Focus Interviste Mettersi in viaggio per trovare la strada. Intervista con Rita Petruccioli

Mettersi in viaggio per trovare la strada. Intervista con Rita Petruccioli

Il secondo fumetto di Rita Petruccioli, il primo da autrice sia dei testi che dei disegni, è Ti chiamo domani (Bao Publishing), il racconto di un viaggio che, inaspettatamente, si trasforma nell’incontro di due vite distanti ma che finiranno per influenzarsi a vicenda.

ti chiamo domani rita petruccioli graphic novel bao publishing

Chiara, ventenne studente d’arte, è tornata temporaneamente in Francia a trovare gli amici conosciuti l’anno prima in Erasmus. La sua vita è a una svolta: a breve dovrà decidere se trasferirsi all’estero. Tramite conoscenze di famiglia, trova un passaggio in camion per tornare a casa. Durante il viaggio avrà modo di parlare a lungo con Daniele, il camionista che la sta accompagnando, e di ascoltare una storia di vita forse molto lontana dalla sua, ma che la metterà in connessione con tante domande fondamentali. Sullo sfondo, la fortezza del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, dove il soldato Drogo trascorre le sue giornate in attesa di un nemico che forse non arriverà mai.

Ti chiamo domani parla di viaggi. Un viaggio reale dalla Francia all’Italia, innanzitutto. Ma anche un viaggio interiore della protagonista nelle sue insicurezze, riflesse nello sguardo di un interlocutore al quale apparentemente nulla la accomuna. Come hai vissuto il tuo personale momento di crescita, ovvero il passaggio ad autrice unica di un graphic novel?

Ci sono arrivata gradualmente. Non era nei miei obbiettivi, nel senso che all’inizio non mi pensavo in grado di scrivere un libro e mi trovavo bene nel ruolo in cui la mia autorialità era messa al servizio di parole altrui, sia che si trattasse di romanzi illustrati che di fumetti, come nel caso di Frantumi, scritto da Giovanni Masi.

Proprio mentre lavoravo ai disegni di Frantumi, mi è capitato di scrivere due storie brevi, per Crisma e per Metamorfosi. E lì mi sono accorta che non mi dispiaceva affatto scrivere. Così, nel momento in cui ho sentito che avevo una storia che mi chiamava, mi sono lanciata e ho fatto questo salto nel vuoto: proporre un libro da autrice unica a Bao Publishing.

Ti ritrovi nella descrizione del tuo fumetto come un racconto di viaggio?

Diciamo che parla di un viaggio nel viaggio. Di fatto la storia dei due protagonisti, Chiara e Daniele, si svolge su un camion. Ma poi ci sono molti flashback ambientati nel periodo dell’Erasmus di Chiara, che effettivamente è un percorso equivalente ad un viaggio: sei mesi di distacco totale e di esperienze nuove e invasive nella propria vita. Penso che chiunque abbia fatto l’Erasmus possa essere d’accordo con me.

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Come mai hai scelto di raccontare proprio quel momento?

La storia nasce dall’unione di una serie di argomenti e contenuti sul crescere. Riflettendo su questi temi ho trovato un collegamento con una serie di esperienze personali e di cose vissute, come il periodo dell’Erasmus, che ho fatto in Francia come Chiara. L’Erasmus è una parentesi dalla propria vita e dalle abitudini in cui escono domande ed esperienze importantissime, o almeno è stato cosi per me. L’altro fattore importante è stato aver fatto veramente un viaggio in camion, e avere vissuto questa esperienza mi ha dato l’escamotage narrativo per posizionare la protagonista in una situazione in cui tutto era in sospeso e lei poteva guardare le cose da un luogo che in quel momento non era vissuto.

In maniera speculare al viaggio c’è anche il tema della casa. Ovvero ciò che rappresenta in termini positivi: l’appartenenza, le radici… Ma c’è anche un parallelo con l’immagine della fortezza che Buzzati rappresenta nel Deserto dei Tartari.

Il tema della casa nasce da due tipi di riflessioni. La prima è personale, e sono stata felice di metterla all’interno del libro: come tanti ho fatto molti traslochi e, per me, crescere e diventare grande è equivalso ad accettare il fatto che quella che consideravo la mia casa, le mie radici, effettivamente non lo era. Ero io, le mie radici. In maniera più ingenua Chiara si fa portavoce di questo ragionamento che io ho fatto in età adulta.

Allo stesso tempo la casa è una metafora forte e chiara che utilizzo per raccontare il fatto che molti dei problemi che ha Chiara hanno origine nella famiglia. La casa, il luogo a cui senti di appartenere e anche quello che poi decidi di costruirti in seguito, appartengono ad un sistema di affetti che comporta anche dei condizionamenti. La famiglia, i ruoli, il sentirsi protetti comportano dei legami che a volte devono essere messi in discussione per poter crescere. Crearsi il proprio habitat vuol dire creare i propri strumenti affettivi, gli stimoli, le cose di cui una persona adulta ha bisogno.

Il condizionamento famigliare e della società può essere paragonabile alla fortezza che racconta Buzzati, quindi in quel senso la casa è assimilabile alla fortezza. Il tema del libro è mettere in connessione il “da dove vengo” con il “dove sto andando” e magari scoprire che da dove vieni non definisce dove stai andando, perché sei tu a definirlo.

La protagonista ha il vezzo di ricreare un senso di familiarità durante i viaggi arredando gli spazi con suoi piccoli oggetti, tra cui pennelli, matite… La creatività è parte della costruzione di una casa, di uno spazio mentale dove vivere, per un creativo di professione?

Quello che crei e che produci è più importate di quello che hai materialmente. Il mondo del tuo fare diventa il tuo luogo. Chiara ha un problema identitario, è in cerca di un’identità, tant’è vero che è anche insicura nelle sue scelte e, malgrado abbia intrapreso un percorso e abbia una passione per l’arte, si sente insicura e pensa che i suoi studi la debbano definire come persona. Senza rendersi conto che lei si sta già definendo tramite quello che si porta dietro, tramite le esperienze che racconta. Ovviamente il suo fare artistico, in tutta la sua ingenuità, si manifesta anche in questo. Manifesta il fatto che la tua identità si costruisce di quello che fai, che studi e che ti appassiona.

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Il tuo stile, grafico e sintetico, fa un uso piuttosto emozionale dei colori. Mi è sembrato ad esempio di vedere un parallelo tra la casa francese di Chiara e i colori del deserto, il Deserto dei Tartari di Buzzati, anche nei colori.

Le scelte cromatiche dipendono da un meccanismo che ho utilizzato mentre realizzavo gli storyboard. Al contrario di Frantumi, per il quale avevo le idee chiare a livello cromatico e avevo realizzato gli storyboard direttamente a colori, in Ti chiamo domani non sapevo di che colore sarebbe stato il tutto. Anche se avevo ben chiaro che emozioni raccontare e cosa sarebbe successo nelle varie scene. Ho disegnato tutto il libro immaginando che avrebbe anche potuto essere un libro bicromatico, e nell’ottica della bicromia ho identificato con due colori diversi le linee temporali ed emozionali, entrambe con importante valore.

Con l’azzurro ho raccontato il presente, con i toni del giallo il passato, i ricordi e l’immaginazione: il deserto dei tartari e la fortezza si prestavano perfettamente ad essere disegnati nei toni del giallo, si trovano nell’immaginario e fanno parte delle suggestioni di Chiara. Poi l’interpretazione che ne fa il lettore vale tanto quanto quello che volevo effettivamente raccontare. Passata ai definitivi ho cercato di cambiare i colori ma, alla fine, mi sono convinta che dovevo conservare quei due toni.

Sempre parlando del tuo stile, mi sembra che ti piacciano molti stilemi classici del fumetto: onomatopee, espedienti grafici, una costruzione narrativa della tavola e della gabbia…

Uso coscientemente questi elementi. Nel mio modo di raccontare, che considero molto poco tipico da un punto di vista fumettistico anche perché non ho una formazione tradizionale, mi trovo più a mio agio nell’inserire elementi grafici che facciano da liaison tra una scena raccontata illustrando le gesta dei personaggi, e una comunicazione alternativa più grafica e che contiene anche ad esempio del testo.

Sono elementi legati alla tua esperienza da illustratrice? Eppure mi sembrano invece tipici del linguaggio a fumetti, che lo caratterizzano e lo distinguono da altri linguaggi visivi.

Penso che tu stia parlando ad esempio dell’uso delle onomatopee: c’è un ritmo voluto in alcune scene, soprattutto nei flashback. In alcuni passaggi del libro il giropagina è seguito da un’onomatopea che rompe tutto, come il rumore di uno sportello che si chiude e che sveglia Chiara da un sogno o da un ricordo. È un uso voluto sia dal punto di vista narrativo, per dare un ritmo, sia dal punto di vista grafico. Dopo un susseguirsi di vignette molto regolari ambientate dentro il camion, usare l’onomatopea o la schermata di un cellulare per rompere quel tipo di ritmo monotono è un escamotage voluto e cercato.

Come hai lavorato allo storyboard? Hai scritto prima la storia o l’hai direttamente visualizzata con disegni in fase di layout?

Il processo è stato questo: ho costruito una scaletta precisa di quello che doveva succedere in ogni scena. Dopo di che, scena per scena, ho scritto i testi e li ho montati dentro la pagina, ho posizionato i balloon e capito dove il testo era troppo lungo e andava tagliato. Attorno ai testi posizionati correttamente ho costruito l’immagine, la scena.

Trattandosi di un libro interamente basato sul dialogo tra Chiara e Daniele, dovevo sentirlo bene, sentire l’empatia tra loro e poi fargliela recitare con le giuste pause, i giusti sguardi, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente delicati. Mi serviva conoscere bene le loro parole per poi dosare i silenzi e gli sguardi che sarebbero passati solo tramite l’immagine.

Un’intera sequenza, molto importante nell’economia del libro, è disegnata quasi in bianco e nero, con una splash page a base bianca. Come nasce questa immagine?

Quella scena è raccontata con toni che non sono presenti nel resto del libro. Aiuta anche a focalizzarla come elemento a sé stante rispetto alla vicenda narrata. È l’unica scena del libro rimasta esattamente come l’ho realizzata in storyboard nel senso che, come dicevo prima, originariamente tutte quante le tavole erano campiture di colore con una linea colorata sopra. Ma quella scena, un notturno e poi un risveglio la mattina dopo, tavole blu e poi una tavola a base bianca, l’ho lasciata esattamente come era stata creata, aggiustando solo il segno.

Ho notato che nei rigraziamenti citi Lucha Y Siesta (casa delle donne e centro antiviolenza romano, al momento a rischio sgombero) e un ciclo di incontri che hai tenuto presso di loro, “Al di là degli stereotipi a fumetti”. In che modo questa esperienza è legata al libro?

Il progetto “Al di là degli stereotipi a fumetti” consisteva nel far lavorare ragazzi e ragazze tra i diciassette e i venticinque anni con le attiviste e con le ospiti di Lucha y Siesta, donne che stanno uscendo da percorsi di violenza. I partecipanti dovevano realizzare delle storie a fumetti basandosi sulle interviste alle ospiti della casa.

Il percorso di dialogo e rapporto diretto con l’altro è una delle chiavi per disinnescare i meccanismi stereotipati che molto spesso abbiamo nel narrare la violenza e nella considerazione della persona come vittima. Lo stereotipo più grande da disinnescare sta proprio in questo. Nello scoprire non persone fragili come si pensa, bensì persone potenti nella loro complessità, che hanno anche la forza di raccontare e affrontare un altro percorso di vita.

Assieme a Zerocalcare e a Carola Susani, ho accompagnato i ragazzi e le ragazze in questo percorso. E ciò che ho visto in loro è molto vicino come tematica a ciò che racconto della storia di Chiara: Chiara ha l’età dei partecipanti al corso, e il libro affronta una serie di questioni che riguardano tanto la violenza maschile sulle donne, quanto la scoperta della complessità altrui. Gli strumenti per poter raccontare tutto questo li ho trovati a Lucha y Siesta.

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