellboy è sempre stato pensato come un fumetto d’autore.

È in questa sottile differenza, in questo spazio limitato, che si gioca la partita di Hellboy come prodotto editoriale. Un fumetto d’autore che cavalca gli stili e le passioni del fumetto supereroistico e che crea un universo coerente ma differente da quello tradizionale, plasticato e disincantato dei supereroi tradizionali. La poca accelerazione in questa area porta il film appena sopra la sufficienza, ma lontano da quei traguardi molto poi elevati ai quali questi personaggi e questa produzione avrebbero potuto ambire. Come abbiamo detto, vedremo il sequel (se ci sarà).

Leggi anche:
• Tutti i fumetti di Hellboy, in un post
• 
Mike Mignola, storia di un gigante del fumetto
• 
Gli omnibus di Hellboy

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