Rubriche Sunday page Sunday Page: Walter Baiamonte su "Jagi - Il fiore malvagio"

Sunday Page: Walter Baiamonte su “Jagi – Il fiore malvagio”

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica ospitiamo Walter Baiamonte, fumettista, illustratore e designer. Classe 1987, è autore di L Tiers, (in parte pubblicato anche sulle nostre pagine) ha lavorato per case editrici come Dynamite e BOOM! e fa parte, come colorista, del team tutto italiano che lavora alla serie Mighty Morphin Power Rangers. Come scrive Marco Andreoletti, la sua cifra stilistica è «un mix tra la sensibilità pop, la colorazione – di qualità stratosferica – il dinamismo e la leggerezza della composizione».

jagi fiore malvagio

Come mai hai scelto questa pagina?

Questa tavola è arrivata come una sprangata sul naso, spazzando via le enormi aspettative che nutrivo su questo preciso, simbolico momento di Jagi – Il fiore malvagio, il prequel della serie di spin-off (o “gaiden”) di Hokuto no Ken che ha come protagonista il reietto del Dojo di Ryuken.

Sono convinto che gran parte del successo di Hokuto no Ken sia dovuto al primordiale e spaventoso appagamento, che il lettore maschera con un distorto senso di giustizia, nel vedere esplodere i cattivi sotto i colpi di Ken, puniti per le loro angherie nei confronti dei deboli: un setup quasi macchiettistico, ma eseguito con la massima maestria da Hara/Buronson.

Potrei quindi mentire, dicendovi che amo il personaggio di Jagi perché, specularmente a Ken, in lui vive l’altra metà del cuore pulsante di tutta la serie: quella che incarna quel senso di soddisfazione nel vedere il cattivo disonorevole esplodere in mille pezzi… Ma la verità è che se Jagi è il mio personaggio preferito della serie, non è che per la lucida consapevolezza della propria debolezza.

Nel prequel di Hiromoto si accentuano infatti gli aspetti più umani del personaggio, come la motivazione alimentata da un’invidia viscerale, l’autocoscienza che lo porta a usare qualsiasi mezzo per vincere, la lucidità del voler sfruttare sia le tecniche di Hokuto che quelle di Nanto per schiacciare l’avversario a colpi di pallettoni di un canne mozze, spilli lanciati negli occhi e, come dimenticare, la sua migliore alleata: la benzina per incendiarli. Perché nel deserto non è rimasto spazio per alcun tipo di “onore”.

Questa tavola con la sua composizione centrale atomica, che esplode in un fiore di mani di Hokuto, è quindi riuscita a superare le mie spasmodiche aspettative nell’attesa dell’esatto momento di rottura in cui il giovane, debole, sbandato e invidioso Jagi ritratto in questo prequel, si trasformi nella bestia sfregiata, la iena disposta a tutto per schiacciare gli avversari.

Perché hai scelto quest’opera e quest’autore?

In un momento in cui avevo praticamente accettato il mio percorso grafico fatto di linee chiare e colori fluo, Hiromoto mi ha spezzato in due, mi ha letteralmente violato con Sex Machine provocandomi la mia prima polluzione notturna all’età di 30 anni ed è riuscito a strapparmi da quella comfort zone per riportarmi a studiare da zero uno stile radicalmente diverso da quello che stavo sviluppando.

Come già detto sopra, proietto molto di me stesso nel personaggio di Jagi, e trovo che sia un parallelismo tra la sua lotta che lo vede impossibilitato a eguagliare la tecnica dei suoi fratelli Raoh e Toki, e il percorso da tana delle tigri che affrontano certi artisti. In questa splash, Jagi per la prima volta ha un motivo vero per eseguire alla perfezione il Senju-satsu, come un artista che ha trovato qualcosa di veramente importante da raccontare e riesce a rendere la tecnica un mero strumento della narrazione; e mi piace pensare che proprio come gli artisti che esauriscono gli argomenti, non riuscirà mai più a eguagliarsi.

Ci sono lezioni che, da fumettista, ti sei portato dietro grazie a questo fumetto o il tuo interesse è solo come lettore?

Vorrei aver imparato un milionesimo di quello che ho letto in Jagi – Il fiore malvagio, ma l’autore è realmente riuscito a farmi mettere in discussione lo stile (diversissimo dal suo) sul quale stavo lavorando da anni, quindi confido di rileggerlo altre mille volte e (spero) con più confidenza col bianco e nero, in modo che possa capire meglio le sue tecniche e rubargliele senza pudore.

Ti ricordi come e quando l’hai scoperta?

Dopo qualche giorno che Ilaria, la mia compagna, mi mostrò dei suoi volumi di Hells Angels mi incuriosì moltissimo, ma il character design leggermente più burtoniano di quella serie ha un po’ frenato la mia rottura mentale posticipandola alla lettura di Jagi – Il fiore malvagio. Qualche giorno dopo mi sono fiondato in fumetteria chiedendo tutto il materiale di Hiromoto, spendendo tipo 150 euro a schiaffo.

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