Grande festa alla corte di Francia, c’è nel regno una bimba in più
Biondi capelli e rosa di guancia, Oscar ti chiamerai tu

Rime semplici ma non da filastrocca; narrativo ma non forzatamente rispettoso della trama; informativo ma non piatto: forse il miglior incipit mai scritto per la sigla di un cartone animato? Presentato così, nel 1982 compariva per la prima volta sui teleschermi italiani – per la precisione su Italia 1 – Lady Oscar, uno degli anime destinati a fare la storia dell’animazione giapponese. A introdurre ogni puntata, la voce indimenticabile di Clara Serina, del gruppo I cavalieri del re, che intonava una sigla destinata a sua volta a entrare nella memoria collettiva di un paio di generazioni. In Giappone l’esordio era avvenuto invece tre anni prima, il 10 ottobre 1979. E la storia di questa enorme e problematica produzione merita di essere raccontata.

Tutto nasce da un manga che ha un clamoroso successo in Giappone tra il 1972 e il 1973, opera di Riyoko Ikeda. Si chiama Versailles no bara, ovvero La rosa di Versailles (o le rose: in giapponese non esiste differenza tra singolare e plurale, quindi la traduzione è da sempre un po’ controversa), ed è incentrato sulla figura di Maria Antonietta, la rosa del titolo, per l’appunto.

Nonostante il successo, l’autrice per anni si rifiuta di concedere i diritti del manga per farne un cartone animato, per poi capitolare nel 1979. Viene dunque messa in moto una macchina produttiva dalle enormi aspettative e dai molti importanti finanziatori, dato il grande riscontro di pubblico avuto dal fumetto. Il character design è affidato allo studio di Shingo Araki, già famoso all’epoca e in seguito divenuto il nume tutelare e la firma distintiva di decine di serie esportate con successo in tutto il mondo (I cavalieri dello zodiaco, Rocky Joe, Kiss Me Licia, Il grande sogno di Maya, per citarne solo alcune).

Alla regia viene chiamato Osamu Dezaki, un mostro sacro che aveva esordito con la Mushi Production di Osamu Tezuka per poi fondare, con altri colleghi, il noto studio Madhouse. Ma purtroppo Dezaki ha altri impegni e al posto suo arriva Tadao Nagahama, molto esperto di robottoni e poco di madamigelle spadaccine. La scelta si dimostrerà essere poco felice: Nagahama fraintende la natura del manga, trattandolo come un’avventura di cappa e spada, e dunque trascurando quegli aspetti tragici, sentimentali ed emotivi che avevano infiammato i fan del manga.

Nel frattempo, peraltro, il tempo trascorso si fa sentire. Dopo sei anni dalla sua conclusione il boom del manga si è ormai sgonfiato, e a nulla servono né un cast di doppiatori di prima categoria né una colonna sonora monumentale. Le prime dieci puntate registrano un clamoroso flop e la produzione si sbriga a richiamare Dezaki, che subentra ufficiosamente dall’episodio 12, per poi diventare il regista ufficiale dal 18, ovvero quasi a metà dell’opera.

Da qui in poi la storia assume toni nuovi, e il registro si fa epico e ricco di pathos. Ma è troppo tardi. La trasmissione della serie viene interrotta poco dopo in tutto il Giappone, ad eccezione della zona di Tokyo, dove arriva alla quarantesima puntata, seguita da un quarantunesimo doppio episodio – un recap movie di montaggio, che riassume tutta la storia – che non sarà mai trasmesso in replica in Giappone né esportato all’estero.

Ma all’estero la serie arriva eccome. E in Europa ottiene tutto il successo che le era stato negato in patria. Nel corso degli anni Ottanta diventa un vero e proprio cult, con il titolo di Lady Oscar (si decide di optare per questo titolo internazionale in seguito a una trasposizione cinematografica live-action chiamata così, coprodotta da Francia e Giappone nel 1979). L’eco del trionfo europeo arriva fino in Giappone e di rimbalzo la serie viene riscoperta e apprezzata anche lì, una decina d’anni dopo il primo passaggio televisivo. A oggi si contano traduzioni in oltre dieci lingue e repliche a cadenza continua (dieci solo in Italia).

Il titolo rimane Lady Oscar anche in Italia, perlomeno fino al 1990, quando l’anime viene ribattezzato, dopo un già discreto numero di repliche, Una spada per lady Oscar. Il nuovo titolo porta con sé una nuova sigla, cantata in una prima versione dallo sconosciuto gruppo Gli amici di Lady Oscar e in seguito reincisa dall’arcinota (e all’epoca sulla cresta dell’onda) Cristina D’Avena. Ma la più amata resta la prima: la più cantata ai karaoke, la più ricordata a memoria.

lady oscar cartone animato

Il buon padre voleva un maschietto, ma ahimè sei nata tu
Nella culla ti han messo un fioretto, lady dal fiocco blu

A differenza del manga, l’anime è imperniato sull’ambigua e complessa figura di Oscar, la cui storia è nota: nasce non lontano da Versailles nel 1755, ennesima figlia femmina di un generale fedelissimo dei sovrani di Francia, che decide di crescerla come un maschio per tramandarle il grado militare. A 14 anni diventa capitano della Guardia Reale e leale amica e servitrice della futura regina Maria Antonietta, sua coetanea, arrivata a corte per sposare il principe Luigi Augusto, nipote di Luigi XV. I fatti della sua vita si intrecciano con quelli della storia di Francia, fino ai giorni della presa della Bastiglia.

Oscar è dunque una donna in abiti maschili, cresciuta come un uomo. La stessa tematica era al centro del primo shojo manga degno di nota mai pubblicato, La principessa Zaffiro di Osamu Tezuka, datato 1953. Siamo agli albori del fumetto seriale giapponese e già compaiono “cavalieri con il fiocco” (ovvero “Ribon no kishi”, titolo originale dell’opera). Oscar, come Zaffiro, rinuncia alla sua femminilità per andare incontro al volere del padre, ma una volta cresciuta, come Zaffiro, perde la testa per un uomo e mette in discussione se stessa e la vita che ha condotto fino a quel momento.

Zaffiro corona il suo sogno sposando il principe del regno vicino (il manga di Tezuka ha senza dubbio toni meno cupi), mentre Oscar si rende conto dell’impossibilità di avere l’amato conte di Fersen e decide di cambiare drasticamente vita. Rinuncia alla Guardia Reale e diventa comandante dei soldati della guardia cittadina di Parigi, tutt’altro ambiente rispetto allo sfarzo di Versailles. A nulla serve la dichiarazione d’amore del suo attendente e amico di sempre, André, che nella ventottesima puntata afferma che «una rosa è una rosa e non potrà mai essere un lillà».

Oscar non accetta di doversi piegare alla sua natura femminile, e le vicende della sua vita prendono una piega sempre più drammatica, così come quelle della Francia intera. Un’intera generazione di bambini incollati al televisore – quella nata tra fine anni Settanta e primi anni Ottanta – spera nel lieto fine, ignorando che la Rivoluzione francese è dietro l’angolo.

lady oscar cartone animato

Notte buia alla corte di Francia, a palazzo si dorme già
tre briganti con spada e con lancia, agguato a sua maestà
Lady Oscar s’è proprio nascosta, nella grande stanza del Re
con scatto felino ed abile mossa, colpirà tutti e tre

Quella stessa generazione impara così la storia della Francia, nei pomeriggi passati davanti ai contenitori dedicati ai ragazzi di Italia 1. Forse questo successo ha persino anticipato o oscurato le conoscenze, almeno per alcuni, sulla storia del nostro stesso paese. Oltre ai sovrani, nell’anime compare tutta la schiera di personaggi storici che i giovani spettatori avrebbero ritrovato nei libri di scuola, da Robespierre a Saint-Just, e la drammatizzazione in forma di cartone animato della Rivoluzione tocca vette altissime di coinvolgimento emotivo. Il destino della Francia prende il sopravvento sulle vicende personali dei protagonisti e, ancora una volta, la complessità dei caratteri viene a galla a tutta forza.

Nel susseguirsi degli episodi compare un nuovo importante personaggio, il soldato della guardia Alain, dapprima ostile nei confronti di Oscar e restio a farsi comandare da una donna. Ben presto però, la sua vicinanza risveglia la coscienza politica di Oscar, che comprende la reale situazione in cui si trova il popolo. Mentre la donna si avvicina – finalmente – ad André ed è pronta a ricambiare il suo amore, si rende anche conto che la monarchia ha i giorni contati. E non può essere altrimenti. Ha passato una vita a servire lealmente i sovrani, ma quel tempo è finito. La cosa giusta da fare è un’altra.

E anche il pubblico, per quanto sia innamorato pazzo di Maria Antonietta, personaggio dalle mille sfaccettature, sa che la Storia va da un’altra parte. Il 14 luglio 1789 sarà Oscar a far detonare i cannoni contro la Bastiglia, tormentata dalla perdita dell’adorato André, morto il giorno prima tra le sue braccia, colpito da una pallottola di un soldato della guardia reale. E così morirà anche lei, davanti ai suoi uomini, uccisa da un colpo di fucile.

Impossibile dimenticare, per chi era sintonizzato sugli schermi tv nei primi anni Ottanta, l’epicità di quegli ultimi momenti. Così come, dopo un’epopea durata quaranta puntate, è impossibile non associare ancora oggi la storia di Oscar François de Jarjayes ai fatti francesi che hanno sancito l’inizio dell’età contemporanea. Per tanti europei, la storia della Rivoluzione francese è passata per il racconto emozionante di quel cartone animato giapponese. E ancora oggi, ogni 14 luglio, sul web le gif a dedicate a Lady Oscar ci testimoniano quanto questa invenzione di Ikeda e poi di Dezaki sia un frammento essenziale del nostro immaginario, a cavallo tra finzione e realtà storica.

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