Focus FumettoStoria Diario Vitt, Lupo Alberto e Sio: 70 anni di diari a fumetti

Diario Vitt, Lupo Alberto e Sio: 70 anni di diari a fumetti


Se penso al diario scolastico penso ai fumetti. Se penso ai fumetti dei diari scolastici penso soprattutto a Lupo Alberto, Calvin e Hobbes, Nirvana, ma altri, più vecchi o più giovani di me, potrebbero pensare a Sio, Jacovitti e Charles Schulz. Ora pensateci voi: gran parte dei diari che affollano i banchi di scuola hanno a che fare con i fumetti. La nascita stessa di questo particolare oggetto è legata a doppio filo con i fumetti.

Se sono settant’anni che ci sono i fumetti nei diari è perché la capacità di sintesi del fumetto lo rende perfetto per riempire la pagina con qualcosa di interessante da leggere e guardare. Non è la fredda citazione in calce, non è il vuoto elemento decorativo sempre uguale a ogni pagina. Smontabile, ricomponibile, fisicamente discreto ma sgargiante, il fumetto è stato ed è ancora la soluzione perfetta per vivacizzare le pagine bianche del diario.

Le origini
Considerato l’apripista del genere, il Diario Vitt è l’oggetto scolastico-fumettistico ricordato come feticcio dell’alunno piccoloborghese negli anni Sessanta e Settanta. Rimasto nell’immaginario comune per i disegni di Jacovitti, plasmò l’idea stessa del diario così come lo conosciamo oggi. In precedenza l’agenda, il registro, il libro mastro erano affare di contabili e droghieri, mentre lo scolaro i compiti li segnava a margire della pagina o in qualche grigio quadernetto.

In realtà, un prodotto simile aveva preceduto la nascita del Diario Vitt di appena un anno: il Diario degli amici di Topolino del 1948. Voluto da Mondadori, era un albo spillato di 68 pagine, dimensioni da comic book, con gran parte dello spazio dedicato a rubriche (il Topoabbecedario) e fumetti, e solo la colonna esterna libera per gli appunti. Il risultato era un’agendina parecchio inamidata per essere un prodotto Disney che non ebbe fortuna presso il pubblico.

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A rilanciare ci pensò Il Vittorioso, rivista per ragazzi pubblicata dalla A.V.E., la casa editrice di Azione Cattolica, che nel 1949 diede alle stampe la prima edizione del Diario Vitt, battezzato con il soprannome del settimanale. Pur in forma rudimentale, l’editore introdusse diverse novità. Negli intenti di A.V.E. il diario non doveva essere un oggetto neutro ma uno strumento educativo.

Al suo interno perciò trovarono spazio pagine di catechesi, capitoli di un romanzetto a tema scolastico e disegni di Gianni De Luca, autore anche della copertina. Inoltre, se prima gli scolari si limitavano a segnare i compiti su quadernetti spartani, al massimo su agende che indicavano i giorni feriali, il diario del Vittorioso stampava su ogni pagina la data effettiva. Era una mossa rischiosa perché rendeva l’oggetto vendibile solo in quella particolare annata. La prima edizione non incontrò il gusto del pubblico, ma la casa editrice credette nel progetto e pensò di virare sui toni più coinvolgenti. E qui entrò in gioco Jacovitti.

Quando nacque il Diario Vitt, Jacovitti aveva 26 anni, era un «estremista di centro», come si definirà lui, o come scrisse Goffredo Fofi «a metà strada tra Totò e Pio XII», vicino cioè ai satirici della destra come Giovannino Guareschi ma anche ai vignettisti di sinistra. In quanto collaboratore regolare de Il Vittorioso, la redazione pensò a lui per illustrare dei brevi testi scritti da Corrado Biggi e sparsi tra le pagine.

Nel nuovo diario si alternavano consigli per diventare giovani retti, lezioni di onestà, nozioni storiche, curiosità e notizie. Ogni anno un tema dettava i contenuti di queste pillole: biografie di personaggi illustri, il progresso, il mondo antico, il tempo libero, la comicità. «Era importante soprattutto cercare di trasferire ogni informazione, notizia, curiosità nella vita di ogni giorno, nel quotidiano del vissuto, nell’ambiente scolastico, familiare, della società» disse Biggi. «Si trattava di offrire quindi delle indicazioni di comportamento in relazione all’argomento trattato.» Oltre a Biggi, tra i nomi importanti che scrissero sul diario compaiono Indro Montanelli, Sergio Zavoli e un allora esordiente Piero Badaloni.

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Letti oggi, i testi – che fossero compilati da Biggi o da penne più felici – non fanno un grande figura, ammantati come sono da retorica, moralismo e luddismo (o a volte eccessivo entusiasmo nei confronti del progresso tecnologico). Nel Diario Vitt 1950/51, tra i tanti consigli dati agli studenti ce n’è uno che ammonisce la lettura indiscriminata: «qualche tuo amico un po’ “snob” dice che per diventar uomini occorre leggere di tutto. Domanda a qualcuno di questi saputelli se per diventar grande ha mangiato di tutto, anche i cibi avariati, cattivi, oppure soltanto quelli di cui era sicuro. La lettura è un cibo. Occorre assicurarsi che non sia destinato agli animali. Se poi qualcuno vuol fare la … Bestia è liberissimo».

Ciononostante, Biggi riuscì a finire nei guai per molto meno, una battuta sul fatto che l’eternit non era poi tanto “eterno” e che di eterno c’erano soltanto Dio e l’anima: «La ditta che deteneva il marchio fece causa alla casa editrice e la vinse facendoci pagare una multa a quei tempi molto alta».

Nelle sue illustrazioni, grandi come francobolli, Jacovitti raggiunse una sintesi che li rese, scrive Goffredo Fofi, «dei gioiellini, sapidi e intensi che vanno oltre il testo, lo aprono e allargano in tante altre direzioni». E spesso, inoltre, sbeffeggiava quel testo. Al commento sull’unità nazionale l’autore di Cocco Bill accompagnò il disegno di due personaggi che si urlano reciprocamente «terùn!» e «polentò!».

Preceduto da una massiccia campagna pubblicitaria, in cui si decantavano le doti di un oggetto in grado di «evitare le bocciature, accendere l’allegria, eliminare i musi lunghi», il diario costituiva anche un aggancio promozionale al Vittorioso, che avrebbe potuto beneficiare del pubblico scolastico. Così non fu, perché la rivista chiuse i battenti negli anni Sessanta, mentre la popolarità del diario lo faceva veleggiare oltre il milione di copie vendute, complice anche il prolungamento dell’obbligo scolastico fino ai 14 anni, che ampliò il bacino di acquirenti, e la mancanza di concorrenza.

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L’editore era conscio del ruolo che giocavano Jacovitti e i suoi elementi, capaci di un grande equilibrio nell’essere apprezzati da studenti, genitori e insegnanti, che non si vedevano prevaricati nel loro ruolo didattico da pillole nozionistiche che accennavano ma non approfondivano. Jacovitti lo realizzò per i successivi trent’anni, con l’eccezione dell’anno scolastico 1954/55, disegnato da Claudio Peroni, in arte Perogatt.

Il surrealismo di Jac
Con il tempo la verve jacovittiana prese piede, e adesivi, poster, tabelloni di gioco soppiantarono la componente educativa. L’alchimia di testi e disegni cedette allo strapotere dell’autore nel 1977, quando A.V.E. inaugurò il diario “tuttofumetto”: non più bignami tematici ma un lungo fumetto parcellizzato una striscia per pagina. L’impostazione fu poi ripetuta per i successivi due anni, presentando le avventure di Pippo, Pertica e Palla, Cocco Bill, Cip l’Arcipoliziotto, Jak Mandolino e il diavolo Pop Corn.

Erano, come le chiama Luca Raffaelli, «lunghe mirabolanti improvvisazioni, stupefacenti assoli fumettistici», tipici del modo di fare fumetti di Jacovitti: senza progettazione, sia in fase di scrittura sia al tavolo da disegno. Era un segnale che il diario, da libello con finalità pedagogiche, era passato a essere un prodotto interamente fumettistico, complice la popolarità di Jac.

Privo di regole, Jacovitti nel Diario ci infilò il suo immaginario sgangherato – onomatopee a volte classiche («Bang!», «Sdoing!») altre italianizzate («Fffiiiischioooo!», «Càlcete!», «Péscete!») – le panoramiche dense di dettagli e situazioni tutte interconnesse, l’horror vacui che lo portava a riempire ogni spazio della tavola con salami, dadi, ossi, pesci, pettini, fiori, tutti piantati nel terreno, sospesi per aria, dotati di piedi o ali.

Il surrealismo del suo stile gli permise di disegnare sparatorie e scontri violenti in cui i personaggi perdevano arti, nasi e denti, senza che nessun genitore o educatore alzasse un sopracciglio. Soprattutto perché, in quel mondo saturo di cose, mancavano sangue e sesso. Quando quest’ultimo entrò nell’opera jacovittiana, la reazione fu immediata.

Nel 1977 il fumettista realizzò su testi di Marcello Marchesi una versione comica del Kamasutra per la rivista Playmen. «Da un giorno all’altro mi dicono “O fai con loro o fai con noi”» raccontò a Vincenzo Mollica. «E siccome sono un liberale, gli ho detto arrivederci. Ma non era pornografia, io ridevo sul sesso: facevo le donne con tre seni, o gli uomini con il pene a rubinetto». Le vignette posero fine al sodalizio tra Jac e A.V.E., non senza risentimento da parte dell’autore. A Comic Art nel 1986 disse: «Mi mandarono via dal Diario Vitt, e una volta un giornalista mi intervistò, per radio, chiedendomi se mi piacevano i bambini e io gli risposi: “Sì, fritti”».

Jacovitti continuò a produrre materiale per il suo Diario Jacovitti grazie alla romana Pentapolis Editrice, prima che, negli anni Novanta Pigna, riportasse in auge il Diario Vitt con una selezione di vignette edite o realizzate dagli allievi di Jac.

Linus e gli altri
Cacciato Jacovitti, il Diario proseguì per altre due edizioni, terminando la sua corsa nel 1983. Aveva creato una moda a cui non era riuscito a sopravvivere. Il milione e mezzo di copie vendute – alcune fonti riportano un picco di due milioni – dal Diario Vitt aveva infatti alimentato lo status di un oggetto che, anche se teoricamente opzionale, diventò un caposaldo dell’esperienza scolastica. Linus propose un’agenda omonima già a partire dalla fine degli anni Sessanta, con un’impostazione meno sgarrupata, derivante dalla nomea intellettuale della rivista, Mondadori mise in campo la banda Disney.

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Pian piano ogni editore di fumetti tentò la fortuna. Uscirono così i diari di Corto Maltese, Asterix e Obelix, Andy Capp, Corriere dei Piccoli, B.C., Alan Ford. Molti di questi prodotti si limitavano a inserire strisce già edite a piè di pagina più come veicolo promozionale che come elemento portante del diario. Il primo a farlo fu il diario mondadoriano di B.C. con la copertina sgargiante di Giovan Battista Carpi, dettando la linea a cui si sarebbe poi adeguato lo stesso Diario Vitt, spezzettando le storie di Jac e abbandonando i testi commentati. Caratteristica comune di tutti questi prodotti era la «fluviale immissione del fumetto in un ambiente – la scuola – che da sempre lo aveva avversato» scrive Gianni Brunoro in Gli anni d’oro del Diario Vitt.

Ad aggiungere un nuovo tassello fu, nel 1979, Smemoranda, un’agenda che raccoglieva contenuti brevi di scrittori, personalità dello spettacolo, sportivi e fumettisti. Stampata su pagine a quadretti – normalmente riservati ai conti da ragioniere – con la sua formula Smemoranda portò sui banchi di scuola la versione definitiva del diario, replicata negli anni Novanta da Comix, costola dell’omonima rivista umoristica, e da innumerevoli emuli.

Tra le iniziative più particolari va citato l’Ideario realizzato dalla Disney. Ibrido tra un organizer e un’agenda, era componibile con fascicoli trimestrali da inserire in un raccoglitore con la copertina morbida, seguendo uno dei sei temi (magia, tecnologia, avventura, sport, misteri, lei) e aggiungendo altri fascicoli speciali. Spalleggiato dal magazine Topolino, che regalò il portachiavi abbinato, esordì nel 1993 e rimase in vendita per tre anni (le pagine presentavano tre giorni per ogni data) ma il costo notevole (18.000 lire, più 4.000 per ogni fascicolo) non aiutò la diffusione. L’esperimento così non ebbe seguito, nonostante un buon riscontro iniziale (170.000 copie vendute nel primo anno).

A scuola con il Lupo
Fu però un altro fumettista, Guido Silvestri, in arte Silver, a segnare la decade. Il suo Lupo Alberto, dominatore incontrastato del merchandising e delle attività collaterali al fumetto, era comparso nell’ultima edizione del Diario Vitt e ora si lanciava nell’avventura di una propria agenda.

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Il diario, nato nei primi anni Novanta, si inseriva in un progetto di licensing sviluppato da McK Publishing – la casa editrice di Silver – e il licenziatario Artena che comprendeva un “programma scuola” di cui il diario era una parte fondamentale. «Volevo che il mio personaggio travalicasse i confini del fumetto per diventare – anche – qualcos’altro. Non per sete di denaro, sia chiaro, ma perché ho sempre guardato a quel genere di personaggi capaci di vivere anche al di fuori del fumetto» raccontava Silver a Fumettologica.

«Il Diario Vitt ha sempre rappresentato un punto di riferimento in quanto prodotto innovativo per l’epoca» spiega Massimo Bosani, licensing manager di McK. «I diari di Lupo Alberto hanno sin dall’inizio cercato di andare oltre qualsiasi modello di riferimento al fine di elaborare un prodotto innovativo, ricco di contenuti che potesse rappresentare al meglio le caratteristiche del nostro personaggio».

La squadra di Silver, che supervisionava uno staff di esperti commerciali e marketing di Artena, tentò di diversificare quello di Lupo Alberto dagli altri diari fumettistici, che solitamente erano molto scarni, a volte anche con iniziative antesignane atte a sensibilizzare i giovani fruitori – nel 1994 uscì un diario realizzato con carta riciclata – una costante per un personaggio prestatosi spesso all’impegno civile. Nei diari dei primi anni Duemila si adottò una politica simile a Smemoranda con battute, aforismi, citazioni e, soprattutto, un ampio paratesto fatto di test, giochi, oroscopi, adesivi e fumetti inediti del Lupo.

Anche Alberto, che pure resta una presenza fissa nelle cartolerie, ha incontrato col tempo un calo nelle vendite. Non tanto per un rallentamento legato al personaggio, spiega Bosani, quanto più alla fine del «“programma scuola” inteso in senso tradizionale (diario, quaderno, cartella), sostituito da prodotti con un utilizzo meno legato all’ambito scolastico e più al tempo libero».

Negli anni Novanta, oltre al Lupo, un ulteriore polo fumettistico era rappresentato da Sergio Bonelli Editore. La casa di Tex e Zagor aveva tra le mani un nuovo beniamino, Dylan Dog, la cui popolarità portò, tra la tanta oggettistica, all’arrivo di un diario. Come tutte le produzioni relative a DYD, finì sotto accusa insieme a Smemoranda, rei di «lasciare poco spazio per l’attività didattica e sono zeppi di frasi e disegni» recitava un articolo della Stampa del dicembre 1994 citando le rimostranza di qualche preside evidentemente poco avvezzo alle agende scolastiche.

Il fumetto iniziò a pullulare in altre realtà che fino ad allora non lo avevano considerato d’attenzione (la casa editrice Theorema commissionò a Daniele Panebarco una storia da inserire nei propri organizer Sottobanco) e nicchie meno note rinsaldarono il rapporto tra fumetto e agende. Un’esperienza importante – per la caratura dei nomi coinvolti – fu quella dell’Agenda verde di Legambiente e Grifo Edizioni, che fra il 1984 e il 1988 mandarono in stampa diari con illustrazioni inedite di Sergio Staino, Vincino, Milo Manara e Andrea Pazienza. Quelle di Pazienza furono poi raccolte nel volume Bestiario.

Tra il 1996 al 2004 Luca Bonanno e Guido Patané curarono un’agenda che nel corso del tempo assunse vari nomi e vantò, per tre edizioni, la collaborazione del Centro Fumetto Andrea Pazienza. La prima incarnazione fu Data Comics, piena di profili di autori, interviste e tavole di presentazione, ed ebbe notevole riscontro presso il pubblico di appassionati.

Poi toccò a Fumettoagenda, diffuso come gadget aziendale e dedicato ogni anno a un tema diverso (la Storia del fumetto, il fumetto catanese, la fantascienza, l’underground – con una selezione di opere edite sulla rivista Schizzo). Infine, Comic Strip Diary presentò tavole inedite di autori indipendenti come Andrea Bruno, Nicoz, Paola Cannatella, Alberto Corradi, Sebastiano Barcaroli, Daniel Egneus, Erich Liotta, Rocco Lombardi, Alessio Spataro, Giacomo Nanni.

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Gli altri diari
Ma questi erano prodotti hardcore, per fruitori con mandibole allenate a masticare il fumetto. Nel mondo generalista, rimaneva insuperato l’esempio di Smemoranda, che altri diari antologici, nati dal successo delle riviste da cui prendevano il nome, rilanciarono: Cuore, un diario satirico per studenti politicamente e fumettisticamente impegnati, e Comix, che fece scoprire agli studenti i nomi di Bill Watterson, Jerry Scott, Jim Borgman e Mike Peters.

Solo Comix resistette alle maree cangianti delle mode, diventando il principale avversario della Smemo, con vendite nell’ordine del milione di copie. Negli anni, la loro forma è rimasta immutata. Dove prima c’erano Altan, Vauro, Ellekappa e Schulz ora ci sono Daw, Zerocalcare, Tuono Pettinato, Maicol&Mirco, Francesco Guarnaccia. Anzi, forse richiamando inconsciamente l’esempio di Jacovitti, l’anno scorso Comix ha rilanciato collaborando con Sio per una versione del diario tutta dedicata al fumettista veronese, Scomix by Sio, replicata quest’anno.

Nell’edizione 2019/20 del diario di Sio c’è una «sfida di challenge» per scoprire chi è il «best challenger in the classroom» e tra le imprese impossibili in cui cimentarsi ci sono: stare seduto al proprio posto, fare i compiti, essere responsabili, mangiare una merenda di frutta, essere gentile con il prossimo. E regalare mille euro alla mamma.

C’è una strana connessione tra tutti questi diari. In trasparenza, essi cercano, a modo loro, di insegnare a essere degli esseri umani, se non irreprensibili, almeno decenti. Poco importa che sia con il tradizionalismo Disney, il surrealismo di salami ambulanti e lische di pesce o con il nonsenso iperbolico di Sio.


Si ringraziano per la consulenza e il reperimento delle immagini Michele Ginevra e il Centro Fumetto Andrea Pazienza, Federica Lippi e Sebastiano Barcaroli.

Leggi anche:
La scuola, secondo Calvin e Hobbes
10 fumetti ambientati a scuola
Jacovitti secondo Paolo Bacilieri

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