Focus Interviste Tetsuya Tsutsui: «In Giappone la libertà d'espressione per i manga è limitata»

Tetsuya Tsutsui: «In Giappone la libertà d’espressione per i manga è limitata»

Tetsuya Tsutsui è uno dei fumettisti giapponesi contemporanei più interessanti, un autore sempre pronto a mostrare il proprio dissenso nei confronti della società. Le sue storie – come Manhole, Poison City, Duds Hunt – analizzano il contemporaneo, conducendo brutalmente il lettore in luoghi distanti nello spazio e nel tempo, ma che hanno tutti i tratti necessari per somigliare al nostro mondo.

tetsuya tsutsui intervista manga

Le opere dell’autore sono state di recente ripresentate al pubblico italiano da J-Pop, e per l’occasione l’autore ha effettuato un tour di presentazioni per l’Italia che è partito dal festival Be Comics! di Padova. Ne abbiamo approfittato per parlare con lui delle sue tematiche e in particolare di Poison City, un racconto distopico e perverso che indaga un Giappone non troppo lontano nel tempo nel quale la censura opprime la popolazione.

La cattiva influenza di anime, manga o videogiochi è un tema vecchio quasi un secolo ma che periodicamente torna a galla, anche in Italia. Cosa ne pensa? Ha avuto problemi di censura riguardo alle sue opere?

Ho avuto questo tipo di problemi una sola volta, quando la mia opera Manhole è stata ritirata dal mercato nella prefettura di Nagasaki. Quando l’ho scoperto mi sono arrabbiato molto, mi è sembrata una decisione ingiusta. Sicuramente, questa esperienza mi ha influenzato nella creazione di Poison City.

In Poison City, il protagonista è un mangaka, e abbiamo un manga all’interno del manga. Per quale motivo è ricorso a uno stratagemma narrativo simile? Solo per porre in evidenza il problema della censura (il manga disegnato dal protagonista è un horror con zombi cannibali che viene ostacolato dal governo fin dal primo episodio) o anche per raccontare in prima persona il lavoro del mangaka e i problemi che ne derivano?

Le due narrazioni sono collegate tra loro da diversi elementi e si influenzano a vicenda. Portare avanti questo stratagemma è stato più difficile di quanto immaginassi, e mi sono impegnato ad andare avanti e utilizzarlo fino a quando fossi stato soddisfatto. Mi dispiace di avervi dovuto rinunciare nell’ultima parte del manga, ma sono felice che le reazioni dei lettori siano state buone.

poison city tetsuya tsutsui intervista manga jpop

Poison City è un fumetto del 2014. Ora che le Olimpiadi del 2020 sono dietro l’angolo, quanto si è avverato delle sue “profezie”? Il governo giapponese ha preso provvedimenti di qualche tipo relativi al politically correct?

La libertà di espressione per i manga è stata un po’ limitata negli ultimi tempi, soprattutto per quanto riguarda il campo degli hentai. Il Giappone ha molto a cuore l’immagine che il mondo ha del paese, penso faccia parte della cultura giapponese cercare di non dare troppo nell’occhio per le ragioni sbagliate.

Noise è il suo lavoro più recente, ambientato in un paesino di campagna in cui arriva un tipo losco con precedenti penali. Da cosa ha preso l’ispirazione?

In realtà io vengo da una paese di campagna simile a quello in cui è ambientato Noise, e ho sempre voluto utilizzare questo setting per una delle mie storie. Mi affascinano particolarmente queste comunità molto chiuse in cui, nel caso succeda qualcosa, c’è una grande omertà e una tendenza a cercare di risolvere i problemi senza affidarsi a un aiuto esterno… sono questi gli elementi alla base di Noise.

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Ci sono autori che considera suoi maestri o fonti di ispirazione?

Ci sono tre maestri che mi hanno formato. Il primo è stato Osamu Tezuka, che mi ha spinto a diventare mangaka. Il secondo è stato Go Nagai, con il suo Devilman, che mi ha insegnato cosa significhi riversare così tanta passione in un’opera. Il terzo, è Hitoshi Iwaaki, da cui ho imparato cosa sia una sceneggiatura veramente interessante.

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