Mondi POP Cinema "5 è il numero perfetto", la recensione del film

“5 è il numero perfetto”, la recensione del film

Citando l’amico André Bazin, Jean-Luc Godard sosteneva che «il cinema sostituisce al nostro sguardo un mondo che si accorda ai nostri desideri». Il fumettista Igort, al secolo Igor Tuveri, ha ben chiara questa lezione quando debutta alla regia per adattare il suo graphic novel 5 è il numero perfetto. Il suo noir napoletano si discosta da modelli cinematografici e televisivi recenti – Gomorra ed epigoni – e dalle loro pretese di trasporre e narrativizzare il reale. Questo non è cinema verité, ma cinema che racconta, reinventa e seduce, inquadrando una sequela di immaginari più o meno condivisi attraverso la lente distorcente del fumetto.

Adattamento fedele ma non letterale, 5 è il numero perfetto è una storia fatta di storie, un vero e proprio racconto dei racconti, per riprendere un altro fortunato lungometraggio partenopeo. Il film offre allo spettatore un sofisticato pastiche di suggestioni cinematografiche, letterarie, fumettistiche e finanche geografiche.

Incontri sincretici, a seguire il leitmotiv della produzione dell’autore: da Dick Tracy e Batman a Kriminal, dal noir di Howard Hawks, Fritz Lang, Jean-Pierre Melville al wuxia e Heroic bloodshed da Hong Kong, passando per il cinema italiano di genere e quello non di genere, volendo d’autore, quello di Michelangelo Antonioni e Federico Fellini, o quello di Paolo Sorrentino evocato meta-cinematograficamente dall’incedere sommesso e dai monologhi di Toni Servillo.

Ma di tutte queste allusioni, è il noir a farla da padrone. Con le sue ombre nere e distorsioni espressioniste, i codici morali e le maschere tragiche. Igort si appropria di canoni estetici e trame archetipiche per restituire l’immagine di un vendicatore hard boiled, Peppino Lo Cicero, interpretato con efficacia dal sempreverde Servillo. Un gangster-filosofo nella migliore tradizione chandleriana che, da anziano gregario in pensione, si trasforma in cavaliere errante per attuare la propria vendetta e imporre così la propria personalissima e violentissima visione di giustizia. Una sorta di Il ritorno del Cavaliere Oscuro in salsa partenopea, con il supereroe di DC Comics evocato in maniera diretta dal fumetto di Batman – pardon, l’Uomo Gatto – letto dal giovane Nino Lo Cicero.

5 numero perfetto film

A completare lo schema dei caratteri troviamo altre due figure tipizzate, la spalla e la pupa. Il primo è Totò o’ Macellaio, interpretato dal bravo Carlo Buccirosso, che sembra appartenere più ai buddy action film anni Ottanta, con le sue sparatorie coreografate, che al solitario e meditabondo vagabondare dell’hard boiled. Alla pupa presta invece il volto Valeria Golino. Il suo personaggio assomma le caratteristiche di due archetipi fondamentali del roman noir: la donna redentrice, leale fino in fondo, e la femme fatale, forte e indipendente, in grado di rovesciare la dialettica tra durezza esteriore e sensibilità interiore che caratterizza il protagonista. Fatica però ad assumere una dimensione propria, anche per via di una prestazione attoriale non del tutto convincente.

Del noir il regista riprende anche l’attenzione verso la città, Napoli, più personaggio che semplice sfondo, protagonista di un allucinato viaggio che si colora di atmosfere grottesche e impalpabili. Una Napoli deserta, metafisica nelle solipsistiche peregrinazioni dei nostri protagonisti, fatta di piovose strade notturne, caffè bevuti su tavoli di formica, cinema vuoti e personaggi tra il pittoresco e il picaresco. Come la Los Angeles anni Trenta, è terra di frontiera per cowboy urbani, con il western – soprattutto nella sua declinazione leoniana – richiamato in maniera esplicita dalla sequenza che conclude il quarto capitolo. La Napoli raccontata da Igort e fotografata da Nicolaj Brüel è una zona grigia fra tradizione e reinvenzione identitaria, tra miti ancestrali e mutazione palingenetica.

Se si perdona – e si deve perdonare! – qualche peccato veniale, come l’eccessiva ingessatura di alcune scene d’azione, 5 è il numero perfetto costituisce uno dei più promettenti esordi degli ultimi anni. Uno spettacolo che conferma l’ecletticità del proprio creatore e di tutto il comparto artistico, in grado di negoziare una fertile sintesi tra genere e impronta autoriale. Un patchwork di suggestioni differenti che mantiene sempre una propria fortissima identità.

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Nel 2002, parlando del Peppino Lo Cicero fumettistico, Igort diceva «ho l’impressione che questo personaggio vivrà a lungo, ho in mente altre storie. Altre atmosfere, altri tic che forse contribuiranno a renderlo più umano, più vicino». E nel cinema, forse, ha trovato la sua destinazione ideale, la sua umanità, il suo Parador.

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