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Sunday Page: Francis Vallejo su Mort Cinder

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Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è ospite Francis Vallejo, illustratore e fumettista americano cresciuto a Detroit e autore del picture book Jazz Day, vincitore del Boston Globe Horn Book Award. Le sue opere sono state esposte all’Anchorage Museum, al Society of Illustrator’s Museum of American Illustration e agli studi Pixar. Tra i suoi ultimi lavori compare l’edizione illustrata di I ragazzi di Anansi di Neil Gaiman.

Ho scelto una pagina da Mort Cinder di Alberto Breccia. Ho scoperto Breccia quando ero uno studente del grande George Pratt. Pratt mi introdusse ai fumetti stranieri e da allora sono i miei preferiti. Mi mostrò questa pagina di Mort Cinder e io rimasi sconvolto. Cercai subito altre pagine di quel fumetto e rimasi allibito da quanto ogni pagina fosse bella. Aveva la sensibilità grafica di un Frank Miller, ma il segno sensibile di un Al Williamson. L’inchiostrazione energetica e l’approccio sperimentale catturarono il mio occhio. Era la prima volta che vedevo quel tipo di disegno nei fumetti.

Tempo dopo trovai un video di Breccia che inchiostrava usando una lametta da barba. Copiai quella tecnica per la copertina del mio libro Jazz Day. Per quanto riguarda questa pagina, i personaggi articolato giustapposti contro questi alberi bianchi stilizzati mi sono rimasti dentro, al punto che usai quell’idea per un mio disegno.

Come mai hai scelto proprio questa pagina?

L’ho scelta perché mi ha fatto scoprire un nuovo mondo. Sono cresciuto con i fumetti americani, in particolare Todd McFarlane e il suo Spawn. Amo quei disegni, ma molti fumetti statunitensi degli anni Novanta non sperimentavano tanto quanto le loro controparti europee – o almeno quelli che io ho assorbito da adolescente. Quindi quando andai all’università, la mia visione del fumetto era Todd McFarlane, Jim Lee, John Buscema, eccetera.

Quando mi mostrarono i fumetti come Mort Cinder ero galvanizzato nel vedere queste sperimentazioni con gli spazi negativi e positivi, il segno espressionista accanto a disegni di altissimo livello. Sembrano fumetti art house. Negli Stati Uniti questo tipo di strade venivano percorse nelle riviste di illustrazione degli anni Quaranta-Sessanta, non trovavano mai spazio nel fumetto.

Questa tavola in particolare metteva alberi stilizzati contro uno sfondo minimalista. C’è un’assenza quasi totale di dettagli sullo sfondo – solo silhouette. I corpi invece, soprattutto le facce, sono espressivi e dettagliati. Breccia modulava la quantità di dettagli a seconda dell’intento che aveva, se voleva che i corpi si mischiassero o meno con gli sfondi. Credo usasse un asciugamano bagnato con l’inchiostro per creare la superficie delle giacche. Il mix di impatto grafico e disegno organico è incredibile e, da giovane disegnatore, mi ha esposto a nuove idee.

Come ve lo fece scoprire?

George non mostrò Breccia alla classe. Gli piace avere colloqui faccia a faccia con i singoli studenti. Durante questi incontri porta sempre con sé un iPad pieno di immagini. Sapeva che ero interessato a fumetti con inchiostrazioni diverse e condivise con me alcune pagine di Breccia, Toppi, Battaglia, Hugo Pratt. Breccia e Toppi erano i miei preferiti all’inizio, ma Mort Cinder è quello che mi ha sconvolto di più.

Breccia sapeva essere molto creativo con la strumentazione (io ricordo di aver letto che usava anche la gomma dei manubri delle bici per inchiostrare i suoi lavori). Pensi che i suoi disegni avrebbero avuto lo stesso effetto se li avesse realizzati in digitale?

Conosco quella storia, l’adoro! Se Brecci avesse avuto accesso agli strumenti digitali come una tavoletta Cintiq sono certo che li avrebbe studiati e usati nelle sue esplorazioni. Non penso li avrebbe usati per inchiostrare, però. Magari li avrebbe utilizzati nel percorso che lo portava al risultato finale. Autori come Moebius sono in grado di passare al digitale senza sforzi perché i suoi ultimi lavori usavano una linea molto controllata, perfetta per il digitale.

Penso fosse importante per Breccia utilizzare oggetti che aveva attorno per inchiostrare senza sapere che tipo di effetti avrebbero prodotto. Immagino che ad artisti come lui piacesse l’inaspettato ed è una cosa difficile da provare con il digitale dopo un po’. Sono certo che molti disegnatori sono in disaccordo con questa opinione, ma credo che Breccia l’avrebbe vista così.

Tu lavori in digitale? Cambia il tuo modo di disegnare?

Un anno fa ho comprato una Cintiq e la uso per le parti più grosse del lavoro, dai bozzetti agli studi di colore. Però disegno o dipingo ancora il pezzo finale a mano, mi piacciono gli errori che avvengono durante questa fase. Magari la ritocco o la modifico al computer prima di mandarla al cliente. Disegnare in digitale non è poi così diverso da farlo a mano. Quando provo a inchiostrare al computer, invece, fatico a mantenere la vitalità che ho sulla carta.

Come Breccia, mi piace la mancanza di controllo degli strumenti tradizionali e fatico a rapportarmi con l’assoluto controllo dell’inchiostro digitale. L’ho dovuto fare quando avevo delle scadenze stringenti, ma preferisco inchiostrare alla vecchia maniera. Detto questo, ci sono persone molto intelligenti che lavorano duramente per colmare la distanza tra la carta e il digitale, e so che con il passare del tempo gli strumenti digitali non faranno che migliorare.

A parte la lezione sul bianco e nero, cosa hai imparato da Breccia?

Breccia mi ha insegnato a essere curioso. È facile ragionare sull’inchiostro in termini di abilità di tecniche e strumenti, pennelli, penne, pennini. Ma Breccia mi ha insegnato che inchiostrare è una cosa che si può fare con qualsiasi strumento e ognuno offre un nuovo punto di vista. Dopotutto, l’inchiostro non è che un punto nero sulla pagina, e le possibilità su come tracciare quel punto sono infinite. Ho sempre creduto che un’immagine sia un insieme di segni astratti. Alberto mi ha aperto gli occhi su come disegnare quei segni. Devo molto a lui, e a Pratt, per avermelo insegnato.

Leggi anche:
100 anni di Alberto Breccia
Sunday Page: Alberto Lavoradori su “Mort Cinder”

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