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Sunday Page: Vittorio Giardino su Carl Barks

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica ospitiamo Vittorio Giardino. Classe 1946, dopo la laurea in ingegneria elettronica svolge la professione fino a trent’anni, età in cui abbandona la carriera per dedicarsi al sogno di fare il fumettista. Lo stile dalla linea chiara del suo disegno inizia ad apparire sulle principali riviste fumettistiche italiane (Il Mago, Orient Express, Comic Art, Il Grifo), per poi venire tradotte in Francia, Spagna e altri diciotto paesi. Attivo anche come illustratore, tra le sue opere più importanti vanno ricordati i cicli con protagonisti Max Fridman, Jonas Fink e il detective privato Sam Pezzo.

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Mi piaceva scegliere una pagina inaspettata, visto quello che faccio io come fumetto. Ho scelto una storia di Carl Barks, di cui io ho la prima edizione italiana che è del 1958, Albi della Rosa n. 193. All’epoca venne chiamata Paperino e l’oca d’oro [nelle successive traduzioni sarà nota come Zio Paperone e la cassa di rafano, NdR].

La storia parla di un antenato di Paperone che nel 1753 era il capitano dell’Oca d’oro, un veliero diretto verso la Giamaica che doveva recapitare un certo carico ma la nave era affondata prima di arrivare a destinazione. L’erede di un tale che aveva affidato all’antenato di Paperone una cassa di rafano da far arrivare in Giamaica e sulla base di questa mancata consegna, il discendente sostiene che debba essere indennizzato della perdita, con gli interessi.

Paperone si oppone e si scopre che gli restano trenta giorni – previsti dal contratto originario – per recapitare la cassa. È dunque costretto, per salvare il suo denaro, ad avviare una spedizione con Paperino, Qui, Quo e Qua per trovare il relitto dell’Oca d’oro e la cassa. Dopo mille peripezie, riescono a recuperare la cassa, ma… Calma piatta, la barca a vela su cui navigano non si muove. E restano solo tre giorni alla scadenza. Per radio sentono che sta per scatenarsi una tempesta. Paperone per radio offre un milione di dollari per farsi aiutare ma nessuno accetta perché sta per scatenarsi un uragano.

Come mai ha scelto quest’avventura?

Perché apparentemente è molto distante da quello che faccio io. Avessi scelto Corte Sconta detta Arcana sarebbe stato meno interessante, perché Max Fridman è figlio di Corto Maltese. O se non è suo figlio, è suo cugino, sono il primo ad ammetterlo. Ma che sia figlio anche di Paperino è un po’ più difficile da vedere. E invece è figlio anche di Paperino.

Della pagina in questione cosa ci racconta?

Si apre con un campo lungo, la nave si vede in lontananza, con le onde altissime, poi si vede la nave che infila la prua nell’onda, poi ancora la nave sommersa, con il maroso che ha fatto cadere gli alberi della nave, che riemerge dall’onda come una specie di relitto. Sempre in campo lungo, non si vedono mai i personaggi.

Stacco, siamo in «un lussuoso hotel dell’Avana», come recita la didascalia. L’erede, Truffo de’ Arpagoni, è disteso su un’amaca: sa che Paperone non riuscirà mai a trovare l’Oca d’oro. Ma da una radio lì vicino giunge un S.O.S. in cui si offre un milione di dollari a chiunque traghetterà la goletta di Paperone fino alla Giamaica. Truffo diventa blu e corre gridando. La sequenza che prendo in esame è questa.

Da bambino rimasi colpito da tutta la storia in sé, da professionista sono rimasto colpito dall’abilità di sceneggiatura e di montaggio. Per tutta la storia si hanno dei ritmi di racconto che sono incredibilmente musicali. Ci sono dei momenti in cui sembra un adagio e tutto procede abbastanza lentamente, poi degli accelerandi incredibili fino ad arrivare a dei galoppi.

Ci sono, in questa pagina, dei ritmi spaventosamente veloci. Questo effetto è dovuto, almeno così la vedo io, alla bravura di Barks ma anche alla costruzione delle situazioni precedenti. Dopo tutto il racconto preparatorio, il lettore è consapevole della situazione in atto e quindi Barks può saltare da una vignetta in cui la nave è alla deriva a una in cui Truffo è sull’amaca a un’altra ancora in cui la radio comunica il messaggio. E a questo punto tutta la storia prede un’accelerata straordinaria.

Più avanti, verso la fine, c’è una raffinatezza notevolissima: il cattivo, Truffo, farà una tale carognata – viene salvato dal naufragio ma getta quella che sembra la cassa di rafano in fondo al mare – che quando i paperi si ribelleranno a lui e lo prenderanno a legnate… Gliel’avrei data anch’io una legnata! Eppure fino ad allora era una maschera, un cattivo che rimaneva indifferente al lettore, invece con quella scena diventa una vera carogna. Barks non si accontenta, fa diventare queste maschere dei veri personaggi, con caratteri a cui il lettore reagisce.

Quello Disney è il fumetto per eccellenza, con quei personaggi non si può fare altro se non fumetti. Paperino è una persona, non una caricatura di un papero, ed è estremamente complesso e contraddittorio. Chi parla spesso di caratteristiche unidimensionali ha letto poco fumetto. E leggendo queste storie ci dimentichiamo cosa rappresenta il disegno, in particolare quanto sia difficile attribuire a quel disegno emozioni umane. Riuscire a esprimere sentimenti riconoscibili di uno stato d’animo con un disegno in cui non c’è il naso, ci sono due occhi enormi e un becco è un’acrobazia grafica senza pari. Non smetterò mai di avere un’ammirazione sconfinata per quegli autori perché è la cosa più difficile da fare con i fumetti.

I limiti grafici sono accompagnati da limiti contenutistici. Quando i paperi si avventano sul cattivo, Barks li ritrae con una silhouette nera in cui non si vede la violenza, per poter essere efferato e allo stesso tempo accettabile.

Certo, è l’essenza del fumetto, per come lo intendo io, in cui un’immagine ha un valore solo basato sull’immagine che la precede e la succede. Quelle figure nere hanno senso se prima si mostra Paperino arrabbiato che si tira su le maniche. È il tipo di fumetto da cui ho imparato di più. Il disegno nel fumetto è inesorabilmente legato alla narrazione. Se la narrazione è buona, il disegno migliora.

Barks in un’intervista, parlando della storia, prese in analisi proprio la pagina che ha scelto. Diceva che fu una pagina difficile da disegnare, ma anche il motivo per cui volle realizzare quella storia: perché gli piaceva disegnare barche in tempesta.

Ecco, secondo me leggendo questa storia, si capisce. C’è il punto della tempesta che è chiaramente il clou, il momento in cui tutta questa storia esplode. Ci sono anche accortezze di disegno piuttosto raffinate – poi magari per qualcun altro saranno banali. Io poi da sempre ho bazzicato barche a vela. Quando disegno delle barche di solito sono esatte. E qui c’è una vignetta – proprio quando si scatena la tempesta – in cui Paperone sta al timone a ruota con la barca inclinata con un’inclinazione giusta per una tempesta e Paperino è aggrappato a una sartia sottovento e dalla parte sopravento si vedono gli spruzzi che bagnano Paperone.

A me questa vignetta dà esattamente l’idea del vento che è data dall’inclinazione del ponte. Non ci sono segni dinamici che fanno capire che c’è vento. Così come nella pagina precedente, dove si vede la calma piatta, si capisce che non c’è vento non solo perché il profilo delle vele è quello tipico delle vele curve che sbattono per assenza di vento ma anche perché c’è il riflesso del sole sull’acqua che sembra un lago, segno che non c’è neanche un’onda. Cose banalotte, ma, da disegnatore, come fare per dare l’idea di una calma piatta? Non è facile, specie se poi scelgo di disegnare una silhouette per evitarmi i dettagli della barca.

Di nuovo, non è un disegno meraviglioso, però se la inserisco in un racconto e devo dare rapidamente questa idea, allora lì diventa meraviglioso.

È una lettura che la accompagna fin da piccolo?

Io sono del ’46, quest’albo è del 1958. Magari l’ho anche letto prima, perché secondo me avevo un’edizione precedente, ma al più tardi avevo dodici anni. Io leggevo fumetti prima di saper leggere. Il testo me lo leggeva mia madre e leggevo fondamentalmente Topolino e lo leggevo con tale avidità che imparavo le storie a memoria. Tanto è vero che mia mamma, quando aveva fretta, le leggeva saltando dei pezzi e io la fermavo correggendola. Sono cresciuto a pane e fumetti.

Leggi anche:
Nello studio di Vittorio Giardino
Max Fridman, un classico per profezia autoavverante
Storia di “Jonas Fink”, l’opera ventennale di Vittorio Giardino

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