Rubriche Sunday page Sunday Page: Daniele Croci sul Wolverine di Claremont e Miller

Sunday Page: Daniele Croci sul Wolverine di Claremont e Miller

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è ospite Daniele Croci, studioso e critico del fumetto che ha collaborato con Fumettologica, Mondadori e l’Università di Milano, scrivendo del post-modernismo nei fumetti.

Come molti giovani appassionati di fumetto americano, da ragazzino andavo matto per la famiglia degli X-Men. Forse per l’imprinting del cartone degli anni Novanta, o forse per la felice commistione tra azione, sci-fi e dinamiche famigliari, le testate mutanti hanno costituito una parte significativa della mia educazione sequenziale.

Dopo aver letto parte dello storico ciclo di Chris Claremont, ho approfondito i volumi più significativi legati al mio – all’epoca – mutante preferito, Wolverine. Ho così recuperato lavori fondamentali come Weapon X, di Barry Windsor Smith, o la mini Wolverine, scritta proprio da Claremont e illustrato da un giovane Frank Miller. Quest’ultima può essere considerata, per certi versi, la prima storia in grado di mostrare appieno le potenzialità narrative del personaggio. La felice intuizione di reinventare il berserker canadese come una sorta di samurai ha influenzato numerose interpretazioni successive, tra cui il film Wolverine – L’immortale.

Mi sembra inoltre che la mini rappresenti un punto di svolta nella carriera di Miller, distintosi l’anno precedente per il suo lavoro da autore unico nell’ormai leggendaria run di Daredevil. Per quanto scritta da un altro sceneggiatore, Wolverine contiene in nuce molte dei temi e degli stilemi – alcuni già introdotti in Devil – che hanno fatto negli anni la fortuna del cartoonist americano. Tra essi, senza dubbio, la revenge tale, l’hardboiled, la cultura giapponese. Un insieme di suggestioni culturali, estetiche e narrative che solo un anno più tardi sarebbero confluiti nel leggendario Ronin.

La tavola che ho scelto si trova nel primo capitolo, al culmine dello scontro tra Wolverine e il villain di turno Shingen, boss criminale e padre del love interest di Wolverine.

E come mai hai scelto proprio questa?

Mi piace come spezza con efficacia la tensione costruita nella sequenza precedente. E poi ho un debole per le soggettive, e per i ‘fade to black’, e qui li ritrovo entrambi.

Secondo te perché nella sequenza centrale la prima vignetta è su quel primo piano avulso dal resto delle inquadrature, quale potrebbe essere la motivazione dietro a questa scelta?

Domanda interessante. Penso che lo scopo primario sia quello di garantire continuità alla rappresentazione, fornendo un referente per la soggettiva che si sviluppa nelle quattro vignette successive. Si tratterebbe quindi di quello che viene chiamato raccordo sullo sguardo, qui rimodulato per introdurre una soggettiva.

Se consideriamo poi la composizione generale della tavola, e la gestione delle linee di forza, si nota come il dutch angle (l’inquadratura obliqua) sul volto di Logan riprenda la spada in mano a Shingen, e come le quattro immagini successive costruiscano una tensione speculare, nella diagonale opposta.

Direi infine che possiamo identificare delle motivazioni più ‘culturali’. L’alternanza tra campi lunghi e repentini primi piani è una delle caratteristiche del cinema asiatico, che Miller conosce e ha studiato. Pensiamo ai combattimenti tra samurai (ma non solo) del cinema di Akira Kurosawa, o soprattutto ai kung-fu movies di Hong Kong degli anni settanta. Quel tipo di camera work che Tarantino ha estetizzato con il suo crash zoom, ormai marchio di fabbrica. O che Leone ha ripreso nei suoi western.

Secondo te quanto di quest’opera viene da Claremont e quanto da Miller? Perché di certo la narrazione romanzesca è di Claremont, però ci sono scelte visive che non ho più visto fare a Miller.

Bisognerebbe leggere la sceneggiatura, e capire quanto aderisce al ‘Marvel Method’. È certo che Claremont ha scelto un artista affine al contesto culturale di riferimento, e penso gli abbia lasciato una certa libertà. Concordo sul fatto che Miller non abbia più utilizzato alcuni espedienti compostivi e registici presenti qui, anche se secondo me la mano è ben visibile. Ad esempio, l’alternanza tra vignette orizzontali e slanci verticali è una delle caratteristiche di Ronin, uscito poco tempo dopo. Lì però Miller, nel pieno della fase Moebiussiana, tende a sovraccaricare la tavola e a saturare la percezione. Qui no, lo spazio bianco ha più rilevanza. Possibile indicazione in sceneggiatura, o percorso di evoluzione artistica?

Tra l’altro, mi piace pensare che l’alternanza così marcata tra vignette orizzontali e verticali riecheggi la serie di opposizione binarie su cui è costruita la tensione narrativa: oriente/occidente, uomo/donna, amore/violenza (le stesse di Ronin, in cui ritroviamo infatti queste strutture compositive).

Secondo te una storia del genere a oggi, al di là dei disegni, è ancora leggibile o ha perso mordente? Perché io rileggendola non ho sentito la stessa forza di quando la lessi la prima volta.

A me tutto Claremont fa questo effetto. Secondo me è uno degli sceneggiatori anni ’80 che sente più il peso del tempo. Questo lavoro, nello specifico, risente solo marginalmente delle innovazioni formali che hanno cambiato il modo di scrivere comics negli anni ’80. La prosa è spesso affannata, ridondante. Poi c’è questo orientalismo nipponico, decisamente figlio della cultura pop di quel periodo. Siamo nello stesso anno di Blade Runner, e Il Neuromante sarebbe uscito da lì a poco.

Diciamo che l’importanza attuale di Wolverine risiede più nel modo in cui presagisce agli sviluppi del disegnatore, e volendo nell’influenza che ha avuto sulla caratterizzazione del personaggio. Il primo aspetto lo rende secondo me ancora godibile, in un’ottica di retrospettiva artistica. Anche solo per verificare le innovazioni che Miller si è perso per strada.

Eppure resta ancora una delle storie imprescindibili del personaggio. Questa, Weapon X, forse Origin. Per gran parte della mia infanzia/adolescenza Wolverine è stato uno dei miei personaggi preferiti, però fatico a trovare altre grandi storie del personaggio che non siano storie di gruppo con gli altri X-Men. Può essere che nessuno sia più riuscito a evadere dalla caratterizzazione di Claremont e questo lo abbia reso un personaggio monocorde?

Mi chiedo spesso fino a che punto il potenziale latente di un personaggio possa condizionare la qualità delle storie. In altre parole, in che modo e per quale motivo alcuni personaggi sembrano prestarsi più di altri a essere raccontati in maniera efficace. Perché esistono tante storie fighe di Batman? La radice è nelle formule che Kane e Finger hanno codificato nel personaggio, e che funzionano tanto nel rispetto quanto nella sovversione delle stesse?

Si potrebbe rispondere che alcuni personaggi, per via del retroterra culturale cui fanno riferimento, hanno negli anni stimolato autori capaci e motivati. Questi autori, molto spesso, si sono quindi appropriati delle formule di base per articolarle all’interno di una narrazione di natura centrifuga. Il supereroe come strumento, quindi.

Il caso di Wolverine mi sembra differente. Le storie che mi citi hanno un movimento centripeto. Portano ‘dentro’ al personaggio delle suggestioni esterne, come nel caso di Claremont/Miller, ma non restituiscono una visione organica e, perché no, politica. Non voglio dire che un modo di intendere la narrativa supereroistica sia intrinsecamente meglio di un altro.

Prendiamo i due archetipi primigeni del genere: le storie di Superman e Batman dei tardi anni Trenta. Il primo Superman è caratterizzato da un forte movimento di apertura verso l’esterno. Il personaggio si fa carico di tutta una serie di istanze politiche di rinnovamento – per lo più legate al New Deal di Roosevelt – che si traducono in una marcata critica sociale.

Superman nasce quindi come working-class hero che si batte per i diritti degli operai e lo strapotere del capitalismo tecnologico americano. Batman, al contrario, pensa per lo più a sé stesso. Le storie degli esordi ci raccontano di un ricco miliardario annoiato che affronta i propri demoni e la paura della regressione evolutiva attraverso l’esercizio di una supremazia fisica e tecnologica. Ne parla Chris Gavaler in un bel saggio sugli antecedenti letterari del Cavaliere Oscuro. All’interno di questi due modelli, quindi, gli sforzi creativi Wolveriniani si sono adagiati sul modello fornito dal primo Batman. Una forma di riflessione endogamica che, nel tempo, ha inaridito il personaggio. Lo ha cristallizzato all’interno di un paradigma interpretativo.

Ecco, mi sembra proprio un dato rilevante: un personaggio con moltissime storie che però sono quasi tutte respingenti verso il pubblico casuale. C’è, secondo te, possibilità di uscire da quel paradigma?

Molti fumetti di supereroi cercano di tenere il piede in due scarpe. Di rivolgersi cioè all’iperlettore che ha una conoscenza più o meno approfondita della continuity precedente, ma senza escludere un potenziale neofita. Questa polisemia ha fatto la fortuna di The Dark Knight Returns e Watchmen, ad esempio. Perché ci sono riusciti? Perché hanno preso elementi che risiedono nel background di ogni lettore americano (e, per estensione, occidentale) e lo hanno inserito all’interno di un discorso storico e politico. Per Wolverine è diverso. Non ha il valore simbolico né la portata archetipica di Batman, ma tantomeno ha la freschezza e la ‘novelty value’ – per il grande pubblico, almeno – di una Ms. Marvel o Squirrel Girl. È possibile quindi che questo lo renda meno adatto a interpretazioni metaforiche e/o sovversive.

In Supergods, Grant Morrison scrive che i supereroi sono sequenze di accordi su cui gli autori possono improvvisare. I casi quindi sono due: a) gli accordi di Wolverine non lasciano (più) spazio a interpretazioni creative; b) gli autori che si sono avvicendati non hanno saputo/potuto fare di meglio.

Se dovessi scegliere, propenderei per la seconda ipotesi. O forse, una combinazione delle due. In un importante saggio del 1979 (Chinatown and Generic Transformation in Recent Films), John Cawelti sostiene come i generi classici del cinema hollywoodiano abbiano raggiunto uno stato di “creative exhaustion”. Tale condizione storica stimola quindi la proliferazione di riletture ironiche, nostalgiche e/o autoreferenziali, che si pongono in una delle possibili posizione intermedie tra l’esaltazione e la distruzione (per non dire decostruzione) dei grandi miti della narrativa popolare.

Che sia questa la strada per salvare Wolverine? È possibile. Magari, qualche autore ce lo proporrà come critico jazz eroinomane senza artigli e potere rigenerante. E sarà un successo.

Leggi anche:
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